Sebastiano Grasso, Corriere della Sera 9/10/2011, 9 ottobre 2011
C’ è
un proliferare di mostre sulla Parigi inizio secolo-anni Trenta da far paura. Tema certo affascinante, esplorato in tutte le salse, ma che non si finisce mai di scandagliare. Ed ecco l’ennesima esposizione a riguardo, intitolata Gli anni folli. La Parigi di Modigliani, Picasso e Dalí 1918-1933, curata da Simonetta Fraquelli, Susan Davidson e Maria Luisa Pacelli.
Si parte da un paio d’anni prima della morte di Modigliani, il quale dal 1911 lavora anche come scultore in un cortile vicino al suo atelier. È il periodo in cui l’artista livornese sogna l’Egitto e, incontrata Anna Achmatova, di cinque anni più giovane — con cui ha una relazione — la ritrae come una regina o danzatrice egiziana.
Un giorno che l’Achmatova gli porta un mazzo di rose rosse e non lo trova nello studio, gliele lancia attraverso una finestra aperta. A una a una. Quando Modigliani ritorna e trova i fiori sparpagliati per terra, a circolo, chiede alla poetessa russa come abbia fatto a entrare senza chiavi.
Nel luglio del 1918, nella chiesa russa di rue Daru, «tra nuvole d’incenso e canti ortodossi», Picasso sposa Olga Khokhlova. Testimoni per il pittore, Guillaume Apollinaire («Letterato, decorato con la Croce di guerra») e Max Jacob («Letterato»); per la russa, Valerien Irtchenko Svetlov («Capitano di cavalleria») e Jean Cocteau («Letterato»).
Quattro mesi dopo, la sera del 9 novembre 1918, mentre Picasso passeggia per rue de Rivoli, il vento sfila un velo nero dalla testa di una vedova di guerra che finisce contro il suo viso. Convinto che si tratti di un presagio funesto, torna a casa, si guarda allo specchio e comincia a tracciare il proprio autoritratto.
Qualche minuto dopo, squilla il telefono: Apollinaire è spirato da qualche minuto, vittima della febbre «spagnola».
La mostra di Ferrara presenta ottanta fra sculture, dipinti, disegni, maquettes, costumi, fotografie e ready made. Due dipinti di Renoir (La fonte, 1906) e di Monet (Il ponte giapponese a Giverny, 1918) aprono le danze. Seguono Modigliani e Foujita, con il Nudo disteso (1922), per il quale aveva posato Kiki de Montparnasse. Si racconta che quando la modella si era spogliata nell’atelier del pittore giapponese, questi avesse obiettato come le mancasse la peluria nelle parti intime. «Cresce durante la posa» aveva risposto Kiki, prendendo una matita nera e disegnandosela sul corpo.
Il giro continua con il chierichetto di Soutine, il gallo di Chagall, uno studio di Montparnasse di Wynne Nevinson, un ritratto di Brook, i fili di ferro di Calder, un nudo di Bonnard, la Venere di Maillol. Ed ecco, ancora: Matisse, Ozefant, Le Corbusier, Lipchitz, Léger, Picasso, Gris, Braque, Robert Delaunay, Mondrian, Larionov, de Chirico, Man Ray, Krull, Kertész, Douaze, Bing, Derain, Laurens, Severini, De Pisis, Savinio, Duchamp, Picabia, Arp, Giacometti, Ernst, Masson, Tanguy, Magritte, Miró e Dalí. Insomma, buona parte degli artisti che, in quegli anni, gravitavano su Parigi, assieme a scrittori, musicisti, coreografi, ballerini.
Anni «folli», «mitici»? Allora, certamente, folli, spesso miserabili, tristissimi. Basta leggere quello straordinario libro di Dan Franck, uscito in Italia (Garzanti) col titolo di Montmartre & Montparnasse, per capire come oggi, solo il trascorrere del tempo li abbia fatti diventare mitici, ma che in realtà di mitico, allora, c’era ben poco.
Certo la rassegna ferrarese dà conto di taluni passaggi nodali di stili, interessi, recuperi, rotture definitive e mélanges di pittura, musica e coreografia che trasformano Parigi in una sorta di laboratorio internazionale in cui si danno appuntamento tutte le menti innovatrici del secolo, decise a sovvertire regole e sperimentare nuove tecniche. Ci sono il giapponismo, la Scuola di Parigi e les italiens, lo strappo dell’astratto, il nuovo linguaggio di pittura e scultura che rileggono miti, classicismo e commedia dell’arte, il fascino dell’arte primitiva e negra, la leggibilità del cubismo, dadaismo, surrealismo e metafisica, l’estetica delle macchine, la sperimentazione in teatro di artisti, scrittori, musicisti e coreografi che assommano i loro linguaggi sulla scena, creandone altri ex novo, l’irruzione dell’architettura nel sistema dell’arte, l’incidenza dei pionieri della fotografia. Eccetera, eccetera, eccetera, come diceva Yul Brinner ne Il re e io, celebre film di Walter Lang.