Maurizio Lupo, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
Io gli scandali non li ho mai cercati, sono stati gli altri a crearli su di me». A parlare, codino grigio, vestito azzurro e scarpe pitonate è Luigi Ontani, 67 anni e una lunga carriera da artista fuori dagli schemi
Io gli scandali non li ho mai cercati, sono stati gli altri a crearli su di me». A parlare, codino grigio, vestito azzurro e scarpe pitonate è Luigi Ontani, 67 anni e una lunga carriera da artista fuori dagli schemi. Al Castello di Rivoli dà gli ultimi ritocchi all’allestimento della personale «RivoltArteAltrove» che si apre oggi al pubblico, curata da Andrea Bellini. «Guardi ad esempio - dice - questo Grillo Mediolanum : non voleva essere una provocazione, ma un omaggio alla città di Milano, non ho mai capito perché i leghisti se la siano presa tanto». L’opera, in ceramica, rappresenta lo stesso Ontani (il 90 per cento del suo lavoro è un’autorappresentazione in mille vesti diverse e non di rado senza vesti) nei panni di un nano, «ma si tratta di un grillo». In testa ha un panettone su cui è adagiata una scatoletta della celebre Merda d’artista di Piero Manzoni, in una mano i Promessi Sposi dell’altro Manzoni, nell’altra un uovo («rimanda alla Pala di San Bernardino, di Piero della Francesca, conservata a Brera e all’uovo di Lucio Fontana»), il gilet rappresenta i palchi della Scala, come fibbia della cintura lo stendardo della città: «Doveva essere installata, ai tempi della giunta Formentini, in una piazza. Ma i leghisti, era il 1995, fecero un putiferio, raccolsero firme e invitarono a imbrattarla. Italo Rota che mi aveva chiamato a fare l’opera si dimise mentre l’allora assessore alla cultura Philippe Daverio se ne lavò le mani». Insomma Cattelan con il suo dito in piazza della Borsa non sembra esser stato il primo ad agitare le acque di Milano, certo è stato più fortunato di Ontani, visto che l’opera è ancora lì. «Sono nato in un paese vicino a quello dove è nato Guido Reni, e così ho fatto questo Ecce Homo , in cui il mio volto diventa quello del suo celebre quadro» dice mostrando il tondo in un cui porta le spine. Il percorso della mostra si apre con la sua opera più recente, una sorta di ponte di liane in ceramica rosa, che si ispira ad animali dell’isola di Bali: «Sono 33 grilli sul ponte, ogni grillo ha la testa e le zampe che si muovono. Così il ponte dondola e i grilli ballano». Bali è una delle sue terra d’adozione, insieme alla Thailandia e soprattutto all’India («Ci sono stato più di trenta volte» ricorda»), sovente si è rappresentato come una divinità indiana, e in mostra c’è GaneshaMusa . I viaggi gli offrono lo spunto per realizzare progetti che prendono prima la forma di un acquerello per diventare fotografie o sculture. L’Italia, le sue icone, i suoi miti letterari e non, le sue maschere e le figure che a volte maschere diventano sono da sempre al centro della sua rutilante produzione. Di volta in volta si è travestito o rappresentato nelle vesti di Pinocchio e in quelle di Dante, come Carabiniere e anche come Papa ( Papagliaccio è il titolo di una sua fotografia, in cui sospeso in cielo ha l’abito del Papa e il volto impiastricciato da pagliaccio. «Mi piacciono le maschere - racconta anche perché i loro caratteri sono sorprendentemente simili in tutto il mondo. A Bologna mi vestivo da Sganapino e da Fagiolino e ho scoperto che a Bali c’era una maschera con un abito che aveva gli stessi colori e gli stessi disegni di quelli di Sganapino». E a proposito di figure della tradizione popolare: «In uno dei miei Tablaux Vivant mi sono anche vestito da Gianduja, perché Torino è una città che è stata importante per me. E mi ha anche ispirato lavori che propongo qui per la prima volta». I suoi ricordi torinesi risalgono agli Anni 60: «Allora facevo il servizio di leva a Venaria e ottenni di essere trasferito all’ospedale militare di Torino. Qui per poter andare in licenza mi offrivo di accompagnare a casa i militari che avevano o dicevano di avere problemi mentali. Era una cosa che nessuno voleva fare, ma io mi sobbarcavo volentieri quei lunghi viaggi in treno in compagnia dei matti». Siccome era già un artista si trovava a suo agio nella Torino di quegli anni, che di lì a poco avrebbe visto nascere l’Arte Povera. «Era una città molto vivace, ricordo di aver conosciuto allora Pistoletto e Zorio che era militare come me. Poi personaggi che hanno contato nella mia carriera come il grande gallerista Luciano Pistoi. Però mi piaceva anche la pittura di Spazzapan». In mostra c’è un ironico omaggio a Boetti. Proprio l’ironia è la chiave per comprendere il suo continuo giocare con le tecniche, i materiali, le parole. I titoli delle sue opere sono sovente calambour, o cocktail di termini, da Evadamo e Ermestetiche. Gli piace anche giocare con icone reali o immaginarie: «Guardi questo lavoro - dice - mi piaceva l’idea della Chimera-centauro e l’ho realizzata in cartapesta». Altre volte si trasforma in un lupa romana con tanto di Romolo e Remo, lo vediamo anche come Cristoforo Colombo, Garibaldi e Napoleone ed è proprio una sua foto napoleonica a chiudere il percorso. Usa con la stessa facilità la ceramica («Il merito è della Bottega Ceramica Gatti», dice presentando il ceramista, che l’aiuta a collocare le opere) e la fotografia, dove sovente una stessa immagine cambia a seconda dei punti di vista. L’effetto è quello delle vecchie figurine dei formaggini Mio. Tutto serve, anche quando lo spunto parte da un paese esotico e a noi lontano, per un’irriverente critica all’Italia di ieri e di oggi: «Questo - conclude indicando una ovale rosso e verde, un doppio volto che puoi girare - si ispira a una maschera di Bali, ma l’ho chiamato Furbe/rub/eria . Mi sembra esprima bene il carattere del nostro Paese, proprio adesso che compie 150 anni».