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 2017  maggio 01 Lunedì calendario

In laboratorio le canne proibite, nel fumo dello spaccio pesticidi e additivi, ma l’erba buona fa guarire

CHE COSA VI SIETE FUMATI ve lo diciamo noi: pesticidi, ferti lizzanti, additivi.Oppure erbaccia qualunque che della cannabis non è neppure lontana parente. Persino un po’ di cocaina che non avete chiesto, ma che il pusher ha aggiunto per fidelizzarvi e, nel tempo, diversificare il prodotto.È il marketing (dello spaccio), bellezza.
Che cosa si sono fumati dovrebbero dircelo però anche loro, i nostri legislatori che ancora, per ideologia o pigrizia, mantengono in piedi il costoso e inefficiente baraccone del proibizionismo.
Che vieta agli italiani di consumare erba per uso “ricreativo”, cosa ormai consentita indi versi stati Usa, allafaccia-per ora – dell’arciconservatore presidente Donald Trump. Dove peraltro è fiorito (è la parola giusta) un business miliardario e perfettamente legale. In Italia hanno fumato marijuana o hashish almeno una volta nella vita 12 milioni di persone tra i 15 e 64 anni, uno su tre in quella fascia d’età. Nell’ultimo anno si sono fatti almeno una canna 16,6 milioni di europei fra i 15 e i 34 anni, più di un esponente su dieci della cosmopolita e godereccia generazione Erasmus (i dati sono quelli della Relazione europea sulla droga 2016).
E mentre in Colorado le tasse sulla vendita di cannabis finanziano scuole e case per i senzatetto, il proibizionismo staall’Italia7,2 miliardi di euro l’anno. Come è stimato (prudenzialmente) per lavoce.infodagli economisti Piero David e Fedinando Ofria, considerando sia il costo del contrasto alle droghe leggere, in termini di forze dell’ordine e macchina giudiziaria (oltre mezzo miliardo l’anno) sia i mancati incassi del Fisco (6,6 miliardi). Poi ci sono danni difficilmente stimabili, come il fatto che sul traffico illegale di marijuana l’Albania si stia trasformando in una narco-repubblica, nel cuore dell’Europa e a 80 chilometri dalle coste pugliesi.
Tenendo a battesimo quella che gli investigatori considerano la quarta mafia del continente, dato che ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra hanno da tempo varcato i confini nazionali.
Tutto questo mentre, dopo anni di demonizzazione, la scienza comincia ad ammettere che la cannabis può anche fare bene alla salute e alleviare le sofferenze inflitte da patologie gravissime, dai tumori all’epilessia, dalla Sla all’Aids.
Per i bambini come per i novantenni. In Italia la terapia a base di cannabis è legale a determinate condizioni, ma il marchio d’infamia che grava sulla sostanza ci ha fatto restare indietro. I medici disposti a prescriverla sono ancora pochi, la ricerca stenta a decollare e di conseguenza – raccontano in queste pagine a FQ Millennium diversi pionieri del settore – molti pazienti restano di fatto esclusi da trattamenti che potrebbero davvero migliorare la loro vita senza i danni collaterali di molti medicinali tranquillamente prescritti da decenni.
Per esempio quegli oppiacei che teniamo sul mobile della cucina, ben più potenti – ben più “droghe”-delle foglioline di “maria” che invece ci preoccupiamo di imboscare agli occhi di amici e parenti (e forze dell’ordine, soprattutto).
Per verificare sul campo che cosa vi siete fumati, i giornalisti di FQ Millennium si sono procurati qualche “deca” (dieci euro) di hashish e marijuana nelle principali piazze di spaccio di Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli. Ventidue campioni in tutto, che poi sono stati analizzati dal laboratorio specializzato dell’Università Alma Mater di Bologna. Una prova su strada che è anche una fotografia di quanto sia facile – e allo stesso tempo potenzialmente pericoloso – procurarsi la sostanza “proibita”.
A Milano, alle Colonne di San Lorenzo, zona di locali molto frequentata da giovanissimi, comprare una canna è facile quanto acquistare una birra, dal tardo pomeriggio a notte inoltrata. Sono i pusher, per lo più stranieri, ad avvicinare i clienti, nonostante le volanti della polizia locale mobilitate dalle periodiche polemiche sullo spaccio a cielo aperto a un chilometro e seicento metri dal Duomo. Nella periferica via Padova, dove interi palazzi sono basi per la vendita di droga, il nuovo acquirente è guardato con sospetto, sommariamente interrogato e condotto in vie isolate e buie perché lo scambio avvenga in sicurezza (per lo spacciatore, naturalmente). Più accogliente la situazione di Fuorigrotta a Napoli, dove il giovane venditore riceve nell’appartamento di famiglia, apparentemente con il consenso di mamma e papà. Una modalità sempre più frequente – con il beneplacito della camorra – dopo che la polizia ha smantellato il “supermarket” di Scampia. Nel cuore dei Quartieri Spagnoli, in pieno centro storico, hashish e maria passano invece attraverso la piccola feritoia di un portone completamente sigillato con il saldatore. Giovanissime sentinelle in motorino scortano poi il cliente finché non abbandona il vicolo. A segnalare il “negozio”, un’enorme bandiera del Napoli calcio. Al Vomero, invece, abbiamo facilmente rimediato il cellulare giusto per consegne a domicilio o quasi. A Roma, al Pigneto, ci hanno rifilato con destrezza un pacchettino di carta velina e un piccolo tocco di roba marrone. Il responso dei tecnici a cui abbiamo consegnato tutto (ma proprio tutto) è impietoso: comune erba da prato e un pezzo di legno.
Che cosa ci saremmo fumati lo spiega Elia Del Borrello, medico legale responsabile del laboratorio di tossicologia forense del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche deU’Università Alma Mater di Bologna, a cui ci siamo rivolti per leanalisi. Nell’erbacomprata in Montagnola, nel capoluogo emiliano, «abbiamo riscontrato la presenza di propamocarb, un fungicida», spiega la dottoressa. Se il timore di rollare uno spinello con il classico “lucido da scarpe”, o chissà quali altri veleni, è in larga parte frutto di leggende metropolitane, la cannabis acquistata in piazza si porta dietro le sostanze utilizzate nelle coltivazioni intensive: «Concimi, fertilizzanti, ormoni», continua Del Borrello. Quanto siano nocivi i pesticidi alla salute umana è confermato da una mole di dati, ma recentemente Health Canada, il dipartimento federale per la salute del Paese nordamericano, ha richiamato tutti i produttori di cannabis terapeutica a rispettare rigorosamente la tabella delle sostanze e delle quantità consentite. Difficile pensare che nelle piantagioni dell’Albania – il maggior esportatore di marijuana illegale in Europa-si adottino gli stessi scrupoli. La marijuana, poi, è una spugna rispetto alle sostanze presenti nel terreno, dunque capita di trovarne campioni contaminati da metalli pesanti, soprattutto zinco, anche se in quantità minime, per cui è difficile quantificare il rischio per la salute. «Inoltre i coltivatori usano spesso piante ogm, geneticamente modificate perché siano femmine, quindi produttive». E ancora, sulla canapa di scarsa qualità sono spruzzati cannabinoidi sintetici che «possono amplificare anche di duecento volte l’effetto naturale, provocando intossicazioni acute, come è capitato ad alcuni quindicenni che abbiamo seguito».
Ma c’è un altro problema,chel’analisi dei nostri campioni mostra in modo evidente: le canne che circolano oggi sono decine di volte più potenti dell’erba che si fumavano gli hippy negli anni Sessanta. Basta guardare la concentrazione di delta-9-tetraidrocannabinolo, meglio noto come The, il solo componente della cannabis che provoca effetti psicotropi. Cioè dà alla testa. Fino agli inizi degli anni Duemila, nella marijuana naturale che circolava in Italia «la concentrazione di The andava dallo 0,5 all’ 1 per cento», spiega ancora la dottoressa Del Borrello. «Tanto che quando le analisi davano una concentrazione inferiore allo 0,5 non la classificavamo neppure come stupefacente». Negli ultimi quindici-venti anni sono state selezionate piante sempre più potenti. Nei campioni consegnati da FQ Millennium «abbiamo rinvenuto un picco di The del 26,25 percento». È la maria acquistata a Napoli al Rione Traiano, ma non rappresenta un’eccezione. In altri sei casi il The si è rivelato superiore al 20 per cento, tutti i restanti si sono attestati ben sopra il 10, l’unico leggermente inferiore è l’hashish reperito nel quartiere torinese di San Salvario (9,82 percento, il più basso riscontrato). La squadra dell’Alma mater,cheesegueleanalisi di stupefacenti sequestrati per conto di forze dell’ordine e magistratura, in altre occasioni si è imbattuta in livelli di principio attivo fino al 40 percento. Se i duri e puri dello sballo possono essere soddisfatti della “botta”, il The fuori controllo è un altro frutto malato del proibizionismo: se compri in piazza non sai quanto fumi davvero. In più, continua Del Borrello, «molti clienti dello spaccio sono ragazzi giovanissimi.
Fino a ventuno anni il sistema nervoso non è ancora del tutto differenziato e sostanze» così forti possono incidere negativamentesu quei tessuti. Specieseaccompagnate da alcol e cocaina».
Salvo per i giovanissimi e chi soffre di determinati problemi psichici, peraltro, non esistono a oggi evidenze scientifiche che la cannabis possa fare più male, per esempio, dell’alcol.
Lo si legge nero su bianco nella madre di tutte le ricerche, la monumentale analisi su 10 mila studi precedenti appena pubblicata negli Stati Uniti dalla National Academies of Sciences, Engineering and Medicine (Nasem), un panel di cui fanno parte circa trecento premi Nobel.
Così come sono ancora controversi i reali impatti di una canna sulle cellule cerebrali.
La spinta alla legalizzazione proveniente da diversi Paesi ha stimolato nuovi studi sui rischi legati alla cannabis distribuita attraverso i circuiti criminali. Quello realizzato da due neuroscienziati del King’s College di Londra e pubblicato a marzo su The Lancet mette sotto accusa la skunk (in inglese «puzzola»), una variante della sinsemilla (in spagnolo «senza semi»), che può provocare psicosi, paranoia e perdita di memoria. Perché all’alto The si accompagna una bassa o nulla concentrazione di cannabidiolo (Cbd), l’antagonista che nella cannabis naturale ne mitigagli effetti.
Infine, se il luogo comune vuole che le droghe leggere siano l’anticamera di quelle pesanti, è proprio l’acquisto in strada che può rendere concreto il rischio.
«In alcuni campioni di marijuana abbiamo trovato tracce di cocaina», rivela la responsabile del laboratorio. La coca salta fuori da tre acquisti, tutti milanesi: lungo i Navigli, in via Gola, e alle Colonna «Non è la prima volta che ci capita, potrebbe essere ungateway (porta d’accesso, ndr): lo spacciatore fornisce al cliente inconsapevole un prodotto che provoca un effetto più intenso, per poi rivelargli la verità dopo qualche acquisto». Anche in questo caso, i più esposti sono ragazzini e ragazzine.
DNA: “CANNABIS LIBERA“
Le battaglie dei radicali sulle canne libere risalgono alla notte dei tempi della Prima repubblica, condotte da un iconico Marco Pannella. Politicamente ben distanti i centri sociali, come il Leoncavallo di Milano, che ormai da vent’anni organizza la Festa della semina (poi del raccolto). Ed era il 1989 quando debuttò alle elezioni la Lista antiproibizionista fondata da Marco Taradash. Di inni alla “maria” pullula anche la discografia nostrana, dagli «amici Ja chitarra e lo spinello» di Stefano Rosso, passando per la Kathmandu di Rino Gaetano fino alla «signorina» con cui Neffa stava «bene insieme» e all’esplicita Maria Maria degli Articolo 31. L’elenco potrebbe continuare, ma il punto è che nell’anno 2017 per essere antiproibizionisti non c’è bi-i sogno di essere né libertari né alternativi, né artisti. «Certo la cannabis è molto diffusa, ma un’azione repressiva ad ampio spettro come quella attuale non c sostenibile o se è sostenibile lo è a detrimento della repressione di reati analoghi che lo stesso legislatore ritiene più gravi», si legge nella relazione annuale 2016 della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Il suo capo Franco Roberti, già magistrato anticamorra, sempre l’anno scorso ha fatto rumore con il parere fornito al Parlamento sulla proposta di legge «cannabis legale» che renderebbe lecito l’uso ricreativo. L’Italia. ha spiegato Roberti ai deputati, impiega nella repressione della cannabis circa la metà delle forze investigative e giudiziarie dedicate a tutto il narcotraffico e al connesso riciclaggio di denaro sporco. I sequestri di marij uana e hashish sono ogni anno «100-150 volte superiori a quelli di eroina c cocaina e ottomila volte superiori a quelli di droghe sintetiche», che sono «ben più nocive e letali». Il che «non è evidentemente razionale». La Dna esprime perciò un «parere positivo a tutte le proposte di legge che mirano a legalizzare la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis e dei suoi derivati», a patto che a gestire tutto sia lo Stato. Così si infliggerebbe «una perdita secca di importanti risorse finanziarie per le mafie», ma anche per «il terrorismo integralista che controlla la produzione afghana». Senza dimenticare la filiera dell’hashish, che arriva da noi prevalentemente dal Marocco. «È difficile credere che l’Isis si faccia sfuggire l’opportunità», spiega a FQ Millennium un investigatore specializzato di Europol, il coordinamento delle polizie europee, «anche se non abbiamo ancora elementi concreti». In Italia nel 2015 sono state sequestrate oltre 84 tonnellate di droga in ben 19mila distinte operazioni (record in Lombardia, seguono Lazio, Campania, Puglia, Emilia-Romagna e Sicilia) calcola la Direzione centrale dei servizi antidroga del ministero dell’Interno. Lungo le coste della Puglia va in scena ogni notte la caccia agli scafi dei trafficanti albanesi, condotta in particolare dalla Guardia di finanza e dalla Direzione investigativa antimafia di Bari, con motovedette e velivoli.
Contrario alla legalizzazione, invece, Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro. Per ragioni etiche, ma anche perché, ha spiegato su Repubblica del 19 agosto 2016, la cannabis di Stato finirebbe per costare più di quella criminale, e i consumatori continuerebbero a scegliere la seconda. Negli ultimi mesi, il Corriere della Sera si è distinto per una serie di articoli sul rischio cannabis, soprattutto rispetto a scuole e giovanissimi. A volte con zelo eccessivo. Il 24 marzo, la titolazione di corriere.itha attribuito alle «canne» fumate da due operai della Volkswagen di Monaco di Baviera un collasso che ha determinato un costoso stop della catena di montaggio. Salvo poi specificare, ma soltanto nell’articolo, che uno aveva assunto in precedenza anfetamine e l’altro era sbronzo perso.
PROIBZIONE & COMPLOTTO 
In queste pagine vedete Henry Ford – proprio lui, l’ideatore del modello di produzione che ha plasmato il Novecento – prendere vigorosamente a martellate un’auto la cui carrozzeria era fatta di plastica vegetale, canapa compresa, mentre il motore era alimentato a etanolo, anche questo ricavato dalla canapa. L’anno è il 1940 e quella dell’industriale non è furia iconoclasta. Ford voleva semplicemente dimostrare la robustezza del prodotto, peraltro ben più leggero del metallo.
Le cose, però, negli Stati Uniti (e nel resto del mondo) stavano prendendo tutt’altra piega. Fin dai primi del Novecento si era scatenata una campagna politico-mediaticacontro la marijuana-già popolare tra immigrati dell’America centrale, giovani fricchettoni ante litteram e musicisti jazz-colpevole fra l’altro di fomentare «rapporti sessuali tra donne bianche, negri e messicani», come riportavaal Congresso Henry Anslinger, il mastino del proibizionismo a stelle e strisce. Un moralista interessato. Dal 1930 stava a capo del Federai Bureau of Narcotics (Fbn), incaricato anche dei controlli anti-alcol. Visto che il bando dei liquori si stava rivelando un fallimento – infatti sarà cancellato nel 1933-Anslinger fece di tutto per esagerare i danni della cannabis, conservando i 1 posto di lavoro per sé e per la sua squadra. Corsi e ricorsi: Giovanni Serpelloni, storico braccio destro del leader proibizionista nostrano Carlo Giovanardi e capo delle politiche antidroga dei governi Berlusconi, è attualmente sotto inchiesta a Verona con l’accusa di aver cercato di lucrare 100 mila euro da un software gestionale utilizzato da diversi Servizi per le tossicodipendenze.
Tornando agli Usa, la prima legge anticanapa (Marijuana TaxAct) è del 1937, promulgata sotto la presidenza di Roosevelt e fortemente sostenuta, fra gli altri, dagli industriali del cotone, della chimica e della carta, minacciati dalle (altre) virtù della piantina. Ma ad esaltarle, sempre le virtù, arriva poi, nel 1942, un video ufficiale del ministero dell’Agricoltura, Hempfor Victory («Canapa per la vittoria») che in piena guerra esorta gli agricoltori a produrre la controversa piantina, considerata decisiva vista la penuriadi altre materie prime. Negli anni successivi il video scompare dagli archivi e le autorità ne negheranno persino Resistenza. Finché, nel 1989, viene ritrovato e reso pubblico da un gruppo di attivisti, fra i quali l’attrice Mia Farrow.
E L’“ERBA DEL DIAVOLO” DIVENTA BUSINESS
Oggi sono nove gli Stati degli Usa che hanno in diverse modalità legalizzato la cannabis. E l’«erba del diavolo» colpevole di intollerabili amplessi è diventata un bel business, oltre che una fonte di ossigeno per le casse pubbliche (articolo a pag. 60). Nel 2016, calcola Arcview Market Research, il settore è cresciuto del 34% rispetto all’anno precedente, toccando un fatturato di 6,9 miliardi di dollari. Cosa che il mastino Anslinger non avrebbe mai immaginato, negli Usa sta nascendo un vero e proprio capitalismo della marijuana.
Con le sue tipiche contraddizioni. Da un lato ci sono molte aziende del settore quotate in Borsa, come la Gw Pharmaceuticals, che sviluppa farmaci a base di cannabinoidi. Dall’altro, i piccoli coltivatori che con una buona dose di idealismo hanno lottato per la legalizzazione e ora temono di essere fagocitati dai big della farmaceutica tradizionale folgorati sulla via della cannabis.
ITALIA IN RITARDO SULLE CURE ALLA CANNABIS
Perché la cannabis può fare anche bene. Molto. Lo dicono sempre di più le evidenze scientifiche (articolo a pag. 26) dopo che per decenni i ricercatori si sono tenuti alla larga da una sostanza associata, più che al benessere, alla devianza. Nell’ottobre 2015 il rigoroso National Geographicha raccontato diverse storie di bambini curati con farmaci a base di cannabidiolo negli Stati americani dove la cannabis terapeutica era ammessa. Dolori e spasmi provocati da gravi patologie, come l’epilessia, e resistenti a ogni altro trattamento, erano in breve tempo scomparsi o quasi, documentava l’inchiesta. Già nel 1980, del resto, un team di scienziati guidatodall’israeliano Raphael Mechoulam dimostrò l’efficacia dei cannabinoidi contro l’epilessia. Ma non ebbe molto seguito.
E in Italia? La cannabis in medicina è legale in virtù di un decreto firmato nel 2007 daU’allora ministro della Salute Livia Turco (Ds), poi negli anni sono sopraggiunte diverse leggi regionali. Alcune permettono di addebitare le cure al Servizio sanitarioregionale, per esempio Toscana, Puglia e Liguria. Nel dicembre del 2015 lo stesso ministero, retto da Beatrice Lorenzin (Ned), ha elencato in un nuovo decreto le patologie ammesse, sempre che i farmaci classici non sortiscano effetto. Fra queste, il dolore cronico e quello da sclerosi multipla o da lesioni del midollo spinale. La stimolazione dell’appetito in casi di anoressia, cancro e Aids. E ancora, per alleviare gli effetti collaterali di chemioterapia e radioterapia. L’elenco ministeriale, comunque, è solo informativo, perché la legge consente ai medici, laddove abbiano verificato l’inefficacia di cure autorizzate, di impiegare altri rimedi purché validati scientificamente.
Così i medicinali a base di cannabis sono assunti anche da malati di Parkinson, Alzheimer, epilessia, Sla, Epatite C. Non solo: «Ormai lo studio delle proprietà anticancerogene è una realtà», afferma i1 ricercatore Massimo Nabissi, che sta seguendo un progetto sulla cannabis nel trattamento del mieloma multiplo, i cui risultati sono già stati utilizzati da due aziende, non italiane, per brevettare farmaci e modalità d’intervento. «E assurdo -commenta-checisiaunamentalitàcosì ristretta, se si pensa che in Italia una famiglia su cinque ha in casa benzodiazepine come Tavor e Xanax, che danno forte dipendenza. E contro i quali non ho mai visto una campagna proibizionista».
Ma come ci si cura, in pratica, con la cannabis? L’assunzione può avvenire per inalazione, «la migliore quando si può utilizzare un vaporizzatore, perché così si assumono tutti i principi attivi», spiega Marco Ternclli, proprietario di una farmacia galenica a Bibbiano (Reggio Emilia) e titolare del blog farmagalenica.it. «Un effetto più duraturo è legato all’assunzione per via orale sotto forma di olio».
Curarsi con la cannabis non vuol dire (necessariamente) farsi una canna, però le resistenze da superare restano tante. Se una sostanza ha il marchio della droga, pochi sono disposti a considerarla un farmaco. Così in Italia questo tipo di terapia è ancora un affare per pochi pionieri. Medici, farmacisti, pazienti, tutti assai lontani dallo stereotipo dell’hippy di ritorno o dello “sballone” del sabato sera. Il dottor Carlo Privitera è uno di questi: «Avevo un paziente col Parkinson. Grazie a uno dei più diffusi medicinali a base di cannabis, i tremori sono cessati in pochi minuti». Medicochirurgo, 35 anni, Privitera è il fondatore di MediComm, un portale che non offre diagnosi e non sostituisce il medico di base, ma solo teleassistenza: la cura è gestita a distanza, ovunque in Italia. I pazienti sono più di trecento: «La più anzianaha 96 anni, il piùpiccoloèun bimbo epilettico di tre mesi».
La cannabis non ha dosi letali e non dà dipendenza, a differenza degli oppioidi. Gli effetti collaterali duraturi, assicurano i pionieri, non esistono, al massimo si incorre nella “dissociazione spazio-temporale”, quel misto di rilassatezza e allegria che ogni consumatore ricreativo conosce bene: «Ma se sorridi con il cancro, che malec’è?», ragiona Privitera. E nel lungo periodo? «I danni cerebrali non sono dimostrati nemmeno per i consumatori intensi», continua il medico. E poi «gli studi di tossicologia non analizzano il farmaco, ma la marijuana da strada». Scelta peraltro da molti pazienti, perché costa meno. «La mia poi itica è far pagare poco a tanti: ci sono 22 milioni di malati che si possono curare così», stima.
Il già citato cannabidiolo, componente della marijuana che non dà sballo, è alla base di diversi farmaci. In Europa «è un integratore alimentare», spiega Andrea Casalicchio, 28 anni, farmacista del poliambulatorio San Giorgio di Cesena. Noi qui «cerchiamo specialisti da coinvolgere, ma non li troviamo. I medici seguono il protocollo». Il direttore sanitario del San Giorgio è Nicolò Casalicchio, medico chirurgo, padre di Andrea. All’inizio, unannofa.c’eranoduepazienti.Orasono novanta. C’era chi non camminava più per la sclerosi multipla e in tre o quattro settimane ha migliorato la deambulazione. In otto casi su dieci sono scomparsi i dolori muscolari e ossei provocati da fibromialgia, elenca Andrea Casalicchio. Una ragazza depressa, aggiunge, sta guarendo con un mix di cannabis e medicina classica. Miracoli di cui diffidare? Nuovo business della salute? FQ Millennium ha trovato tante storie come queste. La validazione scientifica farà il suo corso, ma diversi studi indicano una direzione, a partire dal già citato Nasem negli Stati Uniti. «Quelli che certificano l’efficacia della cannabis terapia sono centinaia», assicura Lorenzo Calvi, medico chirurgo, 39 anni, studioso del “fiore verde” dal 1998. A Pavia cura un centinaio di pazienti. Nel 2014 ha lanciato una start-up di piante medicinali. La richiesta di una licenza commerciale per produrre e vendere cannabis terapeutica si è scontrata però con il niet del ministero della Salute. Quello che ha ottenuto è solo una licenza di ricerca: «Siamo in quindici ad averla – sottolinea Calvi – ma non viene concessa più a nessuno».Perché la “maria” curativa, in Italia è un affare di Stato. Il ministero, con un decreto del 9 novembre 2015, ha affidato un progetto pilota della durata di due anni, senza gara, all’Istituto Farmaceutico Militare di Firenze. Che produce la Fm2, pensata come l’equivalente dell’olandese Bediol, uno dei farmaci più utilizzati, anche da noi. Nei Paesi Bassi l’affare è andato a gara c a spuntarla è stata un’azienda privata, la Bedrocan. La marijuana con le stellette, oltretutto, ha suscitato polemiche. «Il raccolto è di giugno 2016», afferma Calvi. I primi ad ordinarla, a gennaio, l’hanno ricevuta ad aprile. Nei Paesi Bassi arriva ai pazienti dopo tre mesi dal raccolto». Non solo. Interpellato da FQ Millennium, il direttore dello Stabilimento chimico farmaceutico militare Antonio Medica si dice «a conoscenza» di problemi legati anche a effetti non corrispondenti alle attese, «probabilmente riconducibili al fatto che la Fm2 proviene da una 1inea genetica diversa da quella olandese». Assicura però «che la quasi totalità dei pazienti passati alla Fm2 sta ottenendo ottimi risultati e la tollera molto bene».Pionieri, ma fino a un certo punto. All’alba del Novecento, nelle farmacie italiane si vendevano tranquillamente cocaina e morfina, come antidolorifici. II primo divieto viene introdotto da una legge del 18 febbraio 1923, controfirmata da Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III. L’iter parlamentare dei Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente era però iniziato nel 1921, prima dell’avvento del fascismo (lo ricostruisce bene il farmacologo Paolo Nencini nel 1ibro La minaccia stupefacente, Il Mulino 2017). La cannabis, tra quei «veleni», non era affatto contemplata. Verrà aggiunta nei regolamenti attuativi mesi dopo, a novembre. E lì è rimasta, di fatto, fino ai giorni nostri.