la Repubblica, 1 maggio 2017
I cinquant’anni del Ciao com’era bello il motorino
Cinquanta anni fa. Tra le automobili dalle tinte pastello (l’850 e la 500 Fiat o il Maggiolino Volkswagen) le vedevi passare in sella al Ciao con le minigonne, il cerchietto e le calze trasparenti. E, sulla bici con le rotelline, sognavi di diventare grande come loro. Grande abbastanza per correre in strada sulla Graziella (la bici che si piegava e potevi metterla addirittura nel bagagliaio più piccolo) con il cestino e poi, un po’ più lontano, con il motorino, magari bianco oppure rosa.
Sì, il “motorino” che ancora non si chiamava scooter ma era già ciclomotore. Semplice quasi come la bicicletta, ma più veloce. Più bello del Mosquito e più light della Vespa. Con il cavalletto, il manubrio, i pedali, il serbatoio per la miscela, le ruote con i raggi, il sellino nero con la targhetta, il fanalino rotondo e la magica scritta: il Ciao della libertà. Quello che potevi avere solo in cambio della promozione con almeno la media dell’8.
Cinquanta anni fa. C’erano i voti, l’appuntamento con Carosello, le canzoni di Rita Pavone, la Nutella. E a Pontedera, esattamente l’11 ottobre 1967, nasceva il ciclomotore che, insieme ai pantaloni a zampa, ha fatto per anni girare la testa alle ragazzine italiane.
Il Sessantotto bussava alla porta, ma alle elementari il grembiule bianco con il fiocco blu era un diktat. Qualche anno più tardi non c’era teen-ager italiana che potesse fare a meno del Ciao, a costo di interminabili discussioni con papà e mamma sull’acquisto. Il “sogno” costava 55.000 lire, aveva i freni tipo bicicletta, il motore orizzontale e la struttura portante formata da due semigusci in acciaio stampato. Leggero (40 chilogrammi) e maneggevole, faceva bella mostra di sé davanti a scuola, ma salirci in due era un’impresa: una in punta al sellino, l’altra nello spazio (poco) che rimaneva. E i libri (tenuti insieme con la cinghia) dietro, sul portapacchi, assicurati con un elastico- ragno. Del casco, allora, non c’era bisogno, anzi non costituiva obbligo. Il parapioggia si montava “a parte”. A metà anni Settanta il Ciao è già mito, il fanale anteriore è diventato grigio alluminio e pure i fianchetti laterali, il manubrio è a U e alle estremità dei freni c’è una pallina che permette di non farsi male quando si stringe l’asta. “Liberi chi Ciao” strillano i cartelloni pubblicitari per strada, “Giovani chi Ciao”, “Anni Ciao” e Carosello con un fortunatissimo spot del 1973 – per la regia di Tinto Brass – ha da tempo bollato le “Sardomobili”, ovvero le auto- scatole di sardine che “hanno cieli di latta” mentre la Vespa Piaggio ti fa vedere il mondo a colori.
Passa il tempo e il Ciao cambia sella, i gialli, i verdi, rossi si moltiplicano. Un successo di vendite via l’altro, fino al 2006, con oltre 3 milioni e mezzo di motorini sparpagliati in tutto il mondo. Un po’ più “Ecology” (1986), un tantino più “Teen” (con telaio rosso e cerchi bianchi), comunque più tecnologico e moderno, il mitico Ciao con i suoi 50 di cilindrata diventa piccolo piccolo rispetto agli scooter e agli scooteroni di nuova concezione. Una “pulce” nel traffico sempre più serrato che soffoca le città italiane. Chi ha il vecchio modello anni Settanta se lo tiene caro, rinunciando al comfort.
Nel 1995 si omologa perfino il modello “Mix” con miscelatore automatico e nel 2001 arriva anche la versione Euro 1 poi il motore catalizzato in linea con la normativa Euro 2, ma gli “Anni Ciao” sono ormai andati, inghiottiti da motoroni, due ruote dal design avveniristico, motori a due e quattro tempi con altre prestazioni. Gli appassionati del mito si mettono in Rete, si organizzano viaggi in Ciao (Bologna-Mosca oppure Roma-Lisbona), ci si scambia pareri su la “tolleranza” in chilometri del vecchio motorino, si fanno raffronti con la leggendaria Vespa. Di blog in blog comincia, insomma, l’operazione nostalgia che accompagna gli oggetti cari all’adolescenza. Soprattutto quelli che “coronano” l’idea un po’ ingenua di libertà giovanile.