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 2017  maggio 01 Lunedì calendario

Cool Blairannia

Persino le condizioni atmosferiche erano dalla nostra parte. Il sole sorgeva sul Tamigi quando Tony Blair si rivolse ai sostenitori radunati alte sterno della Royal Festival Hall. «E l’alba di un nuovo giorno, o no?». Lo era. Molti dei giovani presenti non avevano mai visto altro che governi Tory, guidati prima – a partire dal 1979 – da Margaret Thatcher e poi da John Major, quando era parso che la Lady di Ferro stesse arrugginendo. In effetti, nel 1992, quando Major ottenne a sorpresa la maggioranza alle elezioni, molti commentatori avevano osservato che i laburisti, incapaci di vincere in quell’occasione, non sarebbero mai più tornati al potere.

I risultati che arrivavano dalla sua circoscrizione elettorale nel Nord dell’Inghilterra, «stiamo vincendo in posti a cui non avevamo neanche mai mirato». Fu davvero una vittoria a valanga. Nel giorno in cui la signora Thatcher era diventata Primo ministro, io davo gli esami all’università di Cambridge. A distanza di diciott’anni, con una carriera da giornalista e tre anni di campagna elettorale alle spalle, stavo per seguire Tony, il suo successore, al di là di una delle porte più famose del mondo, al numero 10 di Downing Street.
Eppure, a rileggere i miei diari, nessuno dei due era contagiato dall’euforia generale. Ciò era dovuto in parte allo sfinimento causato da una campagna estenuante e dalla notte passata in bianco, cui si aggiungeva la consapevolezza di nuove responsabilità, ma c’era anche il fatto che – come aveva osservato Tony a Downing Street dopo il passaggio a Buckingham Palace, dove la regina gli aveva chiesto ufficialmente di formare un governo – «non si può governare sull’onda dell’euforia». Eppure, era proprio l’euforia il sentimento che sembrava prevalere. Non solo tra i sostenitori laburisti radunati in Downing Street, ma anche tra la gente che usciva dalle case e dagli uffici per acclamare Blair. Vivevamo un grande momento di cambiamento.
Secondo il sistema politico britannico, il Primo ministro, che abbia dormito oppure no, si mette subito al lavoro. I camion del trasloco di Major hanno fatto appena in tempo ad andarsene, che il nuovo primo ministro subentra con tutta la famiglia, lo staff e il programma sulla cui base è stato eletto; quest’ultimo, nel caso di Tony Blair, prevedeva la modernizzazione dell’economia e della Costituzione, una parziale devoluzione dei poteri a favore della Scozia e del Galles, la riduzione della disoccupazione giovanile, gli investimenti necessari alla riforma della scuola e della sanità, l’adozione di un nuovo e più positivo approccio nei confronti dell’Europa e dello sviluppo mondiale. Facemmo grandi passi avanti in tutti questi campi, ed è per questo che quattro anni dopo ci assicurammo una maggioranza ancora più solida. A quel punto, toccò ai conservatori interrogarsi sulla dissoluzione della loro forza elettorale.
La politica, il governo e la leadership non hanno però a che fare solo con le riforme. Hanno a che fare con l’umore generale. Se confronto l’umore di allora con il sentimento pessimistico, di rabbia e divisione, che prevale nella Gran Bretagna della Brexit, ho l’impressione che sia trascorsa un’era geologica. Eppure, dato che il partito laburista, sotto la guida di Jeremy Corbyn, non riesce a costruirsi un seguito nell’opinione pubblica, si può capire come mai Theresa May pensi di vincere le prossime elezioni, qualunque cosa decida di fare. Ora, insomma, tocca di nuovo a noi avere dubbi esistenziali e chiederci perché l’attuale leadership laburista coltivi un giudizio negativo sul conto di Tony Blair, nonostante i traguardi: il salario minimo nazionale, l’indipendenza della Banca d’Inghilterra, la creazione del Parlamento scozzese, dell’Assemblea gallese, l’elezione diretta dei sindaci, la pace in Irlanda, il programma occupazionale ispirato al New Deal, il più grande programma per la costruzione di scuole e ospedali dai tempi della Seconda guerra mondiale, cospicui investimenti a beneficio dei bambini più poveri, maggiori diritti per gay e lesbiche. Tutti questi progressi vengono perlopiù liquidati con un’alzata di spalle e con un’unica parola: Iraq. I Tory fanno un uso migliore della loro storia: perciò continuano a tornare alla ribalta, e noi glielo permettiamo. Forse, quel primo giorno, quando osservò che «non si può governare sull’onda dell’euforia», Blair aveva la sensazione che quando si parte da tanto in alto si può solo scendere. L’atmosfera generale, comunque, può aiutare a ottenere risultati che neppure i governi, a volte, si aspettano.
Ancora oggi, non riesco del tutto a spiegarmi come si sia riusciti a risolvere tutti i problemi per arrivare alla firma dell’accordo del Venerdì Santo in Irlanda del Nord, che fu forse il punto più alto del periodo che ho trascorso accanto a Tony Blair. Una delle ragioni fu senz’altro l’ottimismo dominante, la sensazione che lui avesse qualcosa di speciale e che sarebbero accadute grandi cose. Ci volle anche un’incredibile quantità di lavoro, ma quella sensazione di ottimismo fu un fattore determinante: forze in guerra da decenni si sedettero intorno a un tavolo per sottoscrivere un accordo di pace. I politici difficilmente godono del beneficio del dubbio, ma Tony Blair potè contarci per lunghissimo tempo: per tutta la durata del primo mandato, per un bel pezzo del secondo, dopo aver vinto con lo slogan quanto mai prosaico e banale che prometteva «scuole e ospedali prima di tutto». Poi, gli attentati dell’ll settembre 2001 e quel che ne conseguì, in Afghanistan e in Iraq, modificarono completamente il corso delle cose.
Nel 1997, “Cool Britannia” divenne una delle etichette più utilizzate per definire i primi anni dell’era Blair. Non fu, come spesso si è creduto, una trovata della propaganda del New Labour, bensì un titolo del settimanale Newsweek. Quando attori come Kevin Spacey e musicisti come Noel Gallagher, degli Oasis, presero parte ai ricevimenti organizzati al numero di Downing Street o quando Tony e Cherie Blair invitarono Bill e Hillary Clinton al Pont de la Tour, un ristorante sul Tamigi, o quando, ancora, i Clinton invitarono Elton John e Stevie Wonder a suonare in occasione della nostra visita alla Casa Bianca, c’era ben poco del cinismo che sarebbe stato utilizzato retrospettivamente per commentare tali eventi. Tony Blair stava emergendo, quasi in un lampo, come una star sulla scena politica internazionale: c’erano partiti in tutto il mondo che volevano capire in che modo New Labour era passato dal rischio estinzione del 1992 alla vittoria del 1997, e i leader dei partiti di centro-sinistra volevano partecipare al dibattito sulla Terza Via che lui e Bill Clinton avevano intavolato. E quando Clinton faticava a gestire le conseguenze dei suoi inappropriati comportamenti sessuali, il sostegno incondizionato di Tony Blair – le nostre visite negli Stati Uniti sembravano coincidere con un acutizzarsi del caso Clinton-Lewinsky – contribuì a cementare un legame personale e politico che si rivelò fondamentale quando noi ci trovammo a fronteggiare una delle più gravi crisi del primo mandato blairiano, ossia il conflitto nel Kosovo.
Anche in Europa stavamo conquistando nuovi amici e ammiratori. La serie vincente di Blair arrivò a comprendere una corsa in bicicletta, in occasione del nostro primo summit europeo, in Olanda, sei settimane dopo le elezioni. Gli olandesi proposero ai leader una corsa in bicicletta su un ponte. Il gigantesco cancelliere Helmut Kohl, sgomento e contrariato, preferì andare a piedi. Lamberto Dini, il ministro degli Esteri italiano, ci provò e fu distaccato. Io, vedendo un’ottima photo opportunity, suggerii a Blair di attraversare il ponte per primo. E lui lo fece, salutando con la mano.
Grazie a un’altra fortunata coincidenza, la Gran Bretagna iniziò il suo semestre di presidenza UE ed ebbe l’occasione di un summit dei G8 poco dopo l’elezione di Tony Blair. In generale, entrambi gli eventi andarono bene, anche se dovemmo placare l’ira di Romano Prodi perché, in occasione del nostro semestre di presidenza europea, il simbolo da noi scelto come logo per l’Italia fu... una pizza. Le pizze e le cadute in bicicletta, comunque, furono piccoli inconvenienti in un periodo che, per quanto i nemici di Blair oggi si sforzino di dipingerlo negativamente, fu segnato da grandi progressi in tutti i settori della vita nazionale. Fu spesso emozionante, anche se molti lettori dei miei diari osservano che non sembravo felice mentre li scrivevo. In realtà è dipeso dal fatto che sono un depresso, che si lavorava duramente, che non avevo mai tempo per la mia famiglia. Può darsi, insomma, che sul momento io non fossi particolarmente felice, ma sono felice di aver contribuito a qualcosa di molto speciale, di cui si sentono ancora oggi gli effetti positivi, malgrado Corbyn, Theresa May e la iattura della Brexit. L’inno della nostra campagna era Things can only get better (le cose possono solo migliorare), e infatti migliorarono.