Mario Deaglio, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
Il governo tedesco, e con esso l’Unione Europea, è pronto a spendere qualsiasi somma per salvare le grandi banche, le cui gravi difficoltà sono emerse nelle ultime settimane, praticamente senza porre condizioni preliminari
Il governo tedesco, e con esso l’Unione Europea, è pronto a spendere qualsiasi somma per salvare le grandi banche, le cui gravi difficoltà sono emerse nelle ultime settimane, praticamente senza porre condizioni preliminari. Lo stesso governo tedesco e la stessa Unione Europea non sono disposti ad aiutare, oltre gli impegni già presi, i Paesi in difficoltà - e soprattutto la Grecia - se prima questi Paesi non adempiono a condizioni preliminari molto pesanti con riduzione sensibile del livello di vita della maggioranza dei cittadini per un periodo certamente non breve. Due pesi e due misure, quindi. In questi due pesi e due misure sta la contraddizione di valori alla base della crisi che stiamo vivendo, che è precisamente crisi di valori prima di essere crisi di meccanismi finanziari. Tale contraddizione è venuta lentamente alla luce nel corso degli ultimi mesi, man mano che si dissolveva l’ottimismo superficiale di chi riteneva prossima una rapida ripresa. In altre parole, l’attuale capitalismo finanziario non sembra fatto per le persone, ma per le grandi banche internazionali, considera di fatto secondari gli interessi della gente rispetto alla stabilità del sistema, delle stesse grandi banche. Non si tratta certo di una posizione priva di logica. I governi che si preparano ad aiutare ancora una volta le banche tedesche e francesi, belghe e olandesi sanno bene che le banche sono un ingrediente essenziale del sistema dei pagamenti e che, se le banche venissero lasciate fallire, la vita di tutti i giorni sarebbe gravemente a rischio perché la gente non saprebbe più come pagare e come farsi pagare. Non è un caso che, in Grecia e altrove, stiano facendo la loro ricomparsa forme antiche di scambio senza moneta, tra gente che di moneta ne ha poca, facilitate da uno strumento moderno come il computer: sul computer cerco chi sia disposto a darmi lezioni di pianoforte in cambio, tanto per fare un esempio, della tinteggiatura della casa. Solo una quantità molto limitata di scambi può però svolgersi senza moneta. E quindi le banche e le istituzioni affini vanno tenute a galla anche se questo può implicare pesanti sacrifici individuali e collettivi. Sin qui siamo nella sfera del ragionevole. Ciò che non è ragionevole, è invece che per le banche così tenute a galla non cambi nulla o quasi: non i dirigenti, non le retribuzioni, non le regole e le procedure interne né quelle dei mercati. Ci si limita a turare il buco e a sperare che le banche abbiano «capito la lezione» e si comportino meglio in futuro: così ha fatto il presidente Obama che ha di fatto apportato solo mutamenti secondari ai rimedi anticrisi abbozzati dal suo predecessore, equivalenti di fatto a dare carta bianca alle banche su tutto. Il fallimento della ripresa produttiva sta contrapponendo questo mondo bancario in cui non cambia nulla a un mondo reale in cui milioni di persone sono costrette a ridimensionare stili di vita, ridurre speranze sul futuro, vivere in maggiore incertezza. La contrapposizione tra i cambiamenti degli uni e i non-cambiamenti degli altri provoca «indignazione», è cioè un’offesa alla dignità prima ancora che un danno materiale. L’indignazione sta correndo veloce, spesso in forme pacifiche come i cortei sempre più lunghi di chi a New York sfila contro la Borsa proprio a Wall Street dove la Borsa ha la sua sede. Nei giorni scorsi si sono aggiunte le manifestazioni degli studenti italiani che hanno lanciato uova e vernice contro sedi bancarie, anche se per la verità le banche italiane, soggette a una vigilanza molto severa, sono pressoché totalmente estranee a queste situazioni. L’indignazione esige una risposta che non può certo essere repressiva ma deve portare a un nuovo modo di funzionare del sistema bancario. Ci stanno provando gli inglesi con un progetto di riforma bancaria mirante a separare nettamente, all’interno delle singole banche, la normale attività bancaria dall’attività di investimento e di speculazione; si tratterebbe in parte di un ritorno al passato, ossia alle riforme bancarie con le quali si arginò la crisi degli Anni Trenta, che ridurrebbe sostanzialmente il volume delle attività finanziarie più tipicamente speculative, il potere e l’importanza delle grandi banche. Vi è una sottile ironia nel fatto che la finanza internazionale inviti i singoli Paesi a «fare le riforme» (Jean-Claude Trichet, il governatore uscente della Banca Centrale Europea l’ha ripetuto, quasi meccanicamente, per anni in pressoché tutte le sue dichiarazioni pubbliche) il che implica un’esortazione a realizzare complessi programmi di ingegneria sociale, mentre la stessa finanza internazionale non riesce a riformare se stessa. Mario Draghi, che è sul punto di prendere il posto di Trichet, potrebbe avere maggiori possibilità di successo, data la sua esperienza di prima mano della complessità e della necessità del cambiamento finanziario, quale presidente del Financial Stability Board, l’unico organismo internazionale interamente dedicato allo studio e al miglioramento del sistema finanziario internazionale. Alle riforme che riguardano «la gente», più che mai necessarie, specie in un Paese come l’Italia, come lo stesso Draghi ha ricordato in un vibrante intervento venerdì scorso, devono fare da contrappunto le riforme che riguardano «le banche», specie nei Paesi, dalla Gran Bretagna alla Germania e agli Stati Uniti le cui banche sono largamente all’origine della crisi attuale. Senza questo contrappunto, senza questo parallelismo ogni progetto di uscita dalla crisi è fondato sulla sabbia.