la Repubblica, 1 maggio 2017
San Nicola l’avventura delle reliquie
C’è il rischio concreto che la sensibilità occidentale derubrichi a devozione medievale l’entusiasmo gigantesco con cui l’ortodossia russa accoglierà dal 28 maggio alcune piccole reliquie di san Nicola, che andranno da Bari a Mosca e poi a San Pietroburgo. Quelle ossa sono ancora in Occidente perché furono razziate dai latini dopo l’occupazione islamica dell’antica Myra.
Più svelti i baresi a trafugarne il grosso nel 1087. Più pignoli i veneziani a rubarne i frammenti residui durante la prima crociata. Più abili i lorenesi a vantarne qualche pezzo. Più generosi i riminesi, che donarono un osso del santo alla chiesa di Volos nel 2003. Ma nella chiesa latina la devozione del vescovo di Myra – vissuto a cavallo fra la persecuzione di Diocleziano e la legalizzazione costantiniana del cristianesimo, probabilmente padre nel primo concilio di Nicea – s’è in effetti assopita. La modernità ha ridotto san Nicola alla caricatura di “babbo natale” e i tre sacchi d’oro appesi al suo bastone, con cui secondo la leggenda aveva riscattato tre ragazze dalla prostituzione, sono diventati sacchi di dolciumi e di giocattoli. La chiesa italiana, in preparazione a questo scambio con la chiesa russa, ha ristabilito come obbligatoria la festa di san Nicola solo a novembre del 2016, sanando un oblio assai eloquente.
In Oriente san Nicola è ben altro, soprattutto in Russia. Lo è per il potere (Romano Prodi ha spesso ricordato Putin sdraiato a terra sotto l’altare di Bari a pregare, lontano dalle telecamere). E lo è per il popolo, dove quella venerazione si inserisce in una logica celebrativa completamente diversa da quella latina.
Per i credenti d’Occidente – cattolici, evangelici, riformati o anglicani che siano – la liturgia suppone una piena presenza di sé, che ha nella coscienza individuale (ai bambini si diceva “sta attento”) il suo presupposto. Nella liturgia ortodossa, e in modo fortissimo in quella russa, agisce invece un dinamismo opposto, di mistica inerzia. La celebrazione è solo il riflesso della liturgia angelica. Chi vi partecipa non è banale “sé”, ma un testimone della condizione umana visitata dall’invisibile: dell’andirivieni delle persone, nella ripetizione delle “metanìe” (i segni della croce che percorrono il corpo fino ai piedi costringendo a piegarsi per toccar terra con le dita) il “mistero” si palesa come invisibile. Non c’è il feticcio emotivo che il tradizionalismo cattolico cerca di fabbricare chiamando “tradizione” i propri miti romantici e i “latinorum”, ma come luce che contorna l’invisibile e come suono che nasconde il fluire del tempo. L’icona russa non produce qualcosa “da guardare”, ma qualcosa davanti a cui abbassare lo sguardo: segna il confine fra colui che scruta i cuori e i cuori. Abita sotto torri dalle cupole d’oro e d’azzurro, per far entrare il cielo e non per sfidarlo. Vive in una polifonia tonale che non deve dettare una melodia, ma ridurre a dettaglio il tempo che è comunque dettaglio “Izre Cherubim”, “davanti ai cherubini”, come dice la lentissima nenia dell’offertorio musicata anche da Chaikovskij. Si muove a baciare le icone dove Maria, triste e scura, rappresenta la condizione umana compatita dal Verbo. China la fronte su san Nicola che esempla il vescovo liturgo e buono.
Al cuore di questa liturgia ci sono solo due atti corali: la recita del Padre Nostro e soprattutto quella del Credo, definito in greco dai primi due concili di Nicea – dove forse sedeva san Nicola – e Costantinopoli del IV secolo e tradotto in russo. Un Credo senza quel “Filioque” – la paroletta aggiunta nel latino dai visigoti per dire che lo Spirito procede attraverso il Figlio e che fa ritenere eretici agli occhi degli integralisti ortodossi tutti i latini – e che porta una traduzione di grande suggestione quando arriva al capoverso sulla chiesa “una, santa, cattolica ( catholichè) e apostolica”. I latini si limitarono a traslitterare la “cattolicità” del Simbolo: come a dire che vivere “secondo una logica del tutto” – catholiché vuol dire questo – costituisce un traguardo, come l’unità, la santità e l’apostolicità di ogni chiesa (in molte traduzioni occidentali moderne si è fatto lo stesso e raramente si è ricorsi ad un più ambiguo “universale”). La tradizione russa invece di traslitterare tradusse il “cattolico” del Credo con la parola “sobornaia”, che interpretava in modo originale e geniale la cattolicità. “Sobor” è infatti il “concilio” e “sobornaia” è la “conciliarità” come modo d’essere e qualità della chiesa: conciliarità che non è partecipazione, ma il modo di essere “secondo il tutto”, che va anche oltre la ricca tradizione conciliare della chiesa russa (alla quale la ricerca italiana ha fornito la prima edizione critica, consegnata a febbraio a Mosca).
Nella sintesi fra concezione della liturgia e visione della chiesa si colloca un atto che gli occidentali possono derubricare dunque a religiosità popolare o vedere solo – adusi come sono a traffici politico-ecclesiastici di piccolo calibro – come parte di un rapporto fra poteri. Ma nel quale c’è molto di più.
La sinfonia fra chiesa e Cremlino non è un fatto, ma una premessa. Può incrementare la ricerca di comunione (lo fece Medvedev quando mandò a Firenze un’icona di Rublëv esposta dal cardinale Betori al culto in Battistero, lo fa ora Putin con questa accoglienza di san Nicola) oppure accentuare le chiusure (com’è stato in occasione del concilio panortodosso di Creta disertato dai russi). E la pietà dei milioni di pellegrini che si chineranno sulle icone e sulle ossa di san Nicola – che papa Francesco potrebbe anche andare a riprendersi o donare definitivamente alla Russia – dicono che la capacità di comunione delle chiese, la gratuità mite e pacifica della loro sororità, ha a che fare con un mondo assuefatto alla pestilenza della guerra.