Millennium, 1 maggio 2017
Benvenuti in Kanabistan
SBRICIOLI. Rolli. Fumi. In quella boccata c’è uno Stato intero e non lo sai. Perché tutto, qui, è impregnato di marijuana. Tra un mese in Albania si vota. E l’opposizione accusa il premier Edi Rama di essere un amico dei narcotrafficanti: «Siamo diventati il Kanabistan – ci raccontano da queste parti – Rama truccherà le elezioni grazie ai soldi e alle minacce dei “signori dell’erba” e la nostra democrazia sarà sequestrata per i prossimi vent’anni». Ma l’accusa di collusione con il narcotraffico, fra opposizione e maggioranza, è reciproca. L’erba è denaro, riscatto sociale, moneta che nel Paese delle Aquile s’infiltra nell’economia legale: il traffico di cannabis è stimato in 4,5 miliardi di euro, un terzo del Pii nazionale. Non solo. L’erba impegna anche centinaia di militari italiani: la nostra Guardia di finanza pattuglia i cieli albanesi per scovare anche la più piccola piantagione. Nei primi tre mesi del 2017 il reparto aeronavale pugliese ha già sequestrato oltre 11 tonnellate di marijuana. Appostamenti. Pedinamenti. Intercettazioni. E ancora arresti, fascicoli su fascicoli: l’oro verde albanese sta resuscitando i vecchi arnesi del contrabbando di sigarette, nel brindisino, mentre nel resto della Puglia, tra gli acquirenti, s’è affacciata la ’ndrangheta. Il giro di denaro e il numero di soggetti dellamalavita nostrana e intemazionale coinvolti fanno paura. I semi della maria stanno destabilizzando l’intera Albania con forti ripercussioni sull’Italia e sull’Europa minacciata dal terrorismo. 1123 febbraio, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti era a Tirana per un vertice con i colleghi locali: «La produzione di droga in Albania è triplicata, e siamo convinti, perché lo abbiamo verificato, che almeno una parte dei profitti del narcotraffico sia utilizzata per finanziare il radicalismo islamico». La situazione dentro i confini nazionali è tesissima: i principali soggetti politici, il Partito socialista e i 1 Partito Democratico si accusano a vicenda di coprire i narcotrafficanti, mentre la poi izia-non di rado complice – non ha fiducia nell’operato della magistratura. L’ultimo rapporto Europol è drastico: «L’Albania rimane la principale fonte di produzione di cannabis verso i paesi europei». FQ Millennium ha ricostruito per la prima e in modo esclusivo la catena di questo traffico multimilionario che parte in un luogo sconosciuto e dimenticato in cui vivono i più poveri tra i poveri: i Magip di Scutari.
LE SENTINELLE. I Magip sono zingari di origine egiziana, detestati da tutti, che nel corso degli anni hanno perso persino la loro lingua. Li incontri lungo la strada sterrata che porta al Kompleski Dubai, hotel con piscina, fontana e gazebo esotici. Escono di notte, quando i cassoni dell’immondizia sono pieni, per raccogliere rifiuti e lattine. Vivono in baracche di plastica, compensato e lamiera ondulata, con tappeti sulle pareti per coprirne i buchi. Siamo sulla riva del lago di Scutari, nel nord dell’Albania. È qui che arrivano i fuoristrada per portare i Magip sulle montagne del Dukagjin, nei campi, a sorvegliare le piantagioni. Li trasportano di notte: non devono sapere né dove sonodiretti néperchi lavorano. Così, se la polizia li arresterà, non potranno rivelare nulla. Dieci, quindici euro al giorno-che da queste parti non sono pochi – per dormire accanto alle piante.
La strada per il Dukagjin inizia lì dove Scutari finisce. Lasciamo la moschea e l’arcivescovado, Luna di fronte all’altro, sul viale dei bar e dello shopping. La nostra meta, il villaggio di Kir, è a soli quindici chilometri. Ma ne bastano quattro per scoprire che, in realtà, la nostra jeep s’è trasformata in una macchina del tempo. L’asfalto s’interrompe appena dopo il villaggio di Prekal. «Soffrite l’auto?», ci chiede l’autista ridendo. Il fuoristrada balla. Sotto le ruote, solo pietre. A destra la montagna e il suo continuo franare. A sinistra il canyon, dove scorre il fiume. Sulla carreggiata c’è spazio per una sola auto. E nessuna protezione. La prima croce spunta dopo qualche metro. Poi la seconda. La terza. È una via crucis infinita. «10 agosto 1985. Mire Paljia, Prek Gjeloshi, Mark Pali... riposino in pace». Soltanto su questa lapide contiamo 25 nomi di persone morte perche finite nel dirupo.
KIR, IL VILLAGGIO INVISIBILE. È sparso tra i boschi. Poche case, venti abitanti, poi capre e maiali in libertà. Incontriamo Elvis,che ha soloquindicianni. È lui chegestisce il kaféKiri.Sullamensola, dietro il piccolo bancone, una lattina di Fanta e una di Red Bull, venti confezioni di lampadine, un orologio incastonato in una scultura che rappresenta l’Australia, mezza stecca di sigarette e un frigorifero bianco. «I braccianti che lavorano nei campi vengono da giù, da Scutari», ci racconta. «Li riconosco subito, sono facce nuove. Dormono tra le piante o nelle case abbandonate». Eccole, le tracce dei Magip. Ma non sono gli unici. «Anche i miei amici lavorano nelle piantagioni – continua Elvis – per quindici euro al giorno». Il doppio della sua paga. «Io ne guadagno sette», precisa.
Il ragazzo ha un sogno: «Un giorno vorrei vivere a Scutari». Già, perché questa è “l’arma sociale” nelle mani dei padroni della cannabis, quelli che si arricchiscono tra Valona e l’Italia: offrire ai tanti Elvislapossibilitàdi realizzare i propri sogni, di riscattare la propria condizione di montanari, di famiglie abituate a vivere tra capre e maiali, che perfino a Scutari vengono respinti.»
«Io parlo a questa gente della cannabis, del rischio di finire in galera, di distruggere la vita familiare», racconta Sandra, suora francescana che incontriamo poco dopo, che da decenni vive la sua missione tra questi monti. «Per rispetto – continua – mi ascoltano. Poi mi guardano. E sorridono. La marijuana è il loro riscatto. L’arma più potente dei narcotrafficanti è la povertà di questa gente. E una forma di rivincita. Lo Stato s’interessa di loro solo quando si vota. E ha ragione – continua la suora Nel 1995 su questi monti vivevanoómila persone. Ora sono 950 anime. C’è crisi in tutto il mondo e qui non arrivano più i soldi degli emigrati».
Nel 2007, infatti, le rimesse dall’estero valevano il 17 percento del Pii, oggi solo l’8,4. «Fatevi un giro nella nostra zona industriale, vedrete come gli imprenditori italiani trattano gli operai locali: duecento euro al mese, per dieci ore di lavoro al giorno. E se sei una ragazza, per guadagnare qualcosa in più, devi diventare la favorita del padrone. Poi c’è il lavoro a domicilio. Una donna, per cucire quaranta tomaie, guadagna 5 euro al giorno». Impossibile vincere il narcotraffico se, prima, non si combatte questa barbarie sociale. Nel frattempo, la marijuana divora l’animae la testa della gente. «Quando vedo un pastore, seduto a guardare le pecore, con un kalashnikov sulle spalle, so quello che sta facendo: è una vedetta per le piantagioni. Pronto ad avvertire i contadini quando arriva la polizia». Ecco un altro anello della catena: il guardiano armato. «Ma tanto qui la polizia va solo dove decide di andare. E dove gli conviene». Lacatenas’allungasempredi più. Se vuoi coltivare in pace, infatti, devi pagare e corrompere. Ma solo i trafficanti veri sono in grado di farlo. Per i contadini, la corruzione è un lusso. Di raccolto in raccolto, rischiano sempre di perdere tutto.
ILSEME DELL’ORO. Ma quanto vale una singola pianta di marijuana? Perchi la coltiva può fruttare tra i cento e i duecento euro. Un arbusto può produrre anche un chilo di erba che vale comeunmesedel lavoro di Elvis al bardi Kir: due settimane di fabbrica; tre settimane di tomaie cucite in casa. Ecco perché, racconta suor Sandra, anche per una solapiantasi può uccidere. Come successo a due cugini. «Entrambi sostenevano che fosse cresciuta nel proprio campo. Uno al cimitero, l’altro in carcere. Due famiglie distrutte». E qui nel Dukagjin il sangue chiama sangue, secondo l’antico codice Kanun, la “legge di Dio”, trascritto e codificato proprio in queste terre alla fine del XV secolo. E il codice qui è tuttora vigente.
Nikolla è l’unico “mediatore del sangue” in tutto il nord dell’Albania. Ruolo tramandato per secoli, tra le famiglie cattoliche, al figlio maschio del/ìr,l’intera famiglia allargata. E avvolto in un cappotto blu, chiuso fino al collo taurino, la barba appena rasata e i1 volto arrossato dal freddo. Al dito ha un anello d’oro, con la testa di un leone. Non fuma. Mentre parliamo non bcveneanchecaffè. È lui,il saggio che interviene, secondo le nonne del Kanun, per convincere la famiglia dell’ucciso a riconciliarsi con quella dell’assassino. E sempre più spesso deve mediare vendette che nascono dal traffico. «I soldi della cannabis-dice-stanno avvelenando la mia gente. Ma io voglio che si sappia: chi segue le regole del Kanun e della religione cattolica non può e non deve coltivare cannabis».Ogni singola pianta sta modificando l’anima secolare e la coscienza collettiva. Nikolla ci rivela altri anelli di questa lunga catena: «I trafficanti vengono dal sud dcll’Albania e girano per i villaggi, si rivolgono a qualchecapo,chesi occupa per loro di trovare i terreni».
E se qui uccide per una sola pianta, che vale “appena” cento euro, nel viaggio verso l’Europa tutto si moltiplica: sullacostadi Valona, primadi essere imbarcato sugli scafi, ogni chilo vale 300 euro. È il prezzo, qui nel Dukagjin, di un’intera tonnellata di grano. Quando l’erba arriva nelle piazze di spaccio italiane, ogni chilo lievita fino a 1.300 euro. Tredici volte il guadagno iniziale di un contadino. 11 sogno del riscatto, la trasformazione sociale, il carcere e le vendette di sangue, persino alla morte: tutto questo, solo per le briciole delle briciole. Il vero tesoro è altrove. Lo sa bene, la politica albanese. E per capirlo bisogna spostarsi verso Tirana.
IL MONTALBANO DI KRUJA.
Kruja è sui piccoli monti intorno alla capitale. Ed Elton Shahini è la versione sfortunata del commissario Montalbano. Come lui ama il mare – la sua casa è sulla costa di Durazzo – ma il lavoro l’ha confinato su queste alture. «Figli di puttana», ripete in continuazione. «Non ho fatto un giorno di mare in tutto il 2016, per stare dietro a questi figli di puttana. Abbiamo distrutto 250mila piante. Qui ci sono posti che puoi raggiungere soltanto dopo ore di cammino a piedi. Si coltivano ovunque: grotte, vecchi tunnel, perché la cannabis cresce anche con la luceeilcaloredelle lampade».
Abbiamo appena superato lo “Scoglio delle fanciulle”, una roccia a picco su un burrone, dove, secondo la leggenda, le donne di Kruja si lanciavano per non cadere nelle mani dei turchi. Elton e il suo gruppo di poliziotti stanno censendo le serre. «Da un lato – dice – serve a scoprire se ci sono nuove piantagioni, dall’altro a spiegare ai contadini che non possono sfuggire al nostro controllo. In tutta l’Albania abbiamo soltanto due elicotteri. Erano tre. Uno l’hanno abbattuto i trafficanti nel Dukagjin. Alle nostre vecchie auto manca persino la benzina».
Sono i numeri a descrivere il fenomeno. Tra il 2016 e il 2017 sono stati condotti 13.830 controlli. Ispezionate 10.680 serre, 520 tunnel, 980 ex magazzini statali, 460 ex caserme, 570 case disabitate, 260 allevamenti. Lo Stato ha stanziato 3 milioni di lek albanesi come compenso per gli informatori, circa 22mila euro. Nel 2016 sono stati investiti, per l’attività di contrasto, 521 milioni di lek, 3,8 milioni di euro. Poca roba, se consideriamo il volume d’affari legato alla cannabis. Nel 2016 sono state individuate 2.086 piantagioni, distrutte 2.082il 99,8 percento -per un totale di 2,4 milioni di piante. Ben 126 poliziotti sono stati coinvolti nelle indagini, ma nel ruolo di indagati: otto sono stati processati.
KANABISTAN. Lasciamo Elton Shahini per dirigerci nel cuore della capitale albanese. Tirana è una città di un milionedi abitanti. I cartelloni offrono lavoro nei cali center italiani: «Entra nel futuro...». Il futuro ti ricompensa con 330 lek l’ora, 2 euro e 43 centesimi.
Lungo uno dei viali principali c’è l’ingresso di un mega centro commerciale tra i più conosciuti del Paese. Cinque piani. Firme italiane, occhiali da sole e scarpe da trecento euro, ristoranti sushi e megastore Waikiki: suggestioni hawaiane, proprietà turca, dipendenti albanesi. E camicie a dieci euro. Poi cantieri su cantieri. Il Pii albanese vale 15 miliardi di euro l’anno – appena il triplo del business stimato della marijuana-e l’economia cresce fra il 3 e il 3,5 per cento. Impossibile immaginare che, tutto questo luccicare di negozi e operai al lavoro, non sia finanziato anche dai narcolek. «Il riciclaggio ha infiltrato e influenzato la vita economica, politica e sociale del Paese”, di legge nel rapporto Organised Crime pubblicato nel 2015 dalla Open Society Foundation for Albania. Le principali aree di investimento sono «le costruzioni, l’industria, il gioco, le miniere, la produzione nergetica, il settore dei carburanti». Nonché «le licenze e le concessioni statali».
Di fronte al palazzo del Governo c’è la “tenda della libertà” e un cartello con su scritto “Kanabistan”. È il presidio dell’opposizione: il Partito democratico che fu di Sali Berisha, oggi guidato da Lulzim Basha. Il partito ha abbandonato il Parlamento, paralizzando tutte le commissioni, proprio nel momento in cui, la democrazia albanese, sembra a una vera svolta: la riforma della giustizia. Prevede l’obbligo di vagliare la nomina dei procuratori alla luce di tutto il loro passato: dai rapporti familiari all’analisi dei patrimoni. Le nomine dovrebbero essere valutate da un’apposita commissione ma l’uscita del Pd dal parlamento ne impedisce la formazione: tutto questo in nome della – vera o presunta – lotta alla cannabis. Così rischia anche la nonna sulla “decriminalizzazione” delle istituzioni – qui la chiamano “Severino plus”-che farebbe espellere, da qualsiasi incarico amministrativo, a partire dal Parlamento, chiunque abbia una condanna passata in giudicato. Dai monti del Dukagjin a Tirana, ogni seme di marijuana, condiziona la democrazia albanese.
Basha siede su un divano dell’hotel Rogner, il 5 stelle della politica e degli affaristi che arrivano dall’estero. Accanto a lui, il suo consigliere economico, un italiano di Lamezia Terme, Roberto Caparrotta, ex imprenditore nel ramo manici in legno, oggi a capo di un cali ccntcr. «Volete sapere dove sono i narcotrafficanti? Chi ha protetto il super latitante Klement Salili?» domanda Basha. Baldi è ricercato dal governo greco c dalla Dea americana. È fuggito pochi mesi fa. Su di lui pende una taglia di 5 milioni di lek: 37mila euro. «Perché lo hanno fatto scappare? Perché non lo hanno arrestato? Baldi è legatissimo a Ilir Meta, presidente del Parlamento e capo dell’Lsi ( Lévizja Socialiste per integrim, Movimento socialista per l’Integrazione, ndr), che è il secondo partito di governo. Gli hanno dato persino incarichi pubblici. Volete trovare i trafficanti?
Chiedete al ministro dell’Interno Tahiri: perché – se non per trafficare marijuana – l’Audi a lui intestata varcava continuamente la frontiera? Perché il poliziotto che l’hascopertoedenunciato, DritanZagani, ha dovuto lasciare i1 paese e rifugiarsi in Svizzera?».
UN GIOCO DI SPECCHI. Orientarsi in Albania è un’impresa complessa. È vero che Zagani non indossa più la divisa c si c rifugiato in una città elvetica. Ma un documento – che Fq Millenniumha potuto visionare-mina la sua credibilità: fu proprio il Partito democratico – quello che oggi lo erge a simbolo della lotta anti cannabis e vittima dei socialisti – a regalargli una casa nella zona turistica dell ’Orikum. In calce al decreto ministeriale, che gli consegna gratuitamente la proprietà, la firma di Sali Berisha. Impossibile separare i fatti da una propaganda sempre più aggressiva.
«Zagani?», replica Saimir Tahiri, fino a marzo ministro dell’Interno albanese, quando lo incontriamo nel suo ufficio. «Sono stato indagato e archiviàto. L’auto era ancora intestata a me, ma soltanto perché l’acquirente non aveva formalizzato il passaggio di proprietà. Dovrei essere il più stupido dei trafficanti, se pensassi di usare lamiaautomobileperesportaremarijuana. La lotta politica ha raggiunto livelli miserabili». Socialista, 37 anni, capelli cortissimi e occhiali, Tahiri parla un perfetto italiano. «Siamo noi che abbiamo distrutto Lazarat», contrattacca.
Lazarat è la Medellin albanese. Anno 2014: ottocento agenti impiegati, guerriglia per cinque giorni, settemila proiettili esplosi, colpi di mortaio, blindati della polizia incendiati, 26 tonnellate di marijuana sequestrate. «Chi era al governo mentre Lazarat diven» lava un’unica piantagione? Perché le autobotti dei pompieri irrigavano migliaia di piante? Da quale partito prendeva ordini DashamirAlko, sindaco per undici anni? E chi era in quel momento il ministro delflnterno? Era il signor Basha. Ed era al suo partito che rispondeva il sindaco». Siamo in un infinito gioco di specchi.Tahiri accusa Basha. Basha accusa Tahiri.
«Abbiamo bisogno dell’aiuto di Ue e Frontex, peravere mezzi idonei. Gli unici ad averci dato una mano siete voi italiani», ci dice Tahiri riguardo alla difficoltà di contrasto che il governo incontra. «La Guardia di finanza italiana, con i suoi aerei, monitora l’Albania indicandoci le piantagioni da distruggere. Avevo chiesto al ministro Alfano di regalarci uno di quei velivoli. A voi questa operazione costa un milione di euro l’anno. Perché vi ostinate a spendere tanto mentre, con un unico regalo da 800mila euro, noi potremmo fare da soli e voi non spendereste più un centesimo? Non ho mai avuto risposta».
Ma una aereo non può bastare. Un aereo non può risolvere le ingiustizie sociali del Dukagjin. Tahiri nel frattempo è stato sostituito da Fatmir Xhafaj: suo fratello Agron fu coinvolto in un’inchiesta proprio sul traffico intemazionale di stupefacenti.
Se questo è il confronto politico, qual è invece il rapporto tra le due principali istituzioni – polizia e magistratura – che devono combattere questa guerra?
Altin Qato è il vice direttore generale della polizia. Mentre illustra i dati del contrasto al narcotraffico, gli rivolgiamo una domanda secca: «Da uno a dieci: quanto si fida della magistratura albanese?». Intorno a lui, i funzionari del ministero, prima tacciono, poi sorridono. Qato arrossisce. Si guarda attorno. Sembra alla ricerca di un suggerimento. E dopo una lunga pausa svicola così: «Mi dispiace, non credo di essere autorizzato a rispondere a questa domanda». Che accadrebbe in Italia se, il numero due del capo della Polizia rispondesse allo stesso modo? Com’è possibile combattere il narcotraffico se questo è il tasso di fiducia che gli uomini di governo nutrono verso la magistratura?
DESTINAZIONE VALONA. Il traffico internazionale della marijuana ha la sua capitale: Valona. Dove i criminali albanesi hanno bisogno del supporto della malavita italiana.«Qui il problema sono gli scafi. Non ne abbiamo molti. Dobbiamo chiederl i a voi», ci spiega Petraq mentre guarda in lontananza il promontorio di Karaburun. Lui, commerciante con un passato burrascoso, conosce tutti a Valona. Ci spiega che la flottiglia che fece la fortuna degli scafisti, ai tempi delle grandi migrazioni, non esiste più. «Ora qualcuno ha ricominciato a comprare i gommoni, con i soldi della marijuana, ma sono pochi per tutta 1 ’erba che c’è da portare di là»,diccridendo. E di là c’è la Puglia. «Gli albanesi non si fidano di voi italiani. Temono che rubiate la merce, così piazzano uno di noi sullo scafo, per controllare che non cambi la rotta. E se la Guardia di Finanza ti becca, preoccupati che esca il tuo nome sui giornali, così puoi dimostrare che non è stata colpa tua, che non hai rivenduto l’erba e intascato i soldi». Vecchie rotte, vecchi amici. «Venticinque anni tra Brindisi e Valona, Valonae Brindisi. Vuoi che non si sappia a quali porte bussare?». 11 riferimento di Petraq è chiaro. A riciclarsi, come traghettatori di marijuana, sono sempre più i brindisini: quelli dellavecchiaguardiadelcontrabbandodi sigarette. Per i valonesi curano la logistica: imbarcazioni, gente esperta al timone, punti di approdo collaudati, persone a fare da palo. Pochi i giovani, l’affare è in mano ai vecchi contrabbandieri. Sono i più affidabili e non avanzano strane pretese. Ed è questo l’anello italiano della catena iniziata a Scutari, nel villaggio dei Magip.
IL COSTO DELLA TRATTA. Dalle indagini si scopre che un piantone albanese guadagna cinquecento euro. Ne servono quattromila per lo scafo e i1 viaggio. E sono cifre sottostimate. «Meno di die cimila è difficile», dicono negli ambienti del vecchio contrabbando, nel quartiere Paradiso di Brindisi, dove l’import di sigarette è nato, tra le baracche costruite per i polacchi durante la guerra e poi convertite in case occupate da famiglie di pescatori di orate e sigarette. I brindisini sono alleati preziosi anche per un altro motivo: conoscono sì il litorale più discreto, da Rosa Marina ad Apani, dal bosco di Cerano a Torre Chianca, nel Leccese, ma conoscono soprattuttole gubbie, i depositi un tempo impiegati per i carichi di Marlboro. È la vecchia economia che ritorna.
È la filiera del contrabbando che si ricompone. E l’eterna guerra tra guardie e ladri, nelle notti di mare tra la Puglia e l’Albania, si fa più dura e serrata. In sedici ore di navigazione, con l’equipaggio comandato dal colonnello Antonello Maggiore, raggiungiamo il confine tra Grecia e Albania e torniamo nel porto di Bari: alle 2 del la notte vediamo i 1 faro di Saranda, siamo alla ricerca di scafisti partiti da Porto Palermo. Nonostante abbiamo ingaggiato la “rotta di collisione” sul bersaglio, niente da fare, non troviamo nulla. Ma i risultati del contrasto al traffico sono da record. Nel 2016 il reparto aeronavale pugliese ha sequestrato ben 20 tonnellate dimaria.Notte e giorno, con il mare in qualsiasi condizione, fino al limite delle acque internazionali. Anche gli investigatori della Dia, in Puglia, sono costantemente al lavoro. Sempre nel 2016 sono stati arrestati 31 scafisti e sequestrati 23 mezzi. Il 2017 si profila ancora più intenso: nei primi tre mesi, le tonnellate sequestrate, come detto, sono già 11,6; gli scafisti in manette 20; i mezzi sequestrati 12.
Sbricioli, rolli, fumi. Dagli zingari Magip al riscatto sociale del Dukagjin, dalle vendette di sangue alle vetrine di Tirana, dalle elezioni albanesi alla riforma della giustizia, fino alle notti insonni di finanzieri e scafisti: c’è tutto, in quella boccata.