National Geografic, 1 maggio 2017
Dall’antico Egitto a Csi
Arriva dall’epoca dei faraoni un aiuto inaspettato per le squadre scientifiche di tutto il mondo. Nuove ricerche hanno infatti dimostrato che un pigmento chiamato blu egiziano, la cui formula risale acirca5.250anni fa, può servire a rilevare le impronte digitali su superfici difficili.
Considerato il più antico pigmento sintetico conosciuto, il blu egiziano si trova in pitture tuttora visibili su sarcofagi, statue e pareti tombali. Affascinati da questo colore così persistente, già da qualchedecenniogli scienziati moderni ne hanno individuato la composizione chimica. Più di recente hanno scoperto che quando viene esposto a un certo tipo di luce emette radiazioni nel vicino infrarosso, una caratteristica rara dal notevole potenziale per le indagi forensi.
La polizia sparge sulle superfici rilevanti della scena di un crimine una polvere di colore contrastante che aderisce alle caratteristiche uniche di qualsiasi impronta digitale, fornendo la prova visiva che qualcuno era presente sul luogo. Ma rilevare le impronte su una superficie lucida o decorata in rilievo può essere difficile, e in questi casi il blu egiziano può fare la differenza.
Il pigmento viene spennellato normalmente, poi la superficie viene fotografata con un filtro sensibile al vicino infrarosso, mettendo in rilievo eventuali impronte. Un’azienda sta già mettendo la polvere sul mercato, dice il chimico forense australiano Simon Lewis, che ha partecipato alla ricerca. «Riteniamo che entro breve verrà utilizzata dalle forze dell’ordine», aggiunge.