Alberto Arbasino, Corriere della Sera 9/10/2011, 9 ottobre 2011
A Nicola Chiaromonte, «il più attuale e misconosciuto fra quegli intellettuali che hanno meglio analizzato le mutazioni dell’Italia e del mondo, nel nostro Novecento», vengono dedicati ampi spazi dal mensile romano Lo Straniero
A Nicola Chiaromonte, «il più attuale e misconosciuto fra quegli intellettuali che hanno meglio analizzato le mutazioni dell’Italia e del mondo, nel nostro Novecento», vengono dedicati ampi spazi dal mensile romano Lo Straniero. Con copiosi contributi di «posteri», ormai, giacché non si è più in molti ad aver vissuto quegli anni Cinquanta così ricchi di personalità e di argomenti notevoli, in ogni Paese. Può apparire infatti remota (lo si è ripetuto spesso), la possibilità di apprendere cose artistiche e musicali e teatrali, appunto, in conversazioni con Roberto Longhi e Cesare Brandi e Federico Zeri, con Giorgio Vigolo e Fedele D’Amico, o Nicola Chiaromonte e Sandro De Feo. Erano più interessanti allora le mostre e gli spettacoli? Forse più alti e grandi i temi culturali che consentivano «l’intersezione» di ragionamenti negli ampi spazi della recensione settimanale? E conferivano «status» elevatissimo ai recensori periodici e fissi, in realtà saggisti alla portata di un pubblico medio-colto. La situazione drammatica è il titolo serissimo di un libro di Chiaromonte riferito non alla Patria o all’Europa ma ai palcoscenici romani che importano Cechov e O’Neill e Ibsen e Shaw e Brecht e T.S. Eliot e Beckett, ma dopo Pirandello producono soprattutto Moravia, Eduardo, Ugo Betti, Diego Fabbri. Eppure, trattando dei Giovani Arrabbiati inglesi, nel 1957, Chiaromonte fornisce impressionanti «corsi e ricorsi storici» riferibili adesso agli Indignados di stagione. «Il fenomeno è appunto quello — tipico della giovane generazione per la quale anche il comunismo è un tema ormai esaurito — della rivolta senza oggetto, diretta essenzialmente contro ciò che nella vita non cambia e si sa che non può cambiare (le servitù quotidiane, la solitudine dell’individuo, l’incongruità delle circostanze), ma deviata contro il mondo degli altri: la morale convenzionale, la religione, la filosofia, le classi alte, il governo, la nazione». *** Con Chiaromonte e De Feo si andava spesso a fior di prime teatrali (non alle grandi riviste, allora sottovalutate, con Wanda Osiris, Dapporto, Totò). E spesso negli intervalli o a cena dopo si scambiavano frizzi e battute utilizzabili nelle recensioni. Gentilmente, mi sentii addirittura proporre il posto di critico teatrale del «Corriere della Sera». E siccome lo trovavo troppo full time, mi sentii rispondere: «Ma lei rifiuta la poltrona di Renato Simoni!». Così continuavo, rapsodicamente, a scrivere di teatro italiano e straniero su «Tempo presente» e su «Nuovi argomenti». Sulla rivista di Chiaromonte apparivano anche le mie operette più camp e cult, come La narcisata e La controra. Ma sul «Mondo» e sull’«Espresso», essi restavano i signori della critica settimanale saggistica. *** Secondo Natalia Ginzburg, in Lessico famigliare, Chiaromonte «non andava più» a sua sorella Paola, moglie di Adriano Olivetti. «Non riconosceva quel Chiaromonte, che un tempo usava venire a farle visita al mare, remare e nuotare, corteggiare le sue amiche, scherzare su tutto, andare a ballare alla Capannina, in quel nuovo personaggio di emigrato politico, senza denari, con la moglie così malata, e tanto amico di Cafi». «Cafi! Cafi! Cafi!» diceva la Paola disgustata; e diceva che erano, (il fratello) Mario e Chiaromonte a Parigi, due isolati, e senza più nessun rapporto con la realtà. «Cafi non mangiava. Viveva di niente, viveva di un mandarino, e i suoi vestiti erano tutti a pezzi, le scarpe sfondate». «Cafi aveva riempito fiumi di fogli, e li dava da leggere agli amici, ma non si curava di farli stampare». Andrea Caffi (con due «f») era un esule anarchico italo-russo in rotta con Giustizia e Libertà, e grande amico di Chiaromonte, che su «Tempo presente» ne pubblicò vari saggi postumi. A Parigi, disputavano sui grovigli delle fedi che diventano ideologie... *** Entrando adesso nella Sala Grande intitolata a Giuseppe Verdi nel Conservatorio milanese, la prima sensazione è di squallore. Fu infatti ricostruita con materiali poveri e miseri nello scorso dopoguerra. E pare dunque un capannone industriale provvisorio. Chissà com’era ai tempi di Un concerto di centoventi professori, mirabolante racconto di Carlo Emilio Gadda che appunto qui si svolge, in un tripudio di «buona» (cioè opulenta) borghesia milanese, «con sessanta "tombe di famiglia" fra Cazzago e Usmate». E un tipico gaudio gaddiano enumerando e assemblando Ghezzi e Gnocchi e Gnecchi e altri innumerevoli parentadi milanesi aziendali e inconfondibili. Degustando tutti insieme, come un familiare mille gusti. Ma senza ancora prevedere imminenti estinzioni di «cumenda». Sere fa, al Conservatorio, il programma sarebbe stato agevole anche ai bei tempi del Gadda. Ben due Romeo e Giulietta, di Ciajkovskij e di Prokofiev, con la Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Yuri Temirkanov! Altro che un matinée di pseudo-avanguardie con ragli e sibili per cuginanze di Caviggioni e Trabattoni... Si risale allora a più di mezzo secolo fa, quanto il Covent Garden era ancora un gran mercato di frutta e verdura (vedi My Fair Lady), e nell’attiguo insigne teatro venne un’epocale tournée del Bolshoi moscovita, con la leggendaria Galina Ulanova quale suprema Giselle. Credevo a una ubbia, vedendola restar sospesa un attimo in aria, dopo una elevazione. Ma secondo Isaiah Berlin, già Nijinskij diceva: «Cosa vi obbliga a venir giù subito? Perché non restar per aria ancora un po’?». Alberi e tetti con tutte le foglie e tegole. Colossali servizi di piatti e bicchieri, armi, manti scorci di paesaggi imprevisti fra Botticelli e Perugino e Carpaccio, costumi e ricami grevi, grand mauvais goût addirittura monumentale per questo Prokofiev, con fontane che sprizzano acqua autentica. Giulietta nella presentazione gioca con la nutrice a rimpiattino. Ma la fanciulla amica delle burle che si trasforma in personaggio drammatico è il clou del balletto; e si compie con una tensione angosciosa. Atrio a colonne per il ballo dei Capuleti. Splendida sepoltura uso El Greco per i funerali della narcotizzata: una Deposizione. E sensazionale danse macabre finale di Romeo, sostenendo altro il creduto cadavere di lei... Ma neanche al cinema! Una ricchezza inesausta di invenzioni, bande, plettri, ragazzini, Bruegel, morti spettacolari di Mercuzio e Tebaldo, stuntman professionali, stupefacenti sopraffazioni pompier e kitsch nella monumentale coreografia di Leonid Lavronskij. *** Alla «fantasia sinfonica» Francesca da Rimini, sempre di Ciajkovskij, invece, come dimenticare il sommo Totò al Teatro Nuovo, poco lontano di lì? Già, fra gli illustri versi danteschi, e vari «Ohi Pipì, ohi pipì... Ohi Pipisa, vituperio delle genti, che vi piaccia oppure no, l’Arcidiavolo è Totò». Inoltre, gli passava accanto una procace subrettina, cantando «Certo non sono Francesca, sono più bella e più fresca, sono più esotica e strana»... E quel sommo, con gesti sconci: «Ho capito! Sei Taide! La gran mmmondana». *** Ma lì a pochi metri, in via della Passione, ecco il Collegio delle Fanciulle, ove per lo sfollamento delle Università bombardate si studiò Giurisprudenza, ed ivi ci si laureò, anche. Torna il ricordo di un’amica giovinetta, alunna di quella nobile istituzione, rimproverata dalla preside giacché aveva salutato alcuni studenti nell’atrio, contro ogni tassativo divieto. Si giustificò: «Sono compagni di mio fratello, erano ieri sera a casa nostra per il suo compleanno». «Non importa, le proibizioni valgono per tutte», ribattè l’inflessibile.