il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2017
Il super musulmano uccide per narcisismo, non per fede
In un contesto mediatico dominato dalla minaccia del terrorismo, il dibattito pubblico accarezza, a cadenza regolare, un interrogativo: il radicalismo islamista rappresenta la degenerazione di un certo modo di intendere la religione o si tratta di un fenomeno che non ha nulla a che vedere con l’Islam, inteso come complesso teologico? È una domanda a cui Fethi Benslama, psicoanalista e docente di Psicopatologia clinica all’Università Paris-Diderot e membro dell’Accademia tunisina delle scienze, lettere e arti, ha cercato di rispondere, servendosi della sua esperienza di terapeuta nel quartiere Saint-Denis, teatro di parte degli attentati subiti dalla Capitale francese, nel 2015. Lo ha fatto in un libro (Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermusulmano, pp. 140, Raffaello Cortina Editore) che fin dal titolo segnala l’originalità dell’intuizione: ovvero che la dicotomia tra fondamentalismo “di stretta matrice religiosa” e radicalismo “estraneo alle dinamiche di fede” perde di senso, se confrontata con il profilo psicologico del terrorista/martire contemporaneo.
Per Benslama, infatti, è più utile introdurre una terza categoria: quella di “supermusulmano”, definito come individuo “portato a superare il musulmano che egli è attraverso la rappresentazione di un musulmano che deve essere ancora di più”. In altri termini, la dimensione politica della propaganda politico-religiosa interseca una fragilità psicologica a essa estranea, ma funzionale ai suoi interessi. Tertium datur, si potrebbe dire. Naturalmente, appare di primaria importanza indagare i motivi di questa fragilità. Benslama li rintraccia, da un lato, nella frustrazione che ha afflitto le società islamiche a seguito di eventi storici nefasti, come il conflitto iracheno, dall’altro, nelle difficoltà di integrazione dei giovani di cultura musulmana in Occidente. Il potenziale terrorista è spesso un soggetto dall’identità precaria, che cerca di ovviare alla mancanza di solidità aderendo a una “superidentità” che gli viene fornita dai modelli propagandistici dell’Islam politico. Sono aspetti che abbiamo approfondito anche noi in Nella mente di un terrorista (in uscita per Einaudi). Benslama, però, si concentra su un aspetto specifico – ma distintivo – delle strategie islamiste: il ricorso ad attentatori suicidi o a militanti che, se non altro, accettano con stupefacente leggerezza il rischio di un esito fatale dell’azione.
Lo psicoterapeuta tunisino introduce il concetto di “appropriazione” per spiegare come il desiderio di un’identità forte comporti, talvolta, la scelta dell’estremo sacrificio: “Il soggetto vuole reinventarsi, appartenersi. E questa appropriazione coincide con la modificazione dei limiti più importanti dell’esistenza umana. (…) Il passare all’atto nasconde spesso il desiderio di trasformazione, di cambiare pelle a costo di rimettercela”. Specialmente, se si risponde a una personalità narcisista. Ancor di più, se il narcisismo viene frustrato da fattori esterni, come la marginalizzazione sociale. L’immagine è efficace. E si potrebbe condurre il discorso oltre, partendo proprio dalla definizione di “supermusulmano”.
L’intuizione più originale di Benslama, infatti, è di ordine terminologico. La definizione dichiara una parentela con l’idea nietzschiana di “superuomo”, ed è agevole intuirne il denominatore comune: quella ricerca di senso generata dalla cosiddetta “morte di Dio”. Può sembrare un paradosso, trattandosi di un sacrificio in nome della fede, ma la contraddizione è solo apparente: il sacrificio di sé denuncia proprio la ricerca di un fine o, per meglio dire, di un accesso personale al significato dell’esistenza. È uno schema non dissimile da quello che muoveva i “kamikaze” per eccellenza: gli aviatori giapponesi della seconda guerra mondiale. In una società come la loro, caratterizzata dalla preponderanza del collettivo sul singolo, il coraggio militare apriva le porte di un olimpo esclusivo, che soddisfaceva le esigenze di autoaffermazione represse. È un territorio escatologico – e psicologico – che ricorda da vicino il paradiso di “prima classe” destinato ai martiri dell’islamismo.
Il suicidio consacrato a un obiettivo ideologico, dunque, è solo superficialmente in contraddizione con lo spirito di autoconservazione. Consiste, al contrario, in una volontà di “superconservazione“che si sostituisce a quella di base: il desiderio di “restare” si trasferisce dal piano della fisiologia a quello del ricordo, alimentato dal proprio gruppo di appartenenza.
È un processo legato a pulsioni narcisistiche. Ed è proprio qui che arriva un’altra felice osservazione dell’autore: la natura delle relazioni politiche può limitare o potenziare queste spinte. Un sistema autoritario, in cui il cittadino/suddito si confronta con un vertice “istituzionalmente narcisistico”, è destinato a introiettare quel modello.
La democrazia – e Benslama cita il caso assai sottovalutato della Tunisia – può favorire, all’opposto, norme di comportamento virtuose. Uno spunto su cui riflettere, negli anni del populismo rampante e dei richiami sempre più forti al governo dell’uomo solo, che tutto vede e provvede.