Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Renzi trionfa alle primarie
Che Renzi avrebbe vinto si sapeva. La questione era se avrebbe vinto bene o avrebbe vinto male. I parametri per giudicare erano due: quanta gente sarebbe andata a votare; a che distacco Renzi avrebbe lasciato il secondo arrivato, di sicuro il ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
• Risultato finale?
Ha vinto bene, anzi benissimo. Lo diciamo con una punta di incertezza perché mentre scriviamo lo spoglio è ancora in corso: s’è presentata a votare talmente tanta gente che i seggi si sono dovuti tenere aperti oltre le venti. Come affluenza dovremmo stare più vicini ai due milioni che al milione e mezzo. Renzi aveva messo l’asticella a un milione. Certo non sono i numeri delle primarie d’una volta, che richiamavano ai gazebi anche più di tre milioni di elettori. Ma con la depressione politica che c’è in giro, e dopo la batosta del referendum, quasi due milioni che vanno a votare per confermare Renzi segretario del Pd sono una cifra molto importante.
• E il distacco dal secondo e dal terzo?
In base al primo spoglio, la quota di consensi per Renzi supera il 74%. Orlando sta poco sotto il 20. Emiliano avrebbe preso qualcosa in più del 6. Per Renzi s’è quasi trattato di un plebiscito. Forse il segretario appena riconfermato aveva ragione quando diceva che il 4 dicembre quel 40% che aveva votato sì era praticamente tutto suo.
• Con questo ragionamento, potremmo sostenere che il milione di vecchi elettori delle primarie democratiche che stavolta non si sono presentati sono tutti fan di Bersani.
È vero anche questo.
• Come sfrutterà il segretario questa vittoria tanto larga?
Credo che per prima cosa dovrà tenere a bada l’opposizione interna. Usciti Bersani, D’Alema e gli altri, si è subito formata all’interno del Pd una nuova opposizione di sinistra, alla cui guida si trova di fatto Orlando. Emiliano sarebbe la sinistra della sinistra (o forse la destra della sinistra, dato che gli piacciono molto i grillini). Alla domanda, fattagli alla vigilia, se, per disciplina di partito, avrebbe aiutato Renzi una volta che questi fosse stato rieletto segretario, ha risposto convintamente «No», che era l’atteggiamento dei vari Gotor quando stavano ancora dentro il Pd e si consideravano più che una corrente un sotto-partito. D’altra parte, a questo punto, in che modo un democratico potrebbe mettersi in luce, se non mettendosi contro Renzi? L’opposizione interna punterà su tre elementi: far vivere la legislatura fino alla sua scadenza naturale, impedire in qualche modo che il segretario del partito possa essere anche presidente del Consiglio, varare una legge elettorale o una correzione alle legge elettorale per la Camera che preveda il premio di coalizione e non di lista. Dopo il voto, l’opposizione interna si batterà per ostacolare un accordo tra Renzi e Berlusconi.
• Di conseguenza Renzi punta esattamente all’opposto...
Renzi vorrebbe chiamare gli italiani al voto il 5 novembre. A quella data, Gentiloni e Padoan non avrebbero ancora presentato la finanziaria-monstre che ci attende per l’autunno e che dovrebbe toglierci di tasca come minimo 20 miliardi. Il 5 novembre è anche il giorno in cui si voterà per il rinnovo dell’assemblea regionale siciliana. Tutti i sondaggi dicono che in Sicilia il Pd prenderà una batosta tremenda, a favore dei cinquestelle. Se si andasse alle politiche dopo la batosta, ci sarebbe il rischio di una nuova legnata, favorita in qualche modo dalla precedente disfatta. Naturalmente Renzi si aspetta, nel caso fosse in corsa dopo le politiche, di essere nello stesso tempo segretario e premier, cioè di non rendere inconciliabili le due cariche, che per lo statuto del Pd non lo sono. C’è infine la questione della legge elettorale, questione capitale in questo momento. Mattarella, col più alto degli interventi istituzionali, cioè invitando a colazione il presidente del Senato e la presidente della Camera, ha fatto sapere che non può esserci elezione anticipata col doppio sistema attuale, formato dai resti delle leggi elettorali tagliate dalla Consulta. Sistemi diversissimi e che garantiscono l’impossibilità di dar vita a una maggioranza omogenea tra le due camere. Il rinnovato segretario del Pd ha detto più volte che è pronto a trattare con i grillini e a togliere di mezzo i famosi capilista bloccati che piacciono tanto a Berlusconi. Da parte del Movimento 5 stelle è venuta un’apertura con Luigi Di Maio che ha detto al Corriere della Sera di essere pronto a un accordo che abbassi la soglia per ottenere il premio alla Camera, si suppone dal 40 al 37 percento. Premio alla lista, naturalmente, e non alla coalizione. Si suppone anche che il sistema adesso in vigore alla Camera sarebbe esteso al Senato. E si sa anche che Renzi vorrebbe alzare gli sbarramenti per essere ammessi in Parlamento almeno al 5%, in modo da rendere impssibile la vita a D’Alema. La cosa farebbe arrabbiare Alfano, il quale, per protesta, potrebbe uscire dal governo facendolo cadere. Guarda caso è proprio quello che vuole il segretario trionfatore delle primarie. Crisi di governo e elezioni anticipate.
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