Ilaria Maria Sala, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
A una cena a Pechino fra amici (i cui nomi non possono essere riportati per intero per ovvie ragioni), dopo aver commentato gli ultimi premi attribuiti dall’Accademia di Stoccolma, presto la conversazione si sposta sul vincitore del Premio Nobel per la Pace dello scorso anno: «E Liu Xiaobo?», chiede Wang «Lo hanno lasciato andare a visitare la famiglia quando suo padre è morto, sette giorni dopo il decesso
A una cena a Pechino fra amici (i cui nomi non possono essere riportati per intero per ovvie ragioni), dopo aver commentato gli ultimi premi attribuiti dall’Accademia di Stoccolma, presto la conversazione si sposta sul vincitore del Premio Nobel per la Pace dello scorso anno: «E Liu Xiaobo?», chiede Wang «Lo hanno lasciato andare a visitare la famiglia quando suo padre è morto, sette giorni dopo il decesso. Poi lo hanno riportato in carcere», risponde Meng. «E Liu Xia?», chiede ancora Wang, riferendosi alla moglie di Liu Xiaobo: «Niente da fare», continua Meng: «Niente da fare. Ogni settimana provo a chiamare, per vedere se le hanno riconnesso il telefono, e ogni settimana niente. Dall’anno scorso non l’ha vista nessuno, nemmeno la famiglia, e nessuno sa come stia. Peggio che agli arresti domiciliari: segregata. Non può nemmeno mandare un e-mail o un sms». Tutti scuotono la testa, e guardano nelle loro scodelle per un momento, masticando come se avessero in bocca veleno, e come si fa spesso in Cina quando la discussione a tavola si sposta su temi scottanti, rispetto ai quali si è impotenti. Appena pochi giorni prima, il quotidiano cinese il lingua inglese «China Daily» aveva pubblicato un bizzarro articolo su come mai la Cina non avesse ancora ricevuto un Premio Nobel. Forse badando ancora alle apparenze, anche il «China Daily» si preoccupava di concentrarsi sui premi di carattere scientifico, vinti in diverse occasioni da cittadini americani di discendenza cinese, da taiwanesi e perfino da persone di Hong Kong, ma mai da cinesi «del continente» attivi su suolo cinese al momento della premiazione. Come se nulla fosse, come se Liu Xiaobo non esistesse, la stampa cinese continua a parlare di una «ossessione per il Nobel» che serpeggia nel Paese, mentre i vincitori del prestigioso premio possono contare sul fatto che, prima o poi, riceveranno un invito a parlare in un qualche ateneo cinese. E in queste occasioni la domanda su perché «nessun cinese» abbia vinto il Nobel finora viene sempre formulata: esperti e vincitori del passato, chissà se in un tentativo estremo di essere ben educati, rispondono che forse il sistema scolastico avrebbe bisogno di qualche riforma, per favorire il pensiero indipendente e coltivare nelle giovani menti l’abitudine al dubbio, e il coraggio di fare esperimenti senza essere bloccati dal timore di sbagliare. Ignorando così lo scrittore Gao Xingjian, Premio Nobel per la Letteratura nel 2000, ora residente in Francia, i cui lavori sono considerati politicamente troppo «delicati» e non sono pubblicati in Cina. Ignorando il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace nel 1989, volendo. Ma soprattutto, ignorando Liu Xiaobo, critico letterario, scrittore, e dissidente che sta scontando undici anni di prigione per i suoi scritti, reputati sovversivi, e per essere stato uno degli istigatori della Carta 08, un documento firmato da centinaia di persone chiedendo maggiore democrazia, rispetto per i diritti umani e riforme politiche. Da quando Liu ha ricevuto il premio lo scorso anno le notizie sul suo conto sono rade: è in prigione, sette giorni dopo la morte del padre gli è stato concesso di visitare la famiglia, mentre sua moglie, «colpevole» di averlo sposato e di aver cercato di dare il via a una petizione per il suo rilascio, è reclusa in casa, una situazione che non ha precedenti nella storia del Premio. Nel frattempo, quello che di Internet può essere consultato tramite le vie normali in Cina (ovvero, senza ricorrere ai Vpn per lo più illegali e a pagamento che consentono di «scavalcare il muro» della censura) è stato accuratamente ripulito da ogni menzione di Liu Xiaobo, con il risultato non sorprendente che la maggior parte delle persone nel Paese, dopo decenni di censura, non hanno neppure idea di chi sia.