IL – Il Sole 24 Ore , 1 maggio 2017
Tra le onde africane un colosso di ferro
La FPSO Kufuor porta il nome di John Agyekum Kufuor, l’ex presidente del Ghana che ha dato nuovo slancio al settore delle esplorazioni e che, nel 2001, ha assegnato la licenza del campo dove la nave andrà a operare. La sua madrina, invece, è l’attuale first lady, Rebecca Akufo-Addo. Questa unità di Floating Production, Storage and Offloading è nata a Singapore dalla collaborazione tra Eni, Ghana National Petroleum Corporation. Vitol e Yinson ed è stata realizzata in un tempo record: solo 24 mesi di cantiere, il miglior risultato per Eni, un benchmark per il settore. Da Singapore è partita per l’offshore del Ghana; produrrà petrolio, ma soprattutto il gas che alimenterà per almeno 15 anni le centrali elettriche locali: un contributo non da poco per lo sviluppo del Paese.
Il soprannome del presidente Kufuor – the Gentle Giant, il gigante gentile – calza a pennello anche alla FPSO. Nonostante le dimensioni (lunga 333 metri e larga 58 – in pratica come 3 campi da calcio uno in fila all’altro – e pesante 6gmila tonnellate), è progettata per minimizzare l’impatto ambientale. Parte del gas estratto dai giacimenti verrà utilizzato sulla nave stessa, che è indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico: tre enormi turbine garantiscono l’elettricità a tutti i sistemi di bordo, e consentono il funzionamento delle pompe, dei compressori gas e dei sistemi di export e offloading che rendono la FPSO Kufuor un prodigioso e versatile mix tra petroliera e piattaforma.
La complessità di questa struttura navale è legata al doppio binario produzione/trattamento di idrocarburi. Potrà lavorare allo stesso tempo l’olio e il gas, estratti da due giacimenti vicini, separando il gas associato dal petrolio ed eliminando ogni traccia di liquidi dal gas. A bordo verranno effettuati solo trattamenti fisici – cambiamenti di stato, pressione, temperatura – per assicurare che petrolio e gas siano trasportabili; il petrolio poi verrà scaricato su shuttle tankers, mentre il gas verrà esportato grazie a un gasdotto sottomarino lungo circa 60 chilometri. Dall’impianto onshore di Sanzule nella Western Region del Ghana, il gas verrà immesso in rete, incrementando in misura considerevole la disponibilità di fonti energetiche. «È per questo che la Banca Mondiale ha definito il progetto top priority». spiega Umberto Carrara, Executive Vice President per l’Africa Sub-Sahariana di Eni: «La certezza di forniture di gas a lungo termine permetterà al Ghana di alimentare centrali termoelettriche che, a loro volta, accelereranno lo sviluppo industriale del Paese», perché una produzione più stabile di energia elettrica significa standard di vita migliori per la popolazione e maggiori opportunità di crescita economica generale.
«Proprio due anni fa ero in Ghana per firmare il contratto di questa FPSO», ricorda Eirik Barclay, ceo di Yinson. «Quel giorno abbiamo promesso che avremmo completato i lavori di questa enorme FPSO in 24 mesi. Forse nemmeno noi pensavamo davvero di farcela in un tempo così breve». Per portare a termine il progetto, Eni e i partner hanno seguito una strategia esecutiva particolare: «Il refurbishment e i lavori strutturali sullo scafo, che sono attività labour-intensive, sono stati realizzati in Cina», ci spiega Domenico Mezzina, FPSO Work Package Manager di Eni. «Parallelamente, abbiamo realizzato i moduli topside, cioè la parte nuova di impiantistica, in Vietnam e in Indonesia, e le strutture esterne di protezione in Ghana. Oltre a questo, abbiamo utilizzato turbine e compressori dall’Italia, catene di ormeggio dalla Norvegia, impianti di reiniezione dall’Inghilterra, altri materiali dalla Corea... Qui, nei cantieri navali della Keppel a Singapore, abbiamo integrato i diversi moduli e installato i tubi e i cavi di interconnessione» La scelta di lavorare in parallelo e non in sequenza comporta dei rischi: «E come una catena: scegli di avere tanti anelli su cui suddividere il lavoro, ottimizzando costi e tempi, ma così aumentano anche le incognite. Oppure, puoi avere un unico anello, forse più semplice da controllare ma anche più a rischio sovraccarico». La parte più delicata, infatti, è stata quella dell’integrazione, e qui le capacità manageriali, oltre che tecniche, sono state fondamentali.
La FPSO è stata completata in tempo e in piena sicurezza: «Ci sono voluti più di 17 milioni di ore-uomo per completare il progetto, e non c’è stato nemmeno un incidente di rilievo sul lavoro», sottolinea ancora Barclay: un altro motivo di orgoglio, se si pensa che un cantiere di queste dimensioni occupa migliaia di persone: «Lo scorso agosto abbiamo raggiunto un picco di 3.200 persone a bordo», ricorda Domenico Mezzina, «e tutto il Sud-Est asiatico – India, Bangladesh, Cambogia, Tailandia, Indonesia, Malesia, Filippine – era rappresentato nel cantiere». Per non parlare dello staff Eni: Kazakhstan, Venezuela, Egitto, Sudafrica, Irlanda, India, Filippine, Malesia... E ancora gli svizzeri e gli olandesi di Vitol, e i ghanesi della GNPC.
Da Singapore, la FPSO Kufuor ha intrapreso il suo viaggio per «andare a casa», per usare le parole di Umberto Carrara: una casa in mezzo al mare, dove rimarrà per i prossimi 15, forse 20 anni. «Prima di partire per il Ghana sono stati effettuati test in mare aperto, in anchorage, per collaudare quei sistemi che devono avere determinate condizioni di pescaggio (antincendio, ballast, produzione di acqua potabile); poi il sea trial, con prove di velocità, di arresto e di tenuta a mare», spiega Mezzina. «Un paio di settimane di lavoro, poi il pieno di carburante e la partenza».
Un pieno di tutto rispetto: 7mila metri cubi di gasolio, che dovrebbero bastare per i circa 45 giorni di navigazione da Singapore al Ghana. Si farà comunque tappa in Namibia, dopo circa un mese, per una crew change e eventuali rifornimenti. «Dobbiamo affrontare un tratto a rischio di pirateria, all’uscita dello stretto di Malacca, dove la nave sarà scortata dai rimorchiatori. Poi attraverseremo l’Oceano Indiano, al largo del Madagascar per evitare la costa somala, anche questa a rischio pirateria. Un altro punto critico, stavolta a causa delle correnti, è il Capo di Buona Speranza: ce rischio di stand-by, si devono aspettare le condizioni favorevoli». All’arrivo in Ghana inizieranno le fasi di installazione: ormeggio, installazione dei risers e degli ombelicali preinstallati che collegheranno la FPSO ai pozzi sottomarini, test di comunicazione con i sistemi sottomarini e test di apertura e chiusura delle valvole per mettere in attività il pozzo.
A quel punto, passa tutto ai colleghi delle Operations: «Nell’upstream c’è una definizione molto chiara: la prima goccia di idrocarburo rappresenta il momento in cui il timone passa dal team che cura la realizzazione del progetto al team che ne gestirà l’operatività. Loro sanno come gestire un pozzo». Un passaggio tecnico che ha anche risvolti emotivi: «A bordo hai passato tanto tempo, hai conosciuto e lavorato fianco a fianco con tante persone, in certi casi ci hai anche vissuto... Alla fine la FPSO la senti un po’ tua. Ti rimane l’orgoglio di aver fatto qualcosa di grande».