La Stampa, 1 maggio 2017
Pinacoteca di Brera (Milano)
È stato definito «il custode britannico della cultura italiana». Erano alte le aspettative per James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera a Milano. Nato a Toronto, studi di architettura a Londra, e un’esperienza trentennale in musei pubblici e privati: Amsterdam, Francoforte, Firenze (Palazzo Strozzi). Ma Milano e Brera apparivano la sfida più difficile.
Così, malgrado una partenza energetica, con un programma di rinnovamento snocciolato già nel gennaio 2016, non sono mancati incidenti di percorso, come le polemiche per il restauro di alcune opere indotto da una alterazione delle temperature. Acqua passata ora, di fronte a venti sale ristrutturate con illuminazioni, colori, percorsi espositivi, didascalie per bambini, ipovedenti e d’autore. Ma soprattutto davanti al rilancio della collezione permanente, uno dei capisaldi filosofici della nuova direzione. «L’idea era di rimettere il visitatore al centro dell’esperienza. Per cui si è deciso di smettere con le mostre temporanee, blockbuster, fatte per attirare visitatori e alzare i numeri in modo opportunistico, cannibalizzando i musei e le loro collezioni permanenti», spiega Bradburne. Da qui iniziative come i Dialoghi, che accostano opere della Pinacoteca con altri dipinti «ospiti». «Si voleva riportare l’attenzione sulla collezione, affiancando i nostri capolavori a quelli provenienti da altri musei». I numeri gli danno ragione: 340 mila visitatori nel 2016, più 5,42% sul 2015, l’anno beneficiato dall’Expo. Spiccano le cifre delle aperture serali del giovedì a due euro, che hanno intercettato più di mille giovani a sera. E tutto ciò malgrado «un’autonomia a metà», in cui «si possono cercare soldi e incassare i biglietti, ma il personale dipende dal Mibact».
Col paradosso che «non possiamo pagare gli straordinari allo staff per le iniziative speciali, ma dobbiamo trovare degli sponsor ad hoc».