Corriere della Sera, 1 maggio 2017
Steck, il velocista della montagna tradito dai ghiacci dell’Everest
Era uno degli alpinisti più forti di sempre, la passione per la montagna l’interpretava ad alta velocità, tanto che si era guadagnato l’appellativo «Swiss Machine», macchina svizzera, con cui era conosciuto in tutto il mondo per la capacità di spingersi ai limiti della resistenza umana. Ueli Steck, 40 anni, svizzero, è morto sabato in Nepal mentre si stava acclimatando sulla parete di ghiacciaio del Nuptse, che fa parte del massiccio dell’Everest. Si stava preparando a una nuova impresa mai riuscita finora, l’attraversata di Everest e Lhotse, due Ottomila, separati dal colle Sud.
Perché sia precipitato di circa mille metri non lontano dal campo 1 dell’Everest non è ancora chiaro, forse è stato travolto da blocchi di ghiaccio. Altri alpinisti che si trovavano più a valle hanno assistito all’incidente e hanno lanciato l’allarme. Lassù era solo. Il compagno di cordata, Tenji Sherpa, con cui avrebbe dovuto tentare l’impresa a maggio, era al campo base per riprendersi da un principio di congelamento. Steck molto probabilmente stava salendo in velocità, senza protezioni, come era solito fare nella fase di acclimatamento. Solo il 26 aprile, nell’ultimo post su Facebook, raccontava: «Giornata veloce, sono andato e tornato dal campo base ai 7.000 metri. Amo tutto questo. Credo nell’acclimatazione attiva, è il modo più efficace per trascorrere le notti in quota!».
Ueli Steck ha costruito con la velocità le basi del suo personale alpinismo. Basti guardare alla Nord dell’Eiger (2 ore e 22 minuti nel 2015 contro almeno una giornata di un forte alpinista) e tutti gli altri record collezionati sul Cervino e Le Grandes Jorasses. Ma è nel 2013 che alla velocità aggiunge la difficoltà estrema con un viaggio impossibile, in solitaria in mezzo a neve e ghiaccio, sulla parete Sud dell’Annapurna, 8.091 metri: 28 ore andata e ritorno dal campo base. Un successo che vale il Piolet d’Or 2014, massimo riconoscimento alpinistico e che lascia incredulo il mondo dell’alpinismo. Tanto che non mancarono le polemiche. Lo svizzero non riuscì a scattare foto in vetta perché una scarica di neve aveva fatto cadere nel vuoto la sua macchina fotografica. Non tutti erano convinti della sua impresa epica. Ma dopo giorni di discussioni due alpinisti francesi che stavano facendo la stessa via (percorsa in cinque giorni) misero fine alle controversie dichiarando di averlo visto in cima.
Prima aveva provato già due volte ad affrontare la paurosa parete Sud dell’Annapurna: nel 2007 (ancora non aveva scalato nessun Ottomila) fu fermato da una scarica di massi. L’anno dopo con il compagno di cordata abbandonò il tentativo prima di cominciare per soccorrere un alpinista spagnolo che si era sentito male a 7.400 metri. Fu una corsa contro il tempo e una gara di solidarietà. Ueli fu l’unico a raggiungerlo, ma lo spagnolo gli morì fra le braccia.
L’alpinista svizzero è stato più volte compagno di scalata di Simone Moro, che ora si trova al campo base del Kanchenjunga in Nepal. Insieme avevano rischiato la vita nell’estate del 2013 sulla parete del Lhotse perché furono aggrediti a colpi di pietre e ghiaccio e minacciati con un’ascia da alcuni sherpa che stavano sistemando corde fisse per le spedizioni commerciali. Nell’estate del 2015, sulle Alpi, aveva scalato in 62 giorni le 82 cime oltre i Quattromila spostandosi a piedi, in bici o con il parapendio. In un video postato prima di partire per l’ultima spedizione in l’Himalaya, Steck aveva spiegato di sentirsi pronto: «Il mio fisico non è mai stato così forte».
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T utte le vette sono state conquistate, sulle Alpi e fuori. Anche le più dure pareti sono state scalate. Non esistono più gli «ultimi problemi». Dove va l’alpinismo? Il divorzio dell’arrampicata sportiva ha creato due separati in casa e molte volte neppure più in casa, visto che alpinismo e arrampicata non condividono ormai più neppure la montagna. L’arrampicata vive un’esperienza sempre più iniziatica nel superamento di difficoltà ormai da incubo, oltre il dodicesimo grado, appannaggio di pochissimi ginnasti. Quanto all’alpinismo, che si mantiene fedele al terreno d’avventura dell’alta montagna, due sono le frontiere del nuovo millennio: le invernali in Himalaya, legate al nome di Simone Moro, e la velocità, che ha avuto in Ueli Steck il suo simbolo. In alpinismo il tempo è importante. Gli orari devono essere rispettati per ragioni di sicurezza: quando il sole è alto e le temperature salgono, la neve diventa molle, procedere sulle creste e sui ghiacciai è pericoloso, possono cadere i sassi e staccarsi le valanghe. Ma c’è un’altra velocità, quella strabiliante dei recordman. Domina alcune pratiche della montagna, cresciute nella galassia dello skyrunning. Ascensioni e traversate che un buon alpinista porta a termine in due giorni, loro le concludono in una manciata di ore. Poi c’è un altro tipo di performance, praticata sulle grandi ascensioni estreme, veri e propri miti dell’alpinismo, rimasti prerogativa del gotha degli scalatori. Andare veloce su quei percorsi significa tre cose: straordinaria abilità tecnica; sicurezza profonda, quella che viene da dentro, dopo una lunga consuetudine con il mondo verticale; preparazione atletica senza confronti. Ueli Steck era il campione di tutte e tre queste doti. Nessuno aveva mai neppure concepito quello che lui ha fatto con la sprezzatura dei grandissimi alpinisti, di quelli che se ne annoverano quattro o cinque ogni secolo. È stato un formidabile dissacratore di mostri sacri, ma lo ha fatto senza protervia, con l’umiltà di chi sa che la più forte resta sempre lei, la montagna.