Giuseppe Scaraffia, Il Sole 24 Ore 9/10/2011, 9 ottobre 2011
TUTTI SIMBOLISTI, MA SOLO SULLA CARTA
«La natura è un tempio dove pilastri viventi / lasciano talvolta sfuggire confuse parole / l’uomo vi passa lungo foreste di simboli, / che lo fissano con sguardi familiari » In questi versi di “Corrispondenze” Charles Baudelaire tracciava, senza saperlo, la nuova strada del simbolismo, un movimento elitistico e fecondo, nato in polemica col materialismo scientista egemone nella cultura dell’epoca. «La nostra pallida ragione, denunciava Rimbaud, ci nasconde l’infinito».
A inventare la parola era stato un greco francesizzato, Jean Moréas, il dandy in monocolo e cilindro che si era pudicamente rifiutato di recitare i suoi versi davanti a Oscar Wilde, allora al vertice della sua gloria. Era stato Moréas a pubblicare sul Figaro il manifesto della nuova tendenza, che, in contrasto con ogni forma di declamazione, «cerca di rivestire l’Idea di una forma sensibile che, tuttavia, non è uno scopo in sé», ma un obiettivo che implica «uno stile archetipico complesso».
Reagendo al realismo esasperato di quegli anni, il simbolismo cercava di riavvicinarsi al piano più elevato dell’ispirazione. Non più quindi l’Arte per l’Arte dei poeti parnassiani, ma l’anima per l’anima, uno slancio che per realizzarsi aveva bisogno di mescolare sapientemente profumi, suoni e colori. Non a caso i simbolisti si rifacevano all’Arte poetica di Verlaine: «Perché noi vogliamo ancora la sfumatura, /Non il Colore, solo la sfumatura! /Oh! Solo la sfumatura, fidanza/Il sogno al sogno e il flauto al corno».
Per quel gruppo scelto di eletti non aveva senso ridurre la realtà a un’esperienza concreta, conoscibile razionalmente. C’era qualcosa che fluttuava al di là delle apparenze, e toccava al poeta, mago o veggente, sfiorarla nell’imprevedibile gioco delle corrispondenze suggerito da Baudelaire. Una tensione estremizzata nella Lettera di lord Chandos di Hugo von Hofmannsthal in cui, spiega Claudio Magris, quel «sconvolge il giovane Lord e letterato non è il silenzio della realtà, ma la simultanea molteplicità delle sue voci, sempre pronte a moltiplicarsi ulteriormente». La sera i simbolisti si riunivano nella squisita e modesta casa del maestro del nuovo movimento, Stéphane Mallarmé, sempre pronto a «conferire all’anticipazione più audace, agli accostamenti più inusitati la forma del buon senso e un tono plausibile».
In quegli anni il Demone dell’analogia operava instancabilmente. Nelle Vocali di Rimbaud e nella Bellissima dama del russo Alexander Blok, i colori giocavano col linguaggio con pari intensità. Il Veggente scandiva: «A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu», mentre le tre parti del poema di Blok corrispondevano ad altrettanti colori. Si passava dall’idilliaco bianco dei primi versi al blu, la tinta della mortificazione, del desiderio deluso di vedere l’amata fino alla fiammata del rosso che preludeva alla rivoluzione imminente. L’esigenza interiore di fare un passo indietro rispetto a una realtà sgradevole quanto invadente, dominata da un’ottusa concezione del progresso non implicava però un arroccamento in torri d’avorio reali o immaginarie come nel caso dei decadenti. A ritroso di Joris-Karl Huysmans, aveva raccontato l’eccentrica parabola di un dandy introverso, volontariamente recluso in un’arca di sensazioni, interamente assorbito in un misticismo tutto privato. Il piacere di Gabriele d’Annunzio, già tentato dal simbolismo nel Poema paradisiaco, conseguiva un ulteriore obiettivo. In quella Roma al tramonto per un eccesso di raffinatezza lo scrittore riusciva a incarnare il simbolismo nell’estenuata sensualità e nel capriccioso edonimo del conte Andrea Sperelli. In Italia però il simbolismo impressionò più l’arte della letteratura. Certo Giovanni Pascoli e poi Dino Campana vennero influenzati da quell’atmosfera, ma il più simbolista di tutti fu il giovane Filippo Tommaso Marinetti che scrisse addirittura in francese i suoi versi. A recitarli, nel 1898, fu la maggiore interprete del secolo Sarah Bernhard che impersonava perfettamente la femme fatale intellettuale?