CorrierEconomia, 1 maggio 2017
Viaggio in una Repubblica fondata sui vitalizi
Alla Camera costano di più i vitalizi per i parlamentari cessati che non gli stipendi di quelli in servizio: 135,4 milioni contro 128,4. Stessa situazione anche per il personale di Montecitorio: i pensionati costano 256,87 milioni contro i 232 del personale in servizio. Addirittura il costo delle pensioni del personale e degli ex deputati pesa per oltre il 41% sui costi totali (392,3 milioni l’anno su 949). Le stesse osservazioni valgono per il Senato.
Occorreva quindi correre ai ripari. E così, dopo la riforma delle pensioni Monti-Fornero del 2011, entrata in vigore nel 2012, sia i due rami del Parlamento sia i consigli regionali (con qualche variante) approvarono una serie di modifiche ai vitalizi. Il nuovo regolamento della Camera approvato il 30 gennaio 2012 ha cancellato il vitalizio, introducendo la «pensione dei deputati». Palazzo Madama ha fatto lo stesso con la «pensione dei senatori». Il metodo con cui viene calcolato l’assegno è quello contributivo, che lega la prestazione previdenziale ai contributi effettivamente versati. Il nuovo sistema si applica a tutti i deputati in carica al primo gennaio 2012, a quelli che verranno successivamente eletti e a tutti quelli che hanno esercitato il mandato parlamentare prima di questa data (a questi ultimi col criterio del «pro rata», vecchio sistema di calcolo per i periodi fino al 2011, contributivo dal 2012 in poi). Anche le regole per ottenere l’assegno sono cambiate. Ora occorrono almeno 4 anni e mezzo di mandato per cui se la legislatura si conclude anticipatamente, i contributi sono persi definitivamente nel caso in cui il parlamentare non venga più rieletto o serviranno per essere cumulati con altri periodi di mandato, se rieletto.
I primi tagli
La scelta pare incoerente e non tiene
conto della totalizzazione di tutti i perio-
di contributivi in vigore creando inoltre
problemi: se l’attuale legislatura finisse
prima del 15 settembre, circa 400 deputa-
ti e 192 senatori eletti per la prima volta
nel 2013, perderebbero il diritto a pensio-
ne e anche i contributi nel caso, probabi-
le, di non essere rinnovati. La norma, eccessivamente rigida ma anche carica di
rischi politici, è indice di modesta capacità gestionale.
In termini di prestazioni, il nuovo metodo di calcolo produce una significativa riduzione dell’importo rispetto al precedente vitalizio. Secondo i conteggi effettuati a Montecitorio «un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, che cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese (…). Se, invece, l’onorevole eletto sempre nel 2013 a 39 anni, sarà riconfermato fino al 2023, con due legislature alle spalle potrà andare in pensione nel 2034 (a 60 anni) incassando circa 1.500 euro al mese. Entrambe le simulazioni, ipotizzano che i contributi accantonati nell’arco della carriera parlamentare siano gli unici versamenti effettuati nell’intera vita lavorativa».
Conti e privilegi
Rifacciamo un po’ i conti: il deputato paga l’8,8% dell’indennità parlamentare lorda che attualmente vale 10.435 euro al mese, quindi circa 900 euro al mese per 12 mesi; a questi contributi si aggiungono quelli pagati dal datore di lavoro Camera pari a 2,75 volte la quota pagata dal deputato cioè circa 2.520 euro al mese. In 5 anni quindi viene versato un montante contributivo di circa 205 mila euro. A 65 anni (non 66 anni e 7 mesi come tutti gli altri lavoratori) riceverà una pensione tra 900 e 970 euro al mese per 12 mensilità. Supponendo che l’onorevole viva fino all’aspettativa di vita media che per i maschi è di 80 anni circa, percepirebbe in 15 anni una somma di circa 171 mila euro. Una eventuale pensione di reversibilità pari al 60% della pensione diretta nel caso di coniuge femmina si protrarrebbe, sempre in base alla vita media, per ulteriori 5 anni, per una somma pari a 34 mila euro circa. In totale quindi l’onorevole e il coniuge percepirebbero 205 mila euro, coperti dai contributi e dalla rivalutazione (33 anni) degli stessi sulla base della media quinquennale del Pil. Con 2 legislature incasserà una «pensione parlamentare» di 1.500 euro al mese che però decorrerà dal compimento dei 60 anni in quanto il Regolamento prevede la riduzione dell’età di pensionamento di un anno ogni anno parlamentare superiore al quinto fino appunto a un limite di 60 anni. In questo caso avrà versato circa 410 mila euro: in 20 anni (più gli eventuali 5 anni di reversibilità) incasserà una somma pari a 360 mila più 54 mila.
Equità
Rispetto al passato, secondo alcune simulazioni, la situazione è migliorata per le casse dello Stato poiché a parità di anzianità contributiva per i vecchi parlamentari, uomini o donne, l’incasso era pari a 5,33 volte il versato. Con l’adozione dei nuovi coefficienti di trasformazione in vigore fino al 2018, le prestazioni pensionistiche si ridurranno di circa il 4,5%.
Tutto bene dunque? Non tanto: 1) anzitutto i calcoli li abbiamo fatti supponendo che l’importo della pensione sia lordo, ma non abbiamo alcuna documentazione da Camera e Senato per cui se l’importo fosse netto i conti salterebbero; 2) le età di pensionamento sono più favorevoli rispetto ai normali lavoratori: 65 e 60 anni, contro 66 anni e 7 mesi; 3) restano poi alcuni privilegi per le pensioni di reversibilità che prevedono maglie più larghe per figli e genitori: 4) infine, visti i dati di bilancio, sarebbe stato forse più equo (cancellando il dubbio del privilegio) prevedere per i vecchi vitalizi (ma anche per l’ex personale) un minimo di contributo di perequazione per ridurre le distanze tra la vecchia e la nuova modalità di calcolo anche se l’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato la proposta del Pd sul contributo di solidarietà per tre anni a partire dal primo maggio a carico degli ex deputati titolari di vitalizio. Il contributo sarà del 10% per i vitalizi da 70mila a 80mila euro, del 20% da 80mila a 90mila euro, del 30% da 90mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100mila euro annui, per un risparmio annuo di soli 2,5 milioni per la Camera e circa la metà per il Senato.
In tema di privilegi, e di esempio, forse si poteva fare di più.