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 2011  ottobre 09 Domenica calendario

Esce in questi giorni, da Adelphi, la nuova edizione — l’edizione definitiva, se nel caso di Gadda potesse esistere qualcosa di definitivo — degli Accoppiamenti giudiziosi

Esce in questi giorni, da Adelphi, la nuova edizione — l’edizione definitiva, se nel caso di Gadda potesse esistere qualcosa di definitivo — degli Accoppiamenti giudiziosi. I curatori — Paola Italia e Giorgio Pinotti — sono entrambi eccellenti per intelligenza ed esperienza gaddiana. Su Gadda ho scritto moltissimo: decine di saggi, saggetti, articoli, risvolti, annunci; ho curato sette o otto libri; ed oggi sono incapace di dire una sola parola, come accade sempre nel caso degli scrittori conosciutissimi ed amatissimi. Tra il 1962 e il 1963, sono stato il primo editore degli Accoppiamenti giudiziosi; e per questo posso raccontare qualche storia, che credo conosciuta soltanto dal mio amico Giancarlo Roscioni, e da pochissimi altri. In realtà, si trattava di un doppio progetto editoriale. I diritti di Gadda appartenevano in parte a Livio Garzanti, che nel 1957 aveva pubblicato con molto successo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. In parte a Giulio Einaudi, che anni prima aveva ristampato tre libri sotto il titolo I sogni e la folgore (meraviglioso titolo gaddiano, più bello dei testi ristampati), e possedeva i diritti della Cognizione del dolore, uscita a puntate sulla rivista «Letteratura» tra il 1938 e il 1941. Giulio Einaudi e Livio Garzanti si detestavano. Einaudi disprezzava il giovane, rissoso e chiassoso editore romagnolo, figlio non di uno squisito Presidente della Repubblica ma di un ricco e rozzo industriale chimico, e insieme lo invidiava per le recenti pubblicazioni di Parise, Pasolini e Gadda. Garzanti odiava lo snobismo, i profumi, l’affettato accento nasale di Einaudi, l’efferata superbia, l’ideologia di sinistra, le raffinate e pompose riunioni dei mercoledì torinesi. Ma fu un nobile odio, nutrito dal profondissimo amore di entrambi per chi aveva scritto i due capolavori della narrativa del Novecento italiano: La cognizione del dolore e il Pasticciaccio. L’edizione quasi contemporanea degli Accoppiamenti giudiziosi (marzo 1963) e della Cognizione del dolore (aprile) poneva dei problemi, sui quali vigilavamo ansiosamente Giancarlo Roscioni (consulente di Einaudi) ed io (consulente di Garzanti). Un bellissimo scorcio della Cognizione del dolore, già pubblicato con il titolo La mamma, apparteneva a Garzanti. Se Garzanti non ne avesse ceduto i diritti, Einaudi non avrebbe potuto pubblicare La cognizione del dolore, o soltanto un tronco sanguinante: Garzanti era seriamente tentato di non cederlo, tanto avvertiva la grandezza del libro posseduto dal rivale. Gadda — pensava — era suo. L’aveva scoperto lui (almeno per il grande pubblico): aveva speso e sofferto per farlo conoscere; e nutriva per lui una specie di oscura gelosia metafisica. Roscioni ed io tremavamo: la nostra difficile diplomazia con gli editori nemici rischiava di fallire miseramente. Cercammo un compromesso. Ce n’era uno solo possibile. Nell’estate del 1961, «Il Giorno» aveva pubblicato una parte della Cognizione: trenta pagine, che vennero intitolate Una visita medica: mai un quotidiano aveva pubblicato, in Italia, una prosa narrativa di così vasto respiro. Gadda si rifiutò di firmarlo col suo nome: si era stufato, diceva, del suo «nome-ciabatta»; e così Una visita medica fu accompagnato sul «Giorno» (altra cosa inimmaginabile) dall’anagramma spagnolo del nome di Gadda: Alis Oco de Madrigal. Garzanti pubblicò le trenta pagine negli Accoppiamenti; e La cognizione del dolore fu salva, tutta intera, tra le braccia amorose di Einaudi. Pochi giorni dopo, accadde un nuovo disastro gaddiano: una catastrofe molto più grave. Einaudi aveva incaricato Gianfranco Contini di scrivere le pagine introduttive alla Cognizione: Contini, che amava Proust quanto Gadda, propose un’analogia. La cognizione del dolore narra un parricidio simbolico: Gonzalo Pirobutirro (figura di Gadda) distacca dal muro il ritratto del padre, lo getta a terra e lo schiaccia sotto i piedi come se schiacciasse l’uva di un tino. Contini ricordò un episodio, secondo lui simile, raccontato nella Recherche. A Montjouvain, mademoiselle Vinteuil, figlia di un oscuro musicista, bacia ed abbraccia un’amica, distesa sopra di lei in un canapè: lì accanto sta un piccolo ritratto fotografico del padre; e l’amica sputa su di esso, con la complicità di mademoiselle Vinteuil. Nascosto all’ombra tra i cespugli, Marcel osserva la scena senz’essere visto: l’episodio di Montjouvain è il suo Peccato Originale; contemplando la scena lesbica e sadica, egli mangia il frutto dell’albero del bene e del male. Guarda; e nel mondo della Recherche, guardare il male è una colpa simile a quella di commetterlo. Quando lesse le pagine di Contini, Gadda diventò furibondo di dolore, disperazione, vergogna, angoscia. In realtà, Contini non aveva compreso né La cognizione del dolore né la Recherche: il gesto di Gonzalo non aveva nessuna componente erotica o lesbica o profanatoria; e non racchiudeva nemmeno il segno del peccato originale e la colpa dello sguardo. Gadda protestò violentemente con l’editore e con Contini, il quale ridusse il suo paragone a un accenno quasi incomprensibile, o comprensibile a venti conoscitori di Proust. Ma la ferita, in lui, rimase immedicabile. Immaginava che, dopo le pagine di Contini, tutti, persino i fattorini del tram e le portiere, vedessero in lui un mostro: un lesbico, che aveva sputato sul ritratto del padre e ucciso la madre, come appunto racconta la Cognizione. Tra i due editori, la vittoria spettò a Einaudi. Nella tarda primavera, a Formentor, nell’isola di Maiorca, una giuria internazionale attribuì a Gadda il Prix international de Littérature, che l’anno prima aveva premiato Beckett, e fece conoscere La cognizione nel mondo. A Gadda il grande premio non importò nulla: era giunto «tardi, troppo tardi». Adesso, era soltanto una grandissima seccatura: non faceva che generare domande, interviste, giornalisti pettegoli, signore adoranti e la cosiddetta Gloria, che ormai egli esecrava sommamente.