Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  maggio 01 Lunedì calendario

Formule matematiche e associazioni: l’algoritmo che fa ridere

L’unico posto in cui l’Inter viene prima della Juve è il dizionario. Fa ridere, vero? Quelli che non hanno riso, però, si consolino: non è una battuta originale. È la rielaborazione della freddura del campione di football Vince Lombardi: «L’unico posto in cui il successo ( success ) viene prima del lavoro ( work ) è il vocabolario». Ma la battuta è stata ripresa da innumerevoli personaggi, incluso Donald Trump, finché è diventata uno schema fisso: basta sostituire le parole «successo» e «lavoro» e l’effetto comico è assicurato. Sì, forse non ce ne accorgiamo ma ridiamo sempre di più grazie a formule matematiche che si nascondono nell’architettura di battute, vignette o funny captions (foto con frasi spiritose, molto diffuse sui social). Così, nella settimana che si concluderà con la Giornata mondiale della risata, domenica, ci si chiede: quanto incidono gli algoritmi nella comicità di oggi? Il ricercatore del Georgia Institute of Technology, Arjun Chandrasekaran, non ha dubbi: «Moltissimo. Quattro giorni fa, con il mio team, ho pubblicato uno studio sulle funny captions. Al test finale il generatore automatico di frasi divertenti da associare a foto normali (un cane, una fila di panchine eccetera, ndr ) al fine di scatenare l’effetto comico è risultato molto più spiritoso rispetto all’intervento umano». Cioè, una macchina inventa-battute ha cominciato a far ridere di più di noi. Ma Chandrasekaran, in una ricerca del 2016, aveva individuato i tratti salienti di questa «formula» acchiappa risate, almeno nelle vignette. «Sostituendo – dice al Corriere – foto di animali a quelle di umani, in situazioni normali come una famiglia riunita a pranzo, la cosa fa ridere. Fa ridere pure rappresentare un animale poco diffuso come il procione, in situazioni imbarazzanti, tipo l’ubriachezza. O un anziano che fa il salto alla corda. Questa formula mette e toglie elementi in una vignetta, dagli animali alle bottiglie. Basta aggiungere la sagoma di un topo e una scena con il gatto che dorme si fa divertente. In poco tempo l’elaboratore ha imparato a scegliere gli elementi giusti. Ma attenzione: la comicità è questione di tempi e di sensibilità». Dunque l’algoritmo non farà mai ridere quanto un Crozza? Non è detto: un test eseguito da Mike Yeomans, dell’Università di Harvard, ha dimostrato che il computer è in grado di stabilire che cosa fa ridere una donna meglio di quanto possa fare il fidanzato di lei. Ma prima che qualcuna si rassegni a sposare un elaboratore di dati, meglio leggere il lavoro di un studioso italiano di comunicazione, Pier Luigi Amietta, che al tema ha dedicato il libro Che c’è da ridere? (Franco Angeli), nel quale analizza i tratti comuni ai comici, come il prendere un valore e poi, al momento giusto, denigrarlo con le parole e la mimica adatta – più alto è il valore e più spiazzante sarà la sua caduta – : ecco perché i politici noti sono così bersagliati. Amietta ha pure creato la formula della comicità, E = f {Lse [n(Vi ─Vf) +(D.T)]}. Gli elementi sono il valore, la distanza dalla risata da stimolare, il linguaggio, eccetera. La matematica non è un’opinione. È una battuta.