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 2011  ottobre 09 Domenica calendario

Alessandro Trocino sul Corriere della Sera Un cambio di rotta immediato, con l’allargamento della maggioranza, il rilancio dell’economia e una nuova legge elettorale

Alessandro Trocino sul Corriere della Sera Un cambio di rotta immediato, con l’allargamento della maggioranza, il rilancio dell’economia e una nuova legge elettorale. E soprattutto, vista l’implausibilità del primo scenario, un ultimo gesto nobile: il passo indietro e l’indicazione del successore, per guidare un governo di salvezza nazionale.. È la richiesta contenuta nel documento allo studio del drappello di parlamentari frondisti e rivolto a Silvio Berlusconi. Un testo quasi pronto ma congelato, in attesa del nuovo incontro (il terzo), previsto per giovedì, tra il segretario del Pdl Angelino Alfano e Claudio Scajola. I giornali della destra lo chiamano «piano per il ribaltone» e definiscono i frondisti «un drappello di disperati», «congiurati democristiani pronti a pugnalare alle spalle il premier». Il manifesto dei rivoltosi esordisce con grandi attestati a Silvio Berlusconi, «protagonista assoluto nella politica italiana, a partire dal ’94». Lodi sperticate seguite dalla richiesta di una svolta, con l’allargamento della coalizione, misure economiche immediate e una nuova legge elettorale. Richiesta, quest’ultima, non casuale, visto che da giorni pare che Berlusconi e Bossi accarezzino l’idea di andare alle urne a marzo, con l’attuale legge elettorale. I frondisti chiedono a Berlusconi di essere «protagonista fino in fondo», di prendere l’iniziativa o di passare la mano, perché «solo così il Paese si salverà». E si salverà, sussurrano, passando lo scettro del comando a Gianni Letta o a Renato Schifani. La rivolta comincia ufficialmente mercoledì sera, a pochi passi da Montecitorio. Attovagliati intorno a Claudio Scajola sono in 16, delusi, indignati, scontenti. C’è chi chiede a gran voce la rottura, chi vuole un Berlusconi bis, chi spinge per gruppi autonomi in Parlamento. Scajola fa parlare e media. A distanza di tre giorni, il documento è ancora fantasma. Scajola lo ha infilato nel freezer: troppo pericoloso esibirlo ora. Raccogliere le firme e renderlo pubblico vorrebbe dire portare la maggioranza a un passo dal baratro, con il rischio di certificare la fine della maggioranza, un passo forse troppo affrettato. Non c’è solo questo. I frondisti sono nervosi, temono una controffensiva. Chi può escludere che all’annuncio del documento non cominci una martellante campagna corpo a corpo sui parlamentari coinvolti, convocati a uno a uno e convinti a rientrare nei ranghi? E poi c’è un altro timore concreto: che il progetto di allargamento al centro non trovi sponda in Pier Ferdinando Casini. Scajola e Pisanu non si fidano. In caso di defezione dell’Udc, tutto il castello costruito con cura potrebbe precipitare, provocando un ritorno accelerato alle urne. La prospettiva non alletta nessuno. Perché il voto anticipato può costare molti voti al Pdl. Traducendo, può costare molte poltrone e mettere a rischio la rielezione di decine di parlamentari di centrodestra. Poi c’è la stampa. La prima pagina del Giornale sulla «seconda casa» di Scajola è stata interpretata come un avvertimento, come il segnale di una campagna mediatica di discredito pronta a partire. Ma cautele e prudenze non possono durare per sempre e la situazione è destinata a sbloccarsi nei prossimi giorni. Come, però, è tutto da decifrare. I frondisti potrebbero uscire allo scoperto e formare un gruppo autonomo di 20-25 parlamentari. A quel punto il capo dello Stato, è il loro ragionamento, non potrebbe non intervenire. Oppure, altro scenario, l’incidente parlamentare, sotto forma di agguato: magari proprio giovedì quando alla Camera arriverà il ddl sulle intercettazioni. Allora ci sarà un voto fiducia, ma si andrà anche al voto segreto su alcuni emendamenti e su quelli potrebbe avvenire lo strappo. Scajola non vorrebbe assumere su di sé la responsabilità di un agguato. Meglio agire a viso scoperto e convincere Berlusconi a più miti consigli. Su questa strada, però, Casini è riottoso a unirsi ai frondisti: una spinta a intervenire potrebbe dargliela invece proprio un infortunio parlamentare. Prima di porsi il problema, però, c’è da trattare con Alfano. Gli incontri precedenti non sono stati soddisfacenti e anche se ieri, ufficialmente, i frondisti salutavano le parole di apertura del segretario, resta molta freddezza. Anche perché già in passato Alfano ha cercato di recuperare Scajola, offrendogli di entrare in un ufficio politico a cinque, insieme a lui, Maurizio Lupi, Raffaele Fitto e Fabrizio Cicchitto. Iniziativa che avrebbe fatto infuriare Denis Verdini e non avrebbe convinto lo stesso Scajola. I frondisti, tra l’altro, fanno notare qualche punto di debolezza di Alfano. Nel partito c’è un’ampia fascia di dirigenti — da Matteoli alla Gelmini, da Romani a Bonaiuti — che contestano il suo metodo di lavoro e non lo considerano in grado di realizzare quel lavoro di coordinamento e di rilancio necessario. Lo stesso Berlusconi non avrebbe apprezzato granché questa frase di Alfano: «Berlusconi è un uomo generoso, ci ha aiutato tanto. È arrivato ora il momento che siamo noi ad aiutare Berlusconi». Attestazione, nero su bianco, della debolezza del Cavaliere. Il quale si è fatto sospettoso. Teme che allo stesso Alfano non dispiaccia affatto uno scenario nel quale il premier si faccia da parte e liberi la maggioranza della sua presenza ingombrante. Da questi timori nascerebbe il nuovo movimentismo di Verdini, intenzionato a riprendersi il partito e a diventare il king maker al congresso. E siccome il coordinatore del Pdl ha sempre agito in stretta sintonia con il premier, le sue mosse sono interpretate come il risultato della convinzione che non ci sia una investitura incondizionata di Alfano. Lo stesso Berlusconi, del resto, sembra dare l’impressione di voler riprendere in mano le redini della situazione. L’altro ieri ha inviato un messaggio per la convention di Gianfranco Rotondi e ha scritto di suo pugno il testo per un video diffuso dal sito dei Promotori della libertà. I frondisti confidano, però, in una sua resipiscenza improvvisa. Come Ferruccio Saro: «Se non prevalgono le posizioni ragionevoli e vincono quelli, come il Giornale e Libero, che lo spingono nel bunker, allora sarà il patatrac». Quale interesse possa avere Berlusconi a cedere la mano è presto detto: «Nel caso facesse un passo indietro, a favore di un governo con Udc e Fli e magari con la disponibilità di parti del Pd, Berlusconi avrebbe come contropartita un’azione che risolva una volta per tutte le sue vicende giudiziarie». Difficile che il Pd possa essere coinvolto in uno schema simile: «Però — insiste Saro — ci si dovrà porre prima o poi la questione di come uscire da questo scontro totale. Del resto anche il governo Prodi è caduto per questo. La magistratura non può avere il diritto di vita o di morte sui governi. Per questo credo che si possa andare verso una soluzione ragionevole». Saro non si considera né frondista né complottardo: «Non vogliamo parricidi né tradimenti». Anche per questo chiedono l’aiuto di Alfano: «Dovrebbe avere il coraggio di svolgere un ruolo autonomo. L’alternativa è la disintegrazione, il voto anticipato, con la vittoria del centrosinistra». Alessandro Trocino *** Amedeo La Mattina, sulla Stampa Si dice Pella e si legge Pisanu». Prima di partire per la Russia alla corte dello Zar Putin, Berlusconi aveva interpretato in questo modo il riferimento fatto nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica. Ieri Napolitano, a scanso di equivoci, ha colto l’occasione della sua visita a Cuneo per spiegare che il suo ricordo del governo di tregua formato nel 1953 da Giuseppe Pella aveva un valore puramente storico. Nessun riferimento all’attualità. Ma questa precisazione non ha convinto gli uomini del premier alle prese con la manovra Pisanu-Scajola. Anzi raccontano che il premier abbia un terribile sospetto, e cioè che Pisanu abbia garantito al capo dello Stato la caduta del governo in tempi brevi e la possibiltà di formare un esecutivo di transizione sostenuto da una robusta fronda del Pdl, dal Terzo Polo e dal Pd. Con lui a Palazzo Chigi? Appunto, «si dice Pella e si legge Pisanu». Scajola sarebbe pronto a far parte di questa operazione, ma sono molti a Palazzo Grazioli, a cominciare dal padrone di casa, che non credono al pugnale dell’ex ministro delle Attività produttive. «Non arriverà a tanto. Sta solo trattando da vero democristiano: è una questione di posti e soprattutto di ricandidature alle prossime elezioni politiche. Tutto il resto, come il decreto sviluppo e il rilancio del Pdl, è fuffa. Ci penserà Alfano...». Già, Alfano che nega l’esistenza di una fronda interna e riconosce a «soggetti importanti» di aver posto questioni che non possono essere sottovalutate: «La prossima settimana incontrerò Scajola». Forse martedì. Ma il segretario del Pdl ha le mani vuote e la pistola scarica, anche se fosse vero che l’esito positivo della trattativa è legato alla garanzia di ricandidare e rieleggere Scajola e i suoi amici. Angelino sa che questa leva, per la verità molto convincente, è nelle mani di due uomini nel partito: di Verdini e di Berlusconi. Il primo è uno dei nemici giurati di Scajola e non sarà certo generoso (ognuno ha i suoi da piazzare). Il Cavaliere ha pochi posti a disposizione. Spiega un autorevole esponente del Pdl: «Se vanno così le cose, perdiamo almeno 80 deputati e Berlusconi deve mantenere troppe promesse fatte per tenere in piedi la maggioranza dopo l’uscita di Fini». Qualcun altro (scherzando?) aggiunge che dovrà pure sistemare molte ragazze che pretendono troppo in cambio da lui, «magari che parlano russo». Un riferimento velenoso al viaggio del Cavaliere in Russia per il compleanno di Putin (tornerà questa sera). Una trasferta considerata poco opportuna in certi ambienti del Pdl, visto che in Italia ci sono ben altre gatte da pelare. Scajola allontana con sdegno le insinuazioni su una trattativa prosaica, di basso livello, fatta di posti e candidature. «Io parlo di grande scossa e c’è chi mette in giro queste falsità, meschinità. Quello che mi sta a cuore di più è il decreto sviluppo. Siamo sull’orlo del baratro e serve veramente un colpo di reni. Poi se lor signori non capiscono, allora significa che si rischia il naufragio». Tutto un bluff? Può darsi, ma per lui, come per molti non garantiti della maggioranza che sentono odore di elezioni anticipate, potrebbe prevalere il principio «primum vivere deinde philosophari». Del resto Scajola poteva diventare capogruppo o vicepresidente della Camera se Cicchitto o Lupi fossero diventati ministri. Ma niente: è stato tenuto fuori dalla porta con la scusa dei suoi guai giudiziari. «Come se gli altri invece fossero delle verginelle», osserva un amico di Scajola. Verdini ha interpretato le parole pronunciate ieri a Saint-Vincent da Scajola come un passo indietro. E aggiunge: «Temo più l’incidente per la somma di tante piccole insoddisfazioni che la regia di un golpe che nessuno ha la forza di fare». Vedremo. Intanto sale la tensione per martedì quando alla Camera e al Senato arriverà la nota di variazione del documento economico e finanziario che dovrà essere votato. Tutti i parlamentari del Pdl sono stati precettati dai capigruppo Cicchitto e Gasparri. Annullate tutte le missioni di ministri e sottosegretari. «Se andiamo sotto sul Def andiamo tutti a casa», dice Cicchitto allarmato. Mercoledì poi riprende la discussione in aula sulle intercettazioni e anche su questo terreno il buio nella maggioranza è totale. La trattativa con l’Udc (si parla di un accordo con Vietti) è saltata e al governo non resterebbe altro che mettere la fiducia. Ma con questi chiari di luna e con Alfano che si presenterà a Scajola con le mani vuote, chi ha il coraggio di sfidare il destino?