Millennium, 1 maggio 2017
Lapologia
La lettura in controluce delle folli notti newyorkesi di Lapo Elkann non si scosta poi di molto dal turbolento racconto di quaranta anni prima-sempre nella demoniaca Grande Mela – quando a lasciar sbigottito il mondo erano le feste proibite di Lou Reed. Già, perché oggi Lapo, come individuo pubblico e in proporzione alla sua notorietà, diventa – come allora lo erano anche altre rockstar tipo Jim Morrison o Iggy Pop – un simbolo. Un simbolo autentico. Genuino. In un’epoca in cui gli animali da palco sono prodotti commerciali talmente fasulli e innocui da venire dimenticati dopo pochi mesi se non giorni, Lapo assume le sembianze di un modello, impossibile, di trasgressione assoluta. “Impossibile“perché l’aggettivo “assoluta“, riferito a trasgressione, ne impone l’inimitabilità e allo stesso tempo ne rafforza l’impatto ideale. Non a caso, una delle frasi più famose ed enigmatiche del grande psicanalista Jacques Lacan è «il reale è l’impossibile». Affermazione sibillina, vertiginosa. Noi, infatti, non viviamo in un mondo reale. Viviamo in una continua messa in scena dove si approssima un’immagine di “decenza”, o meglio ancora di “normalità“, che è totalmente finta. Senza tirare in ballo Matrix, siamo in un’allucinazione collettiva, e sempre più impoverita. Come marionette su un palcoscenico che sta smettendo di esistere, insceniamo commedie, o meglio tragedie, che non guarda più nessuno. Si tira avanti a “fare finta che” non si sa più neanche che cosa.
Dominati da quella repellente “magia nera“che è la finanza sotto effetto di peyote che decide le sorti di miliardi di persone, governati da un manipolo di pazzi che ha devastato e devasta millenni di cultura, la figura della rockstar diventa una sorta di testimonial di resistenza in cui è lo stile di vita, per forza di cose del tutto sopra le righe, a incarnare una possibilità di fuga. Perché di fuga si tratta. Stare inerti ad attendere la morte in un al di là già attorno a noi è pura follia, follia molto ma molto brutta, vista l’ambiguità del termine. Dunque, per chi fosse toccato dall’auspicabile virus della consapevolezza di sé (e del mondo che ci circonda adesso) essere “normali“è immediato indice rivelatore di perdita totale della ragione. Bene, Lapo Elkann è fuori da questa schifezza di realtà: gli scandali di cui è periodicamente protagonista e vittima lo testimoniano con una nettezza che non ha pari. Lapo Elkann vive in un mondo parallelo al nostro e va da sé che, essendo il “nostro“mondo un incubo, quello che Lapo, almeno socialmente, rappresenta, vale almeno come alternativa, come apertura al diverso. Siamo una massa di pecore senza pecore. Dunque una massa. Sappiamo da Einstein che la massa può essere convertita, secondo le regole della celeberrima quanto misconosciuta formula, in energia. Nel nostro caso, di massa umana indeterminata, veniamo continuamente riconvertiti in una particolare forma di energia che è la paura anestetizzata che domina le nostre vite cancellando le nostre identità, e la paura primaria, lo sappiamo da Freud, è sempre quella, nei suoi mille travestimenti, della morte (non importa poi che nella realtà siamo già morti). Lapo Elkann, eroe e antieroe dei nostri tempi, non è soggetto a questo progetto di abominevole alchimia sociale in atto da troppo tempo. Come tutte le (vere) rockstar Lapo lo elude. Potendolo fare. Ma anche assumendosi il peso (che non è detto sia tale per lui, nella sua limpida anomalia) di “pagarne” le conseguenze. Ora, queste conseguenze sono appunto tutto ciò che consegue all’atto di trovarsi appiccicati addosso l’etichetta stessa di “diverso”. Prendiamo come esempi le rockstar tradizionali, ossia quelle del mondo del rock, quando quel mondo c’era e non era pura proiezione in 3D di un’utopia vintage di cambiamento e di rottura. E partirei proprio da Lou Reed. Il cantante newyorkese si autodefinì, a metà degli anni Settanta, “simbolo di tutto quello che è negativo”. Perché? Perchétutto il “positivo” che lo circondava era falso. Così, Lou Reed (che, ricordiamolo, era, anche se non se ne parlava mai, coltissimo, laureato in una delle più prestigiose università americane e gran divoratore di classici, nonché collaboratore di artisti del calibro di William Burroughs) in una delle sue più belle e crude “canzoni“(ma direi “opera”) ha celebrato la potenza e il fascino sinistro ma quanto mai reale dell’eroina, si è fatto più volte una “pera“(si è iniettato eroina) durante i suoi concerti. Non è facile oggi capire il senso di quel gesto, ma è riassumibile in una parola: coerenza con se stessi e con la ricerca di un’alternativa. Per Lou Reed, negli anni Settanta (poi l’uomo è mutato: non ha perso nulla della sua violenta e angelica volontà di essere se stesso in ogni occasione, ma ha abbandonato l’eroina per darsi alle arti marziali, di cui divenne cintura nera), farsi di eroina era, come testimoniano i versi di Heroin (bellissimi: vi consigliamo di recuperarli, è facile trovarne l’originale e anche la traduzionesu internet) trascendere in un’esperienza devastante, una ribellione autodistruttiva per esprimere un disagio sociale ed esistenziale. E lo stesso Lou Reed, dichiarato amante di ogni tipo di esperienza sessuale (perché l’esperienza, e la sessualità, si conoscono affrontandone le multiformi facce, e non seguendo fantomatiche, isteriche “ortodossie“) annullò il tour di promozione del suo album Sally can’t dance perché il (o la) suo amante di allora, il transessuale Rachel, si rifiutò di seguirlo. In una delle sue prime canzoni, SisterRay, Lou Reed racconta di un party di transessuali che si intrattengono mentre si fanno di dosi massicce di eroina e di cocaina. In un’intervista, la rockstar confessò candidamente che era un episodio della sua biografia, continuando poi con uno sprezzante: “io vivo in una settimana la quantità di vita che voi vivete nel corso della vostra intera esistenza”. L’elenco degli aneddoti su Lou Reed potrebbe andare avanti per pagine e pagine. Ma sarebbe pleonastico. Quello che conta è che ha sempre fatto quel cazzo che ha voluto (oh dio mio, ho scritto la parolaccia, e non c’era nemmeno bisogno di farlo. Che sia un po’ rockstar anche ilsottoscritto? Non sia mai. E comunque mi scuso, se ho scritto cazzo). Lou Reed era pieno di soldi, ma li sperperava perché accumulare denaro non era certo lo scopo della sua vita (lo stesso vale per il nostro adorato Lapo) ed era libero (come Lapo) e dunque trasgressivo, scandaloso e pure geniale (come ha dimostrato più volte anche Elkann, particolare di cui ci si dimentica sempre perché poco pruriginoso, poco utile al mortuario scandalificio che tiene in vita la nostra mole immensa di sedicente informazione).
Qualche pignolo “etichettatore solerte“potrebbe far notare che Lapo, a differenza delle (altre) rockstar non suona nessuno strumento. L’osservazione è immediatamente rimandata al mittente. Non sapeva (quasi) suonare lo stesso Lou Reed, che ha sempre sostenuto di costruire le sue canzoni su tre accordi al massimo, e non sapeva per nulla suonare, ad esempio, Sid Vicious, forse la più estrema tra le rockstar. Il leader dei Sex Pistols, del resto, non aveva bisogno di suonare. Gli bastavano i riflettori e la furia della sua diversità. Autodistruttiva, deltutto incapace di calcoli: al limite, sempre al limite. Di lui ci resta forse, come più bella testimonianza visiva, il video parodico di My Way di Frank Sinatra dove il Nostro, visibilmente ubriaco, davanti a un pubblico di prezzolati miliardari con un estasiato sorriso di plastica, stona terribilmente (meravigliosamente) l’evergreen di Sinatra (non a caso, Sinistra: voce stupenda ma anche idolo della mafia in doppiopetto e cantore di una falsa che più falsa non si può “via americana“alla felicità e all’autoaffermazione) fino a sparare addosso all’odiosa claque di mummie: che crepino tutte...
E come dimenticare poi il grandissimo Iggy Pop, oggi splendido settantenne che (lui pure laureato, giusto per dire) si divide tra furiosi, inimmaginabili concerti di pura energia animale con i suoi Stooges, compagni di ormai quasi cinquantanni di degenerazioni, e serateintimistiche in cui intona, in perfetta lingua, i classici della musica cantautoriale francese. Iggy Pop ha fatto ben pochi concerti nella sua vita senza abbassarsi i pantaloni e mettere in bella vista il suo cazzo (oddio, l’ho scritto again). Ha praticato, durante un concerto, sospeso per la lieta occasione, un cunnilinctus (espressione che non ha correspettivo in italiano, lingua pudica e maschilista) a una ragazza che si era arrampicata sul palco per raggiungerlo (oggi, le security di tutto il mondo non fanno certo salire nessuno, su un palco, perché l’imprevisto non può accadere, in nessuna forma, e perché le rockstar sono di plastica edunque non programmate per gestire situazioni inedite: l’unico corrispettivo di Iggy Pop, quanto a provocazioni erotiche da video e da palco,è stata Madonna)). Celebre è stata la volta in cui Iggy Pop ha cagato sul palco. Perché? Attacco incontenibile di diarrea? No di certo. Perché non si poteva fare, e dunque andava fatto. Iggy Pop, detto anche l’Iguana, o l’Idiota, ha più volte espressamente dichiarato di essersi sempre ispirato, nelle sue performance, alle estasi sciamaniche che ben conobbe da bambino (le sue origini sono al contempo ebraiche, sudamericane e gitane) e che prevedono, mediante la danza ma innanzitutto la liberazione della corporeità, il raggiungimento dello stato destasi.
Danza e estasi: eccoci di fronte a un’altra grande, forse la più grande (certo la più consapevole, la più profetica, la più calata nel suo ruolo di portatrice di altri, nuovi e alcontempo antichissimi, valori) figura di rockstar sacrale: Jim Morrison. Il Re Lucertola (questo ilsuo più appropriato soprannome), poeta raffinatissimo e troppo sottovalutato pensatore (in ambito accademico, s’intende: milioni di fan senza puzza sotto il naso non lo hanno sottovalutato, e non lo sottovalutano, per nulla) esprimeva nei suoi concerti una tale sensualità estatica (come David Bowie, altro grande dell’effrazione, camaleontico e insuperabile inventore di identità quasi sempre aliene, quale lui era e rimane in eterno) da essere stato arrestato durante un’esibizione live per non avere fatto quello che Iggy Pop faceva e fa abitualmente (inutile che vi ripeta cosa). Tanto forte era la sua potenza evocativa. Jim Morrison, come Lapo, parlava d’amore. JimMorrison, come Lapo, faceva quello che voleva. E infine, entrambi, sono stati incompresi. Lapo è per fortuna ancora fra noi, ma visto che è quello che è, continuerà, e ce lo auguriamo davvero, a scuotere le nostre misere vite con le sue follie così benefiche perché espressive di quanto tutti, alla fine, fanno ma negano (e dunque Lapo come uomo vero, manifesto, nel mondo alla rovescia in cui ci troviamo, paradossalmente ma non troppo, pulito e moralmente sano).
Chiudiamo con una domanda: è più malato di mente chi spende tutti i suoi soldi facendosi corrompere dal sistema di lucro fondato (spesso) sulla circonvenzione d’incapaci dello Stato, e quindi rovinandosi la vita con i gratta e vinci e con gli altri sistemi di scandalosa induzione alla rovina, all’annientamento, o Lapo che spende i suoi soldi a trans, (forse) fatto di cocaina? Lapo Elkann è e deve rimanere emblema di un’opposizione (anche se spesso non voluta, anche se derivante da scandali non ricercati ma proprio per questo più genuini, più indicativi di un vero tormento interiore e dunque di vita, vita reale, con le sue esperienze sbagliate, le sue trovate geniali, le sue stranezze) irriducibile alla forza d’inerzia che ci spinge tutti all’implosione interiore di un inferno che cresce giorno dopo giorno, fino a che il Donald Trump di turno non lo renderà inferno reale annichilendo questo pianeta che poca voglia ha di sottostare alla follia umana e pure ne è costretto. Stringiamoci tutti attorno a Lapo Elkann. Ultima rockstar rimasta. Ultimo appiglio post-politico (la politica senza “post“davanti è morta e stramorta, e comunque non è certo cosa che ci riguarda, se ce, essendo venuta a mancare qualunque forma di democrazia reale) a un’idea di individualità che prevede innanzitutto quanto di più umano ci sia, lo sperimentare la vita. Per viverla davvero.
Viva Lapo Elkann.