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 2017  maggio 01 Lunedì calendario

Monopoli Tech, la piovra

Una concentrazione del potere economico come quella attuale non si vedeva negli Usa da più di un secolo: dall’era di John Rockefeller e J.P. Morgan. Allora a rompere i monopoli ci pensò un presidente conservatore, Theodore Roosevelt. Oggi Google controlla l’88 per cento del mercato dei motori di ricerca, mentre Facebook (con le controllate WhatsApp, Instagram e Messenger) ha il 77 per cento del traffico delle reti sociali. E Amazon, oltre alla metà del mercato delle vendite online, ha il 74 per cento di quello degli ebook. «Sono, di fatto, monopoli. È ora di occuparsene smettendo di considerare la Silicon Valley un santuario».
Jonathan Taplin, docente di comunicazioni e direttore dell’Annenberg Innovation Laboratory dell’Università della Southern California è un tipo di accademico un po’ particolare: prima di darsi all’insegnamento e alla ricerca è stato un manager dell’industria musicale e del cinema: ha organizzato concerti, anche di Bob Dylan, e ha prodotto film come Mean Streets, primo successo di Martin Scorsese, e Until the End of the World di Wim Wenders. Cresciuto a cavallo tra la rivoluzione tecnologica e i fermenti politici e culturali che hanno attraversato per decenni la California, Taplin guarda con disincanto alle Internet companies : un mondo «liberal» agli occhi dei più, ma che per lui non è affatto progressista. Anzi. Un alone politico e di sacralità tecnologica maschera la realtà di un capitalismo non meno rude di quello di un secolo fa, impegnato, come allora, a costruire monopoli.
ProvocazioniPer questo ha scritto un libro di denuncia provocatorio fin dal titolo: Move Fast and Break Things. Uno slogan pro-disruption ripreso dal fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che poi continuava così: «Se non rompi cose, vuol dire che non stai andando avanti abbastanza rapidamente».
Anche Taplin vuole rompere, ma lui pensa ai monopoli e agli oligopoli tecnologici. Quasi una battaglia contro i mulini a vento, vista la forza dei giganti del web, la loro popolarità e l’appoggio del quale godono tanto tra i repubblicani quanto tra i democratici. E Donald Trump che ha portato alla Casa Bianca Peter Thiel, uno dei campioni della Silicon Valley, non sembra il tipo da campagne antitrust.
Oggi, forse, la sua crociata non è più così solitaria: «Un anno e mezzo fa, quando proposi questo libro all’editore Little Brown – racconta Jonathan dalla sua casa a Los Angeles – ero uno totalmente controcorrente: sfidavo il tecno-determinismo dominante che aveva sedotto pure Obama e il partito democratico. Ma da allora molte cose sono cambiate. E le reazioni al mio libro sono sorprendentemente positive».
Reazioni
In effetti qualche tempo fa l’ Economist ha dedicato un’inchiesta alla rinascita del capitalismo monopolitistico in America, denunciando l’abuso di posizioni dominanti nel mercato e l’affermarsi di una cultura da winners take all: chi vince prende tutto.
E la settimana scorsa il Financial Times ha pubblicato un editoriale sullo stesso tema sostenendo che se le nuove tecnologie a volte favoriscono il successo di un solo concorrente e se le soluzioni antimonopoliste del secolo scorso (frammentazione del gigante o nazionalizzazione) sono obsolete, il problema va comunque affrontato: alla lunga la dipendenza dei consumatori da un solo fornitore (oggi alimentata con prezzi bassi e servizi gratuiti) danneggerà gli utenti.
Ma, al di là delle considerazioni sul funzionamento dei mercati, quella che comincia a cambiare è anche la percezione popolare del magico mondo dell’hi-tech californiano.
Brad Stone, capo dell’osservatorio tecnologico di Bloomberg News a San Francisco – uno che nei suoi libri ha sezionato prima Amazon e ora, in The Upstarts, le geniali e aggressive realtà di Uber e Airbnb – dice che il ruolo della Silicon Valley, ancora in crescita sul piano tecnologico soprattutto per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sta cominciando a declinare dal punto di vista culturale: con l’automazione che divora posti di lavoro e lo stress da innovazione continua, la gente continua ad ammirare i condottieri della Valle, ma non li considera più eroi. E anche la retorica della tecnologia che crea comunque un mondo migliore è offuscata da abusi, ad esempio in materia di privacy, e dall’affermarsi di personaggi senza scrupoli come Travis Kalanick di Uber.
Soluzioni
«In appena dieci anni – dice Taplin – il capitalismo americano ha cambiato faccia: i cinque giganti che dominano la Borsa in termini di capitalizzazioni sono tutti diversi, salvo Microsoft: Exxon, General Electric, Citigroup e Shell Oil sono stati sostituiti da Apple, Google (ora denominata Alphabet), Amazon e Facebook».
Che fare? Esclusa ogni forma di nazionalizzazione – soluzioni adottate in passato dall’Europa, ma ormai improponibili e addirittura impensabili negli Usa – Taplin vede varie soluzioni possibili, anche senza arrivare a «spezzatini» societari: dal divieto di nuove acquisizioni alla regolamentazione di attività che verranno catalogate come monopolio naturale.
Il caso al quale ci si può ispirare, secondo Taplin, è quello delle telecomunicazioni del secolo scorso: «Quando, ai primi del Novecento, una ventina di società telefoniche vennero consolidate in un unico gruppo, American Telephone and Telegraph, il governo autorizzò le fusioni, ma regolò questo monopolio: istituì un controllore, la FCC, e impose alla AT&T di investire ogni anno buona parte dei suoi profitti in ricerca e sviluppo. Nacquero così i Bell Labs che per mezzo secolo hanno alimentato l’innovazione tecnologica americana. Da lì vennero il transistor, le cellule solari, il laser, il forno a microonde e altro. Molti brevetti vennero messi a disposizioni del sistema produttivo americano: semi dai quali sono nate imprese come Motorola e Texas Instruments».
Taplin riconosce che Internet ha caratteristiche diverse dalle reti telefoniche, ma pensa che le sue imprese principali siano assimilabili, comunque, alle public utilities. «Tanto più – aggiunge —, che la rete, considerata dai signori della Silicon Valley una creatura del mercato, nata dal basso, in realtà è un’infrastruttura che fu creata dal governo, anzi dal Pentagono, coi soldi dei contribuenti. E il paradosso è che gli scienziati del governo la pensarono come una struttura il più possibile distribuita e democratica perché doveva funzionare anche in caso di una guerra nella quale venivano colpiti i centri di comando. Invece, passando dal governo ai cittadini, Internet è diventato un sistema molto più concentrato nelle mani di pochi. È ora di decidere se queste società vanno regolate o se preferiamo continuare così, illudendoci che questi colossi non danneggeranno la nostra privacy e anche la democrazia».
Scenari
Addirittura democrazia a rischio? Secondo Taplin sì: «Abbiamo appena visto come la tecnologia ha alterato la dinamica delle ultime elezioni presidenziali Usa. Ma non si tratta solo di diffusione delle fake news o dell’uso di Twitter per demolire un avversario politico. La cultura della Silicon Valley è quella libertaria di Peter Thiel, ora alla Casa Bianca, che non solo è un seguace delle teorie ultraliberiste di Ayn Rand – premiare la brillantezza dei vincitori, nessuna pietà per chi resta indietro – ma non crede nemmeno nella democrazia, visto che sostiene che solo il 2 per cento dei cittadini capisce cosa sta accadendo nel nostro mondo. Thiel crede solo negli algoritmi».
Un personaggio che ai più appare isolato in una Silicon Valley dominata da liberal, da sempre fan di Obama e di altri candidati democratici: Thiel è stato l’unico ad andare con Trump.
Taplin contesta questa narrativa: «No, i Larry Page e i Jeff Bezos sono anche loro seguaci più o meno consapevoli di Ayn Rand: per loro il problema è il governo, sognano un mondo gestito dalla saggezza superiore della Silicon Valley coi suoi algoritmi misteriosi e onnipotenti. Si sono dati l’immagine dei progressisti perché su alcuni temi, dai diritti dei gay all’immigrazione, hanno posizioni considerate di sinistra. In realtà sono posizioni ispirate ai loro interessi aziendali: la realtà è un’altra».
Taplin si considera un testimone oculare di questa metamorfosi: «All’inizio i tecnologi della Valle erano effettivamente seguaci della controcultura californiana degli anni Sessanta. Ma poi guide ideologiche come il mio amico Stewart Brand vennero sostituite da Ayn Rand». Quando accadde? «Fu graduale ma, se devo scegliere una data, direi il 2004: con la quotazione Google diventa un gigante e cambia mentalità. Intanto nasce Facebook: il primo investitore è proprio Thiel che porta dentro la cultura ultraliberista della cosiddetta “PayPal Mafia”».
Tutti diventati ultraliberisti? Taplin è più cauto su Zuckerberg, gli concede il beneficio del dubbio. «In effetti – riconosce —, Mark sembra combattuto, ma staremo a vedere. Forse, come per Bill Gates che ha cambiato rotta diventando un filantropo a trazione integrale soprattutto per l’influenza della moglie Melinda, anche Zuckerberg cambierà grazie a Priscilla Chan: una pediatra che sembra animata da una sincera sensibilità sociale».