Corriere della Sera, 1 maggio 2017
«Non siamo marci, così perderemo le donazioni». Intervista a Riccardo Gatti
Roma «Perché Di Maio e gli altri non vengono a bordo con noi invece di parlare a vanvera?». Al porto di Barcellona, Riccardo Gatti, 39 anni, direttore operativo dell’Ong Proactiva Open Arms, sta caricando coperte, bevande energetiche, cibo in scatola. Si prepara ad «andarne a salvare altri».
Perché lo fate?
«Mi hanno appena informato che Medici senza frontiere ha trovato due cadaveri. Questa è l’alternativa che hanno: o li salviamo o muoiono».
Il procuratore Zuccaro vi accusa di fare da «taxi» per gli scafisti.
«Mi sono stupito. Poi mi è montata l’amarezza. Ma credo sia inutile pensarci perché sono cose che non portano da nessuna parte».
Lei nega che migliaia di migranti vengano salvati prima di essere in pericolo?
«Certo. Chi continua a straparlare e a diffamarci non è mai stato in mare con noi. Erri De Luca, che è venuto, ci difende».
Possibile che non si sia mai accorto di qualcosa di strano in questi soccorsi?
«Al 150%, no. Glielo posso assicurare, per esperienza. Ho lavorato a contatto con tutte le Ong durante i soccorsi».
Però è necessario sapere dove prendete i soldi.
«Sì. È legittimo. Ma quello che non è giusto è presentare tutto come qualcosa di marcio. Perché così non è».
I vostri finanziatori sono noti?
«Massima trasparenza. Basta chiederci i bilanci. Non c’è nessun problema. A parte la privacy della vicina di casa che non vuole farlo sapere. Ma continuare così è pericoloso».
Pericoloso?
«La società civile comincia a non fidarsi e meno donazioni significano meno capacità di azione delle Ong. E questo vuol dire una cosa sola: più morti».
Ci sono multimiliardari come Soros che finanziano alcune Ong. Secondo lei perché lo fanno?
«Sono un po’ stufo di queste cose buttate lì a caso. I nostri bilanci sono pubblicati. Chiunque li può avere».
Non potrà negare che la vostra attività stia facendo aumentare il flusso verso le nostre coste.
«Certo che lo nego. La Guardia Costiera lo fa da 20 anni. È aumentato perché con la caduta di Gheddafi è più facile raggiungere la costa. E chi può prova a scappare. Per fermare gli sbarchi va cambiato il sistema economico e si deve smettere di vendere armi. L’Italia è ancora uno dei maggiori esportatori».
Quando li salva, si chiede a quale destino li consegna?
«Vengono da situazioni molto difficili. Una donna è arrivata assieme al bimbo di 4 giorni. Un ragazzo è sbarcato con una frattura esposta. In Libia si era sdraiato, lungo la strada con due amici. Loro li hanno uccisi e a lui hanno chiesto di scegliere se voleva un colpo in testa o in una gamba».
L’Italia può sopportare un simile flusso?
«Possibile che nel XXI secolo non si è ancora capito che le migrazioni sono un diritto e qualcosa di normale?».