Millennium, 1 maggio 2017
L’Escobar del balcani
LA STRADA che porta a Stjar è tutta in salita. Case scorticate, altre mai ultimate. La sua non è difficile da trovare, sulla via principale che corre verso Delvina: palme alte, ampie vetrate, videosorveglianza ovunque, un lusso che s’impone sulla modestia di tutto il resto. «Cercate Keli? Non c’è nessuno qui da cercare! Solo la polizia viene a perdere tempo», dice una signora, con tono di sfida.
In questo villaggio di 700 anime, a due passi da Saranda, dove l’Albania comincia a diventare Grecia, c’è anche un cordone di cittadini a mettersi di traverso nella caccia al fuggitivo che scopre i nervi al governo di Tirana, che diventa attrito diplomatico con Atene e con Washington, e che svela la presunta contiguità tra mafia e pezzi di Stato.
Lui, “Keli”, fa confondere tutti, anche sul suo nome: Kelmend all’anagrafe, Klement per i media. È Balili, è il “Pablo Escobar dei Balcani”, come lo defiscono gli inquirenti ellenici e come lo ha consacrato l’immaginario collettivo. Da ex manager pubblico a barone della marijuana albanese, ritenuto un grande boss del narcotraffico che dal sud del Paese delle Aquile smista droga in mezza Europa. È ricercato da tempo: il 9 maggio 2016, la Grecia ne ha ordinato l’arresto; una settimana dopo è arrivato il mandato di cattura internazionale. L’Albania ha chiesto le prove ad Atene e lo scambio di documenti è andato avanti pennesi. Solo il 9 dicembre scorso, anche i I Tribunale di primo grado per i crimini gravi ha stabilito a carico di Baldi la “misura di sicurezza” della detenzione in carcere. Sulle sue tracce c’è poi la polizia bulgara e c’è, soprattutto, la Dea americana, l’agenzia federale antidroga.
Keli non si fa catturare. «Non è più in Albania», ripete il fratello maggiore Bashkim. Eppure, tutti qui a Stjar dicono di vederlo, tutti riescono a immortalarlo in foto e video: sugli yacht, a pescare; ai matrimoni, panciuto, a ballare intonando 1’inno del Ks Butrinti Sarande, la squadra di calcio locale. Poi viene avvistato a Tepelenè, ospite del sindaco e del direttore dei trasporti di Gjirocastra, ma entrambi smentiscono. Fonti investigative albanesi confermano a Fq Millennium che «almeno fino a fine gennaio ha vissuto a Tirana», forte di coperture che starebbero in alto, molto in alto.»
Keli sa come muoversi e sa quando stanno per giungerealui. «Digli di andare via,stannoarrivandogli“ospiti”»èlasoffiata via telefono alla famiglia, all’alba del blitz del 10 dicembre, l’ennesimo a vuoto dopo i quattro precedenti e tutti i successivi. Il ministero degli Interni albanese ha annunciato l’avvio di un’inchiesta: il sospetto è che a parlare siano ufficiali di polizia di Saranda.
«Non mi meraviglia, il loro capo Io ha nominato lo stesso Baldi, che gode delle orecchie sorde e dell’occhio chiuso degli agenti, della loro protezione», attacca l’ex premier Sali Berisha.
Keli non è più solo un caso giudiziario: è soprattutto un caso politico. E lo è per via degli agganci che ha con Lsi, il Movimento Socialista per l’Integrazione, i1 grande alleato del primo ministro Edi Rama: a Delvina, città poco distante da Saranda, suo nipote Rigels Baldi è stato eletto sindaco con un plebiscito del 72 per cento dei voti ed è espressione dello stesso Movimento. Ed è stato il capo di Lsi, il potentissimo presidente del Parlamento Ilir Meta, a tagliare il nastro durante I’inaugurazionc del mega albergo del fratello di Kelmend, il 25 luglio 2015. Al suo fianco c’erano l’allora ministro del Turismo (oggi ministro delle Finanze) Arben Ahmetaj e il deputato socialista Kogo Kokédhima, vicinissimo al premier. Fino alleelezioni del 2013, invece, i Baldi hanno sostenuto l’attuale opposizione Pd.
«È soltanto finito in un gioco politico, puntano lui per attaccare Rama. Non c’è niente di male da dire: Kelmend ha aiutato tutti quelli che hanno bussato alla sua porta, ha salvato la vi ta di una ragazza portandola di notte in ospedale perché sua madre non aveva l’auto. Il resto è pettegolezzo». Per la signora di Stjar, lui è chi qui tutti dicono che sia: Keli, il benefattore.
È questa la sua culla, dove è nato il 20 marzo 1972.1 suoi genitori, Sabaudin e Nazos, erano gente che lavorava la terra. Sette fratelli, a farsi le ossa su un trattore. La metà di loro è emigrata in Grecia. L’altra è rimasta. E ha fatto fortuna, dopo aver avviato, tra il 1996 e il 1997, aziende nel settore edile, poi nei trasporti, poi nella security. «Quando hai una famiglia grande, vuol dire che sei forte», dicono gli albanesi. È dei Baldi il Santa Quaranta, resort tra i più lussuosi di tutto il Paese, uno stile da reggia viennese sul la spiaggia sud di Saranda, la Rimini dell’altra sponda. È stesso hotel al centro degli scandali che hanno agitato la politica negli ultimi mesi: è lì che, a detta dell’ex ministro della Giustizia YlliManjani, silurato a fine gennaio, membri del governo sarebbero stati ripresi durante delle orge.
Il Santa Quaranta, che prende in prestito vecchio nome della città, è snodo fondamentale: a febbraio, la Procura ha acquisito tutta la documentazione per cercare di capire da dove proviene il fiume di denaro con cui c stato ristrutturato l’intero complesso turistico. Il dubbio è che siano stati riciclati lì i proventi del narcotraffico. A chiarirlo, ovviamente, saranno le indagini, portate avanti ai sensi dellaleggeantimafiaentrata in vigore dopo il 2004. Nel buio, invece, resta quello che è successo prima: com’è avvenuta, nel 2000. la privatizzazione di quella miniera d’oro, fino a quel momento di proprietà dei sindacati. Quello era, infatti, il Kampi punetoreve, prima campo di lavoro durante il regime e dal 1986 campo di riposo: «Quanti abbracceranno il socialismo avranno il diritto a trascorrere lì un paiodi settimanedi relax», scrissero le cronache dell’epoca.
Ora, sulla carta, proprietario unico è Bashkim Baldi, fratello di Kelmend, che tuttavia, lo abbiamo già detto, per gli inquirenti è il socio occulto. “Dettaglio” da provare. A lui, infatti, i documenti dicono che sia intestata solo la casa di Stjar, oltre un conto corrente da poco più di 30mila euro, gli stipendi versati dal Servizio di trasporto stradale di Saranda. Di questo Keli è stato direttore fino al 12 maggio 2016, quando è stato scaricato in seguito al mandato di arresto greco. La sua nomina, nell’ottobre 2013, subito dopo l’insediamento del premier Edi Rama, era stata fatta direttamente dal ministero dei Trasporti, allora guidato da Edmond Haxhinasto, in quota Lsi.
È da quella posizione privilegiata che Baldi avrebbe gestito le rotte della marijuana verso la Grecia e da lì nel resto del continente, fino al nord Italia, Milano in particolare, e al Belgio. Da Saranda avrebbe incanalato i flussi dell’oro verde prima coltivato a Lazarat, poco distante, e poi nelle più grandi piantagioni d’Albania, a Tepelené, Kurvelesh, lungo la valle del fiume Vjosé, alle spalle di Valona. Lo avrebbe fatto stringendo alleanze di peso, in primis quella cpn i fratelli Habilaj, ritenuti i padroni della piazza valonese, primi cugini del ministro degli Interni Saimir Tahiri, sostituito da Rama agli inizi di marzo, dopo non poche pressioni.
È scaltro, Baldi, almeno stando alle intercettazioni telefoniche condotte dalla poi izia greca su un numero che a lui è stato attribuito. Le conversazioni, tutte notturne, vengono registrate tra i 14 e i 17 maggio 2016: due scafisti albanesi attendono su un’imbarcazione nella baia di Saranda; «Luci spente e poco rumore» è il consiglio che ricevono dall’altro capo del telefono. Devono trasportare 687 chili di marijuana su un isolotto disabitato, vicino a Zante, dove ad attenderli c’è il gruppo guidato da Georgios Alifantis, considerato dagli inquirenti ellenici il coordinatore del trasporto, stoccaggio e distribuzione della cannabis, in collegamento con il terzo anello della catena, quello di un boss albanese di stanza a Bruxelles. La retata di maggio, costata l’arresto a 15 persone e condotta assieme alla Dea americana, ha svelato quella che potrebbe essere una delle più importanti piste della cannabis: scafi veloci dall’Albania alle isoleelleniche.poi imbarco sui camion diretti in Italia o nel resto dei Balcani. Allo stesso giro apparterrebbero i 451 chili ritrovati a Patrasso il 25 gennaio2014: i 678 chili bloccati al confinecon la Macedonia nell’aprile2015 e, nello stesso mese, i 531 sequestrati dalla polizia bulgara. Non numeri stratosferici, ma comunque la punta di un iceberg che vale milioni di euro.
Non è la prima volta che Keli ha problemi con la giustizia: per traffico di marijuana è già stato arrestato e poi ri lasciato nel 2006. Ora, i blitz si susseguono a Stjar, con l’impiego di centinaia di agenti. «Venderemo tutto per trovare giustizia nei tribunali intemazionali», ha detto la moglie Alma ai cronisti locali, a fine gennaio.
Lui, invece, parla solo per mezzo del suo avvocato greco, Alexis Kuyas: in sintesi nessuna resa, c’è un complotto politico sulla sua testa.
Il 13 dicembre si è messo in mezzo anche l’ambasciatore Usa Donald Lu: «Il ritardo nell’arresto rappresenta un fallimento della Polizia e del sistema giudiziario. Per sette mesi ho incoraggiato la Polizia, il ministro dell’Interno, il ministro della Giustizia, il Procuratore generale ad arrestare Klement Balili. Sono passati sette mesi da quando la Polizia greca ha fermato i trafficanti di droga legati a lui, che invece cammina 1iberamente per le strade di Tirana, perché fino a venerdì scorso l’ufficio del Procuratore non aveva ancora ordinato il suo arresto». «Il governo non ha ricevuto né accetta di ricevere pressioni da qualsiasi Paese. All’ambasciatore americano questo gliel’ho detto in via amichevole», ha replicato Rama.
Keli, “el Pablo”, è sulla bocca di tutti.
E il troppo clamore lo rende una rogna.