La Stampa, 1 maggio 2017
Parco Archeologico di Paestum
Il dorico è tornato di moda. Nel 2016, più 28% di visitatori e più 53% di incassi. E anche nel primo quadrimestre del 2017, la crescita continua: più 30% e più 25%. «Quando arrivai nel novembre 2015, Paestum, patrimonio mondiale dell’Unesco, non aveva né un bilancio né un conto corrente», spiega l’archeologo tedesco Gabriel Zuchtriegel, 35 anni. La svolta è iniziata dal servizio di pulizia dei bagni e dai cartelloni informativi.
«Gli 86 dipendenti erano abituati al vecchio sistema di gestione, mancavano persino la carta per le fotocopie e i programmi per i pc». La gestione del personale è stata «la sfida più grande» in una struttura centralizzata, priva di identificazione col territorio. «Nella ricerca di fondi non partivamo da zero ma da meno dieci – afferma –. Il privato che investe richiede trasparenza e fiducia. In un anno, per la prima volta, sono arrivati 80 mila euro di donazioni da aziende locali e fondazioni straniere. Abbiamo creato una tessera annuale da 15 euro per l’accesso illimitato all’area e ai concerti». Paestum era «declassata», quindi, «abbiamo puntato sul marketing, è stata potenziata l’attività di ricerca, la riqualificazione è visibile sui social e gli scavi non sono nascosti dietro recinzioni, ma si lavora sotto gli occhi di tutti, sul posto e online». E dopo vent’anni a Pasqua i visitatori sono potuti entrare nel tempio greco meglio conservato della Penisola, quello di Nettuno. «Le cose si sono messe in moto – riconosce Franco Marino, ristoratore 44enne –. Però c’è ancora tanto da fare per attirare qui flussi turistici diretti e non solo come integrazione dei tour a Pompei e Ercolano». La piazzetta tra il museo e la basilica paleocristiana è affollata di scolaresche come mai in passato. «Porto qui in gita gli studenti da trent’ anni e ora si vedono progressi, non ci sono file in biglietteria né chiusure di aree o scioperi selvaggi», commenta Carla Romagnoli, insegnante al liceo.