la Repubblica, 1 maggio 2017
Il treno rosa
VILLANOVA DI FORLí Tra Forlì e Reggio Emilia, all’inizio della tappa 12 del Giro numero 100, quasi duecento biciclette passeranno sulla via Emilia e un vecchio uomo dalle mani enormi, la parlata svelta, la memoria di ferro le sentirà passare. Dovrà sporgersi sul muretto di una villa che è un po’ casa, un po’ fattoria, «l’ho tirata su con i soldi della bicicletta, che sono stati abbastanza, quanto un operaio mai avrebbe immaginato allora e mai nemmeno adesso», museo anche, un sacrario a quel che Ercole Baldini è stato, è, resterà. Bello, da strappare il fiato: «Venga, le faccio vedere la bici del record dell’ora, con questa ho battuto il primato di Anquetil, al Vigorelli», era il 1956. Per tutti, Baldini era il “Direttissimo di Forlì”, un treno veloce e regolare, che stantuffava sui pedali anziché sulla rotaia e che aveva dentro la pianura e una strada lunga e dritta. «Diventai corridore accodandomi a tre professionisti romagnoli che passavano davanti a casa mia in allenamento, Ortelli, Ronconi e Minardi, mi mettevo dietro di loro con la bici di mamma e provavo a tenere duro, e tenevo, tenevo forte, se ne accorsero, mi segnaralono ad Eberardo Pavesi e alla Legnano». Padre bartaliano, la fatica pronta per la vita, campagna o bicicletta fatica sarebbe stata. Baldini lo scelse la strada.
Oggi, a 84 anni, a Baldini restano l’orgoglio e la vanità d’essere il più anziano corridore vivente ad aver vinto il Giro. Accadde nel 1958, ne fu il dominatore, pur non essendo tagliato, dissero e disse, per le grandi montagne. Però, nell’ultimo Giro di un ormai trentanovenne Fausto Coppi, il giovane Baldini, già oro olimpico a Melbourne nel ‘56, sfruttò le cronometro e un percorso non terribile. «Vinsi la crono di Comerio e presi la maglia rosa, fu una gioia enorme ma per non sforzare la squadra la lasciai quasi subito. Rivinsi bene ancora a cronometro a Viareggio, Coppi non era più lui, in compenso corsi contro i due scalatori più forti di ogni tempo, Gaul e Bahamontes». Gaul, l’Angelo della Montagna: «Dopo la vittoria a Bosco Chiesanuova, me li trovai quasi alleati contro di me, soprattutto nella tappa di Bolzano. Sul Pordoi scattarono a ripetizione, restammo in tre, a un certo punto dissi “sapete, signori, adesso scatto io” e me ne andai. Avevo delle gambe formidabili». Il Vigorelli salutò a fine Giro Baldini in rosa, “è nato un nuovo Campionissimo, uno che metterà in ombra Binda, Coppi e Bartali”, scrisse la Gazzetta.
Nel ‘58 arrivò anche il Mondiale, a Reims, dentro una faida azzurra mascherata dall’iride: «Pronti via e parte una fuga a tre con Nencini. Ero in gruppo quando Coppi si avvicina e dice “vai Ercole, entra nella fuga”. Fausto era il ct in corsa, Binda quello in ammiraglia. Non capii la tattica ma mi adeguai, Coppi aveva del veleno, mosso dalla Dama Bianca che vedeva in me la nuova stella che l’avrebbe offuscato. Entrai nella fuga e non ci videro più. Alla fine staccai Bobet e Darrigade, 2’ sul secondo». Campionissimo. Tre anni così. Poi il declino, troppo rapido, per un’operazione di appendicite. Un Tour buttato via sul Puy de Dôme, il solo rimpianto. Negli anni buoni, Baldini è stato il più grande corridore del mondo, oggi è una leggenda che vive, elenca ordini d’arrivo, colleziona.
Il suo museo l’ha messo su da solo, per visitarlo bisogna telefonare, risponde Baldini Ercole, vi accompagna lui: «Questa è la maglia rosa, questo il pupazzo vinto al Musichiere, questa la bici del mondiale di Reims, con questa ho vinto il Baracchi correndo con Coppi», e libri, tantissimi, «ogni anno mi faccio mandare tutto quel che sul ciclismo è stato pubblicato da tutte le case editrici italiane». Il ciclismo gli piace ancora: «Non vedo l’ora che inizi il Giro, sto contando le ore e so che sarà un Giro speciale, il numero 100, quello che vinsi era il 41°. Nibali mi somiglia e può vincere in molti modi, Quintana in un modo solo, lui è come Gaul, in montagna non lo tieni ma sul passo può perdere terreno anche in pianura», in quel ciclismo forse, successe una volta a Gaul, per una fermata di troppo a far pipì. «Nel ciclismo si vince col sacrificio, con la fortuna, con la disciplina, oggi come cent’anni fa. La bicicletta non cammina da sola se non la spingi con tutto quello che hai, e quel che hai lo sa la tua coscienza, se ti sei allenato bene, se hai mangiato bene, se sei andato a letto presto». Questo ritaglio? «Io e Coppi al Baracchi». Se lo ricorda Alessandro Fantini? «Certo, era un velocista della mia epoca, morì in gara, al Giro di Germania». Anche Scarponi è morto da ciclista: «È morto da lavoratore, è una morte bianca la sua, è morto come si muore scivolando da un’impalcatura, rovesciandosi col trattore, sbagliando di poco una manovra. I ciclisti sono esposti al pericolo come e più di altri sportivi, sono creature fragili, dai corpi esili e dal cuore grande, se devono allenarsi lo fanno, se devono rischiare lo fanno, non puoi cambiare la loro natura, non la cambiano le epoche, non la cambia la tecnologia. La bici sta in bilico ed è fatta in modo che per restare in piedi devi muoverti, non puoi stare fermo». È un po’ come scrisse David Foster Wallace: “Non puoi uccidere il tempo col cuore. Tutto richiede tempo. Le api si devono muovere rapidissime per restare immobili”. Verranno in duecento, passeranno da qui, quest’asfalto, questa villa e questa vita: «Il ciclismo dovrebbe, e non lo fa, conservare meglio la sua memoria. I musei della bicicletta in Italia sono mal sopportati, mal tollerati, mal gestiti, il Coni fa poco, anzi niente. Questo vorrei: tenere accesa la fiamma. Raccontare ancora, raccontare sempre».