Libero, 1 maggio 2017
«La mia vita in tv con Mentana. Ho scoperto la colpa dei politici». Intervista a Alessandra Sardoni
Alessandra Sardoni, la giornalista di La7 che appassiona sul tg di Enrico Mentana e alla conduzione di Omnibus parlando di politica e retroscena, sforna Irresponsabili. Scritto in un anno e mezzo notte e giorno, edito da Rizzoli, 18 euro, 260 pagine, il libro sul «potere italiano e la pretesa di innocenza» parla dei leader che non sanno ammettere gli errori.
Alessandra, leviamoci il dente. Ci dice quali sono le gioie e i dolori di avere un direttore come Enrico Mentana?
«Se dico solo “gioie” sarei ruffiana, quindi mi lamenterò del fatto di stare tanto al freddo. Scherzo. Mi ritengo fortunata, libera. Mentana chiede: “Cosa ne pensi?”, ha rivoluzionato la figura dell’inviato. Un piacere».
Nel suo libro parla dei politici che non si assumono le proprie responsabilità. Nell’introduzione apre con le roboanti parole di Matteo Renzi. È lui che lo ha ispirato?
«No. Da qualche anno riflettevo su un tema: la personalizzazione della leadership non corrisponde a una maggior responsabilità individuale sul piano politico. Renzi è stato una specie di cartina di tornasole. Vuoi vedere che lui smentisce la mia teoria? No. Non è stato così».
Però, scusi, Renzi aveva detto che si sarebbe dimesso e si è dimesso.
«Il libro non è su Renzi, ma l’ex premier era colui che disse: “Tradurrò la parola accountability in italiano”. Con le sue dimissioni non ha mantenuto la parola: lui aveva proprio detto che avrebbe lasciato la politica. Doveva dare subito le dimissioni da tutte e due le cariche, premier e segretario Pd, perché è il teorico del doppio ruolo, concetto mal digerito da tanti».
«In qualsiasi altro paese X o Y si sarebbe dimesso». Lo sentiamo spesso. Perché l’irresponsabilità è una tipicità italiana?
«Quella frase, che non mi piace perché è un luogo comune, è una forma di deresponsabilizzazione. Esprime una rassegnazione all’anomalia. Segue sempre un: “Va bene, ma noi siamo in Italia...”».
Però a volte è vera. Prendiamo il primo capitolo sull’irruzione della polizia alla Diaz a Genova nel 2001.
«È stato un fatto talmente grave che è stato assurdo non abbia avuto conseguenze e che non sia stata ricostruita la catena di comando. Dopo le violenze a Seattle il capo della Polizia si dimise. A Colonia, dopo quattro giorni, pure. Dopo il G8, quelle del capo della Polizia De Gennaro (nel libro ribattezzato Lo Squalo, ndr) e del ministro degli Interni Scajola sarebbero state doverose. Su Fini non so: era il vicepremier e il suo fu un comportamento strano, stava in un luogo in cui non doveva stare, in prefettura a Genova».
Insisto, perché l’Italia è così?
«Non sono una sociologa. Forse ha a che fare con una cultura che non concepisce l’andare fino in fondo, abbiamo plasmato un sistema che ci mette al riparo dalla responsabilità. La stessa legge proporzionale purtroppo va in quella direzione, poi ci sono modelli burocratici che difficilmente permettono di risalire alla colpa. Non abbiamo forme di denuncia sociale. Se vediamo un vicino di casa che infrange la legge di solito ci facciamo gli affari nostri. Il libro racconta le varie vie di fuga dalla responsabilità. Un’altra forma per scappare è sminuirsi, dire “non ho così tanto potere per...”».
Per esempio?
«Nel secondo capitolo parlo di Ettore Incalza (ex dirigente del ministero delle Infrastrutture, ndr), arrestato nel 2015 per corruzione, disse: «Io non ho veramente quel potere». Frase che usano anche i premier: “Non mi fanno governare”».
Qualcuno che si dimette c’è: i casi Maurizio Lupi e Cancellieri.
«Quelle di Lupi, che non era indagato, ma solo imbarazzato (per il Rolex che Incalza regala al figlio, ndr) sarebbero state dimissioni molto importanti, peccato però che non ci sia stata una presa posizione pubblica da Renzi, di cui Lupi era ministro, una dichiarazione del tipo: “Ha sbagliato”. Disse semplicemente: “È stata una scelta di Lupi”. Cosicché, quando Renzi ha avuto problemi con Consip e gli hanno rinfacciato il caso Lupi, lui ha detto: “Non gli chiesi io le dimissioni”.
Secondo lei, quindi, quale dovrebbe essere il criterio che spinge il leader di turno a levare le tende?
«Non necessariamente il fatto che sia indagato o meno, perché così ci si mette nelle mani della magistratura. Anche Renzi è caduto in questa “delega”. Quando i fatti sono accertati, il politico dovrebbe fare un passo indietro. Come per i comportamenti che offendono il ruolo che ricopri o che rendono ricattabili. Credo nelle istituzioni, non è un libro anti-casta. Ci vorrebbe un’etica pubblica condivisa. Se no vigono doppiopesismo e relativismo».
Infatti, come lei nota, «Maria Elena Boschi aveva chiesto le dimissioni della Cancellieri, non indagata» ma poi lei è rimasta salda al suo posto quando è finita nei guai.
«Sono anche cose diverse. La Cancellieri aveva telefonato personalmente alla compagna di Ligresti, la Boschi no, ma effettivamente c’è stata intransigenza in un caso e non successivamente. Il ministro Lotti era indagato ma è rimasto. Come vede non c’è una regola. E capita allora di sentire frasi come quelle della Boschi o di Renzi: “Non lascio per un senso di responsabilità”. Come Bassolino sull’emergenza rifiuti. Stupendo, no?».
Altra via di fuga dalla responsabilità: il complotto.
«Come quello dopo la fine del governo Berlusconi nel 2011: Tremonti, Brunetta e altri spinsero la teoria del complotto di Napolitano e la congiura internazionale ai danni dell’Italia».
Poi c’è il «capro espiatorio. Ma scusi, non è finalmente la prima vera inviduazione del colpevole?
«Sì, è l’unica eccezione. Ma di solito travolge qualcuno che non ha sufficiente potere. Prendiamo Elsa Fornero, ex ministro di Monti. Personalizza il suo ruolo sin da subito, dal giorno delle lacrime, mette il suo nome alla riforma più odiata della storia, non è amata per il carattere, tecnica. Ma a differenza di altri non si è tirata indietro».
Non salverà mica la Fornero?
«Un po’ sì. Sul caso degli esodati, i numeri alla fine non erano quelli che aveva detto Mastrapasqua, ma più bassi. Si è presa la responsabilità di una riforma che nessun politico avrebbe fatto».
Infatti non è un politico.
«Infatti. In qualsiasi
altro Paese scusi an-
cora per la frase fatta -
pensioni l’avrebbe fatta un governo politico. Poi ovvio anche lei i suoi errori li ha fatti».
E cosa dice della Raggi? Indagata, non si è dimessa.
«Anche i grillini usano la famosa frase ma poi fanno dimettere gli altri. Non accettano di sanzionare i loro. Hanno aggiustato il proprio codice quando prima hanno chiesto la caduta di tante teste».
Quando da «irresponsabili» si diventa «impresentabili»?
«Quando sei in una condizione oggettiva in cui dovresti dimetterti ma resisti perché in quel momento hai molto potere. Come Alfano per il caso Shalabayeva. Se Alfano fosse caduto in quel momento, avrebbe pesato troppo sul governo Letta quindi era essenziale».
Scusi, ma se la politica non individua e punisce mai il colpevole, non viene naturale allora pensare: beh, meno male che c’è la magistratura, lì almeno una sentenza c’è.
«È il punto del libro. La politica ha rinunciato al piano dell’etica e ha demandato alla magistratura. Con il rischio che questa abbia troppo potere, anomalia della democrazia: i magistrati non sono eletti. Ho fiducia nella politica, credo nelle leadership personali e spero che non si torni al proporzionale. Le azioni politiche è meglio che abbiano un nome e un volto».
Ho letto che lei era dei Ds.
«No. Non mi espongo. Il mio primo libro criticava il centrosinistra ma non ho mai votato per il centrodestra. L’accusa ai meccanismi consociativi di Irresponsabili è trasversale. E non vengo dalla politica».
Però quando lavorava a Videomusic ha iniziato a fare la cronista politica “grazie” (o “per colpa”?) della discesa in campo di Silvio Berlusconi.
«Sì. Come i giovani colleghi di oggi che seguono il Movimento 5 Stelle Perché sono rivoluzioni, fatti di rottura che creano nuovi spazi, nuovi contatti, fonti, un’agenda da zero. Se all’epoca mi fossi dovuta introdurre nelle logiche della Prima Repubblica avrei fatto fatica».