Corriere della Sera, 1 maggio 2017
La favola di Alona, la «regina del Negev» che ha trionfato con la squadra degli ultimi
GERUSALEMME Beersheva sta a un centinaio di chilometri da Tel Aviv, ma è come se la sabbia ricoprisse un altro pianeta. Sonnacchiosa, polverosa, periferica, dimenticata, isolata. Neppure gli investimenti per sostenere l’università Ben Gurion erano riusciti a rilanciare la città in mezzo al Negev, troppo vicina alla Striscia di Gaza e troppo lontana dal resto Paese.
Il nuovo stadio Turner, 16 mila posti, è una vera «cattedrale nel deserto», visto che si affaccia sulle valli pietrose e qui le famiglie vengono a pregare: per la squadra locale che sabato sera ha vinto il campionato con tre partite di anticipo. È la seconda volta di fila, quando è successo nel 2016 dall’ultimo titolo erano passati quarant’anni e molte retrocessioni.
Che sugli spalti a incitare l’Hapoel non vadano solo agguerriti tifosi maschi è l’orgoglio di Alona Barkat, la presidentessa – o regina del Negev come la chiamano i sostenitori. Ha acquistato la squadra nel 2007 in saldo (per 1,7 milioni di euro) perché voleva investire in attività sociali e di volontariato, un’amica le aveva detto che attorno al calcio poteva costruire progetti per i ragazzi di famiglie difficili. Come sono tante a Beersheva, dove la popolazione è composta da immigrati ebrei dai Paesi nordafricani e alla periferia della sua periferia si accampano i beduini.
Unica donna a possedere una società di calcio in Israele, è diversa dagli altri proprietari anche per le regole che ha imposto ai suoi tecnici: «Ho stabilito che il razzismo e il sessismo non possono entrare al nostro stadio – ha spiegato al giornale online Times of Israel —. Abbiamo giocatori ebrei, musulmani, cristiani. Tutti vengono giudicati in base ai meriti». A differenza di club come il Beitar di Gerusalemme, la cui dirigenza continua a cedere alle pressioni degli ultra razzisti e ormai evita di scritturare giocatori musulmani.
Le vittorie non sono arrivate subito e Alona è stata guardata con superiorità dall’alto della curva, i tifosi non erano pronti a lasciarsi condurre da una donna. «Prima di comprare la squadra – ha raccontato in un’intervista al New York Times, il quotidiano americano – sono stata solo una volta a Beersheva, anche se sono cresciuta nel sud di Israele». Continua a vivere a Tel Aviv con il marito Eli, fratello del sindaco di Gerusalemme: insieme i Barkat hanno staccato il biglietto milionario degli investimenti nelle start-up tecnologiche.
L’Hapoel Beersheva ha un budget che è un terzo di quello del Maccabi Tel Aviv – i più titolati, sconfitti sabato e ormai a 11 punti di distanza – e ha battuto anche l’Inter l’autunno scorso in Europa League. Gli ingredienti per la rivoluzione sono stati elencati da Haaretz, il giornale della sinistra israeliana: «Determinazione d’acciaio, una genialità tranquilla per il comando e un’enorme riserva di amore. Condensati in una donna».