Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Fini ha violentemente attaccato la Lega, Berlusconi e la legge sulle intercettazioni e ha spiegato che lui e i suoi se ne sono andati dal Pdl per non essere costretti «a difendere l’indifendibile». Impressionante il fuoco sul disegno di legge in discussione alla Camera. «Non è la migliore legge per l’interesse nazionale ma forse per l’interesse personale di qualcuno». «Non se ne può più di videomessaggi, di annunci e promesse non mantenute. Il governo non governa e il premier è in tutt’altre faccende affaccendato». «Un giorno serve il processo breve e un giorno il processo lungo a seconda di quello che conviene». «Se Berlusconi amasse l’Italia avvertirebbe l’esigenza di fare un passo indietro». «L’era del berlusconismo e del bipolarismo è finita».
• Concentriamoci su questa famosa legge sulle
intercettazioni. Di che si tratta?
È l’ennesimo tentativo di regolare questa faccenda
assai spinosa. Ci sono due questioni. Prim al governo (a Berlusconi) non
piace che i giudici facciano ricorso con tanta frequenza alle intercettazioni
telefoniche. Ricorderà che a Bari ammisero di aver fatto centomila
intercettazioni per indagare su Tarantini. Una cifra spropositata, anche in
termini di costi (si parla di un miliardo di euro stanziati per questa
bisogna). Second non si vuole assolutamente che le intercettazioni finiscano
sui giornali, specialmente quando non hanno rilevanza penale. Il dibattito è
come sempre molto acceso perché la legge andrebbe a limitare due diritti/doveri
all’apparenza intoccabili: quello dei giudici di indagare e quello dei
giornalisti di riferire. D’altra parte il ragionamento del Cav. è quest
troppe volte la macchina giudiziaria si muove non per arrivare a un processo e
a una sentenza, ma solo per sputtanare sui giornali ben identificati avversari
politici. Lei sa che Berlusconi è convinto di quest che una parte della
magistratura sia politicizzata e gli faccia la guerra con tutti i mezzi a
disposizione. Si intercetta, poi si pubblica e non importa se un domani
qualcuno manderà assolti da tutto gli imputati di oggi. Il personaggio preso di
mira sarà stato nel frattempo rovinato. Di inchieste così – che hanno prodotto
molto in termini di paginate giornalistiche e poco in termini di sentenze – in
effetti il premier ne può produrre parecchie.
• Che cosa prevede questo nuovo disegno di legge?
Adesso, per intercettare qualcuno, è sufficiente che
il pubblico ministero (pm) si rivolga al giudice per l’indagine preliminare
(gip) e si faccia dare il permesso. Il gip dovrebbe essere super partes, ma
Berlusconi pensa che sia in realtà un alleato dell’accusa, a cui troppo spesso
lascia fare tutto quello che vuole. Perciò la legge prevede che
l’autorizzazione a intercettare sia data da un collegio di tre giudici e, in
finale, dal procuratore capo. Adesso si può intercettare praticamente senza
limiti. Dopo, il permesso durerà 30 giorni e sarà rinnovabile di 15 giorni per
sole tre volte.
• E se c’è da indagare a lungo, se l’inchiesta è
molto complessa?
• Niente da fare. Almeno nella formulazione attuale.
• Come impediranno ai giornali di pubblicare?
Gli ordini di arresto o di perquisizione saranno
pubblici, ma gli allegati e le intercettazioni saranno segrete. Di queste non
si potrà dar conto in nessun modo per 45 giorni. Al quarantacinquesimo giorno
si terrà un’udienza filtro, a porte chiuse, presenti i giudici e gli avvocati
delle parti. In questa udienza si esamineranno le carte e si deciderà quali
saranno «rilevanti» ai fini dell’inchiesta, e quindi pubblicabili, e quali no.
I giornalisti che pubblicheranno lo stesso il materiale proibito saranno
processati e rischieranno di finire in galera per un periodo compreso tra i sei
mesi e i tre anni.
• Secondo lei sono norme aggirabili?
Piuttosto aggirabili, credo. Se è vera l’idea di
Berlusconi che nella magistratura si nasconde un partito intento solo a fargli
la guerra, possiamo immaginare che nelle udienze-filtro questi nemici del
premier daranno il via libera alla pubblicazione di gran parte del materiale.
Anche i giornali possono mettere in moto una forma di resistenza, durante i 45
giorni. Per esempio, si pubblica una pagina di intercettazioni e la si firma
con i nomi e i cognomi di tutta la redazione. Si può procedere a un arresto di
massa in un paese in cui si lasciano i dimostranti bloccare i treni? E magari i
giornali possono mettersi d’accordo e pubblicare tutti insieme (e con tutte le
firme) il materiale proibito. Infine c’è l’aggiramento più semplice: il
giornale pubblica e il magistrato fa finta di non vedere. Questo aggiramento in
realtà è già in atto da un pezzo. Le norme per intervenire, specie quando è
rivelato il segreto d’ufficio, nel codice ci sono già
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 9 ottobre 2011]
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