Mark Franchetti, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
Che fine hanno fatto Sabri, Tarek e tutti gli altri? I ragazzi accampati in mezzo ai rifiuti, sulla collina della vergogna
Che fine hanno fatto Sabri, Tarek e tutti gli altri? I ragazzi accampati in mezzo ai rifiuti, sulla collina della vergogna. Yassine con la maglietta fradicia, che ripeteva come una litania: «Italia dolce vita. Italia dolce vita». Ed era il suo modo per dire che non si aspettava un’accoglienza così. Sono i tunisini di Lampedusa. Quelli arrivati prima. I frutti della rivoluzione. Trasbordati su un traghetto e rinchiusi nel centro di Manduria. Scappati in massa. A piedi per chilometri. Persi e ritrovati nelle stazioni di confine. Respinti dalla Francia e salvati in extremis, con decreto legislativo firmato dal governo italiano il 7 aprile: «Possono chiedere il permesso di soggiorno temporaneo i cittadini appartenenti ai Paesi del Nord Africa affluiti sul territorio nazionale dall’1 gennaio 2011 al 5 aprile 2011». Prima e dopo. Sommersi e salvati. Oggi, passati sei mesi, si può dire che molti di quelli che hanno in tasca il permesso sono ancora in viaggio. «Stanno cercando disperatamente di inserirsi, ma sbattono contro una situazione economica difficilissima. Non trovano aiuti». L’avvocato Lorenzo Trucco è presidente dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Ha conosciuto molti di quei ragazzi, di pochi può raccontare un lieto fine: «Due di loro, partiti da Zarzis, sono stati assunti come panettieri nel torinese». I numeri spiegano bene. Erano 25 mila gli aspiranti. Sono riusciti ad ottenere il permesso in 11.800. In questi sei mesi il governo italiano ha rimpatriato 841 tunisini. Molti, dunque, sono rinchiusi nei Cie, dispersi sul territorio nazionale o altrove. Le regioni italiane si sono spartite 22.212 profughi. Se ne occupano la Caritas, Connecting People ed altre associazioni umanitarie. Il problema più grave, però, è che i tunisini in regola non stanno molto meglio di quelli già finiti in clandestinità. Venerdì il governo ha concesso una proroga di sei mesi. Ma mancano i soldi persino per chiedere il rinnovo. A Bologna, una rete di associazioni, ha istituto «il kit della dignità»: 94 euro per le marche da bollo e i documenti necessari. Cristina Molfetta ha conosciuto i tunisini di Lampedusa lavorando per l’ufficio della Pastorale Migranti: «All’inizio sembravano spariti tutti. Ma poi sono tornati. Li abbiamo visti lavorare in Piemonte per la raccolta della frutta. Prima come stagionali nelle regioni del Sud Italia. La stragrande maggioranza, dopo il permesso di soggiorno, non ha ricevuto alcun genere di sostegno». Così non è facile emergere. Lo sta verificando sul campo anche l’avvocato Alessandra Ballerini, consulente per l’immigrazione della Cgil e di Terre des Hommes. «Sembra che essere tunisini rappresenti un’aggravante. Non vengono considerati profughi né meritevoli di nulla. A marzo erano gli eroi della rivoluzione dei gelsomini, ora li trattiamo da pezzenti. Stanno facendo una fatica enorme. Per loro c’è solo l’opzione lavoro nero». Molti hanno rinunciato. Fine del sogno. Sono già tornati a casa. Ma di là del mare, l’arcivescovo di Tunisi Maroun Lahham, mette tutti in guardia: «Per uno che torna, tanti altri stanno cercando di partire. Qui il turismo è calato del 60 per cento. L’economia non riesce a ripartire. La disoccupazione è passata dal 12 al 40 per cento. Sono più di centomila i ragazzi senza lavoro. Ecco spiegato questo flusso continuo». Italia dolce vita, ancora e nonostante tutto.