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 2017  maggio 01 Lunedì calendario

Arthur Laffer: «Da Reagan a Trump, l’unica cura vincente è il taglio delle tasse»

"Trump ha fatto una mossa fantastica, eccezionale. Grazie al taglio delle tasse sulle corporation (che ha annunciato la settimana scorsa, ndr ) si amplierà la base imponibile, chiunque aveva qualche idea di evadere il fisco rientrerà nei ranghi perché adesso veramente non vale più la pena di correre il rischio di finire sotto processo, le nuove aziende vorranno venire a stabilirsi in America, quelle americane che avevano creato importanti filiazioni estere torneranno a casa..."

Arthur Laffer è un fiume in piena. Con l’entusiasmo che l’ha sempre contraddistinto, e con la cortesia di un consumato diplomatico che si barcamena da una vita fra i marosi della politica economica, “quella che impone scelte coraggiose” come dice lui stesso, saluta con immensa soddisfazione il progetto fiscale del presidente americano e soprattutto il taglio dell’aliquota sulle aziende dal 35 al 15%. Del resto, Laffer è l’ideologo del taglio fiscale. “C’è anche una parte del pacchetto che riguarda gli individui, con la riduzione delle aliquote da 7 a 3 e l’abbassamento della massima al 36% dal 39,5, ma è meno drastica e rilevante (” less dramatic “). Sarà comunque utile, così come lo saranno tutte le misure accessorie del pacchetto, dall’abolizione della tassa sulla successione al divieto per gli stati di confine di introdurre border tax, tasse di passaggio che avrebbero lo sgradevole sapore del protezionismo “. Già, il protezionismo: è una
minaccia? “Senta, la misura contro i canadesi (una specie di dazio sulle importazioni di legname, ndr ) non mi è piaciuta, ma è l’unica mossa di Trump che mi vede contrario. Per tutte le altre dozzine di misure che sta prendendo sono non solo d’accordo ma convintissimo che saranno vincenti e positive. E in confidenza, non credo che scatenerà una guerra protezionistica con la Cina o con l’Europa: vede, Trump è un negoziatore, un esperto di marketing, sa dosare gli annunci, anche le minacce, conserva volontariamente un coefficiente di imprevedibilità e poi piazza le mosse opportune. Ma state tranquilli, c’è da aver fiducia”. Donald Trump era ancora un ragazzone belloccio un po’ “ganassa” che si godeva i soldi di papà costruttore il 12 dicembre 1974. Non poteva immaginare che nelle stesse ore si stesse preparando quella che 43 anni dopo sarebbe diventata una carta fondamentale del suo imprevisto cammino da presidente. Arthur Laffer, che a 34 anni, fresco di PhD a Stanford che aveva fatto seguito all’Mba a Yale, era già uno dei più promettenti professori di economia dell’University of Chicago, è seduto al ristorante Two Continents dell’Hotel Washington della capitale americana con tre esponenti conservatori: Dick Cheney, che sarà vicepresidente con Bush jr., il futuro ministro della Difesa Donald Rumsfeld che allora era Capo di Gabinetto di Gerald Ford, e l’editorialista del Wall Street Journal Jude Wanniski. A un certo punto Laffer disegna su un tovagliolo un diagramma ( pubblicato in questa pagina ): è la famosa “curva di Laffer”, un piano cartesiano che reca su uno dei due assi, ascisse o ordinate che siano, l’aliquota fiscale e sull’altra l’andamento del gettito. “È passato così tanto tempo che quasi non me la ricordo quella serata: ricordo però che il Washington Hotel è un albergo di classe e se ho scritto su un tovagliolo di stoffa me ne scuso perché la mia mamma mi aveva insegnato a non rovinare la biancheria dei locali pubblici”, ride sereno Laffer. Il grafico sul tovagliolo gli fruttò l’incarico di capo dei consiglieri economici di Ronald Reagan per tutte le sue due amministrazioni dal 1981 al 1989. Poi una lunghissima carriera accademica spesa quasi tutta in California, dalla Usc Marshall School of Business di Los Angeles alla Pepperdine University di Malibu. Ancora oggi, lasciato l’insegnamento, a 77 anni lavora a tempo pieno nel suo think-tank Laffer & Associates di Nashville, Tennessee, che vende pregiate analisi a governi, grandi aziende, istituzioni. “Cosa potrei fare se non lavorare? Certo, ora me ne sto andando nel mio ranch in Kentucky per il weekend, duemila ettari di boschi e laghi dove vado a passeggio per ore con i miei cani. Ma anche lì mi insegue il lavoro: questo fine settimana viene una troupe della Bbc perché vuole intervistarmi su questa storia della “curva” che di colpo è tornata popolare”. A proposito di televisione, Laffer venne a Roma ospite di Repubblica Tv qualche anno fa e conquistò tutti per il suo argomentare schietto, chiaro e risoluto. Quando lo richiamiamo al telefono si ricorda subito con gioia di quell’incontro:” Repubblica da allora è il mio punto di riferimento per l’Italia”. Insomma, professore, Trump ha seguito i suoi consigli? “Ho avuto lunghi ed esaurienti colloqui con il nuovo presidente, prima durante e dopo il suo insediamento, e con tutti i membri del Gabinetto economico, che conosco alla perfezione uno per uno, dal vicepresidente Mike Pence che era mio compagno di studi a Yale al ministro del Tesoro Steven Mnuchin col quale abbiamo un lunghissimo percorso comune di ricerche e analisi. Insieme a lui e al capo del consiglio per la sicurezza economica Gary Cohn abbiamo aggiornato la “curva” e tutto il pacchetto di misure economiche, che riproducono in larga parte, ovviamente adattandole ai tempi attuali (l’inflazione tanto per fare un esempio oggi praticamente non c’è e allora era al 15% in America) le misure che si rivelarono vincenti ai tempi di Reagan. Quanto ad assumere incarichi ufficiali, preferisco evitare. Sto benissimo dove sono, con tanti ragazzi bravissimi che sarebbe un peccato abbandonare. Ma sarò sempre vicino a Trump e ai suoi uomini ogni volta che me lo chiederanno “. La curva di Laffer disegnata sul tovagliolo (l’originale è in mostra oggi al Museum of National Heritage di Washington), si legge così, nelle parole del suo autore: “Le aliquote salgono dallo 0% al 100%. In entrambi questi casi il gettito fiscale è zero. Nel primo caso perché non c’è tassazione, nel secondo perché le tasse si mangiano tutto il reddito e quindi non c’è nessun motivo di produrlo né di lavorare, salvo evadere che è lo stesso ai fini del gettito, zero. Come vedete c’è una curva degli introiti che sale gradualmente al salire delle aliquote. A un certo punto però s’inverte bruscamente e torna indietro fino a 100, cioè zero. Significa che c’è un punto oltre il quale alzare le tasse diminuisce anziché alzare il gettito. Secondo noi un’aliquota ottimale è intorno al 20-30% per le imprese. Con un’aliquota di 50 si incassa meno che con una di 30”. Trump vorrebbe fare addirittura di più, il 15% dall’attuale 35. “Beh, vediamo come andrà la discussione al Congresso. Diciamo che come base di partenza è ottima”. Laffer ricorda volentieri gli anni di Reagan, con il quale traccia una linea diretta di continuità pur a oltre trent’anni di distanza. “Appena arrivati alla Casa Bianca, all’inizio del 1981, ci mettemmo subito al lavoro per tradurre in pratica le nostre teorie. Così riducemmo le tasse sulle aziende, ampliammo le deduzioni, rivedemmo la politica degli incentivi e dei contributi. E dopo un po’ riducemmo da 15 a 4 le aliquote per gli individui, con la più alta al 32% dal 45 precedente”. Nacquero a quei tempi, su input di Laffer, altri due termini con i quali per tutti gli anni successivi abbiamo fatto i conti. Il primo è supply-side economy, l’economia dal lato dell’offerta, l’opposto della keynesiana economia della domanda: “Vanno rafforzate le aziende piuttosto che sostenuti i consumi, perché se le aziende pagano meno tasse, investono di più, assumono di più e riescono anche a pagare meglio i dipendenti. Tra l’altro, anche questo è un fatotre di crescita: visto che le aziende assumnono di più e su ogni dipendente ovviamente si pagano le tasse, ecco che il totale generale del gettito aumenta. Si crea insomma un entusiasmo, un humus favorevole da cui trae beneficio il Paese. E quindi, se me lo consentite, il mondo”. Il secondo termine è trickle down economy, letteralmente “economia dello sgocciolamento”, che esprime più o meno lo stesso concetto: come un panno bagnato goccia sul pavimento, con un insieme di aziende forti e di individui più ricchi qualcosa che “sgocciola” verso gli altri c’è sicuramente. “Fra l’ottobre 1982 e lo stesso mese dell’anno successivo l’economia americana crebbe del 12%, un record ineguagliato, e per gli otto anni dei due mandati la crescita media è stata del 3,5%. Ditemi se non è una prova che il metodo funziona”.