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 2011  ottobre 09 Domenica calendario

Ci siamo incontrati in Germania, a Weimar, dove John Le Carré si trovava per essere insignito della Medaglia Goethe

Ci siamo incontrati in Germania, a Weimar, dove John Le Carré si trovava per essere insignito della Medaglia Goethe. Sapevamo che di regola non concede interviste; sostiene che quel genere di colloquio gli è venuto a noia, e che se vuole dire qualcosa, lo fa nei libri. Alla cena di benvenuto ci siamo trovati allo stesso tavolo, e abbiamo cominciato a parlare. Il giorno dopo abbiamo ripreso la nostra conversazione che, innaffiata da vino bianco e acqua con le bollicine, si è protratta per parecchi quarti d´ora. Chi governa il mondo oggi? «Sarebbe più facile rispondere alla domanda chi non lo governa. Non certo l´Europa, fino a ieri impegnata nella conquista del mondo, e che oggi si trova relegata al ruolo di spettatore. Né tanto meno gli Stati Uniti che quotidianamente danno prova di non essere in grado di governare nemmeno se stessi. Si direbbe uno stato democratico rimasto prigioniero del suo democratico sistema, incapace di funzionare se non mediante le lobby, che generano corruzione e immoralità. Tutto questo senza contare che i media, spalleggiati dal grande capitale privato, contraffanno la realtà, così che un vero dibattito pubblico viene progressivamente meno. Parecchi statunitensi, per dire, sono tuttora convinti che Saddam Hussein sia il responsabile dell´11 settembre. Di questo passo siamo giunti alla condizione - ben nota a voi, polacchi, che l´avete subita per decenni - in cui la verità è prerogativa del potere o, per essere più precisi, il potere fa della verità quello che vuole. L´America è in ginocchio, la Cina è ricca, l´India cresce rapidamente. Masse sempre più ingenti di denaro provengono dallo sfruttamento di manodopera a basso costo. Il capitale, ovunque arrivi, si lascia dietro terra bruciata. Le città si espandono a dismisura, l´agricoltura va a rotoli. Temo che lasciando il capitale senza freni, ci siamo fottuti il mondo. Chi tiene le redini del pianeta? Domani ancora gli Stati Uniti, ma dopodomani? Chi può saperlo». La prossima guerra sarà combattuta per assicurarsi il controllo delle materie prime. Come si può pensare di produrre in India un milione di automobili in un mese o due, senza chiedersi con cosa riempirne i serbatoi? Né vedo come si possa sviluppare l´economia cinese senza risolvere il problema energetico, non mi pare che basti promettere genericamente che questo e quel Paese potrebbe, semmai, fornire petrolio. Il campo di contesa si va spostando sempre più verso l´Africa, dove si trovano giacimenti ancora intatti. Dio solo sa come andrà a finire tutto questo. E può anche darsi che nemmeno lui ne abbia la certezza». Durante la Guerra fredda il mondo era più prevedibile? Più facile da spiegare? «Era indiscutibilmente meno complesso, il che non significa però che fosse più facile, perché allora bisognerebbe domandarsi: più facile per chi? Per me, cittadino dell´Ovest? O magari per voialtri, dominati dai sovietici? Il mondo ruotava attorno al conflitto ideologico. Era comodo, perché offriva l´illusione che l´Occidente fosse perfettamente nel giusto, al di là di ogni ragionevole dubbio. Mi è capitato di parlare con l´ultimo capo del Kgb all´epoca di Gorbaciov, Vadim Bakatin, funzionario statale e scrittore a tempo perso, che non era certo un uomo abbacinato dagli ambienti dei servizi segreti. Un giorno era andato a trovare l´allora ambasciatore americano a Mosca, Madox, e gli fece: "Le ho portato in regalo la mappa di dislocazione delle microspie che abbiamo installato nella vostra ambasciata. Se vuole il mio parere, potete fidarvi di questo disegno nella stessa misura in cui me ne fido io stesso, cioè per niente. Sono infatti convinto che i miei agenti mi abbiano sempre raccontato balle". Bakatin era un tipo conviviale, un interlocutore stimolante e un buon compagno di bevute, mi stava simpatico. Un giorno mi disse: "Ci siamo macchiati di tanti crimini, è vero, e abbiamo mandato a puttane più cose del necessario, ma anche così eravamo noi dalla parte del giusto". Lui ci credeva veramente. C´è da chiedersi se noi occidentali non siamo stati un po´ troppo precipitosi nel convincerci di essere nel giusto. Abbiamo lasciato per troppo tempo mano libera al capitale, e ora il genio è uscito dalla bottiglia. In Inghilterra, nell´era di Margaret Thatcher, avremmo privatizzato anche l´aria se solo fosse stato possibile. Idem sotto il governo Blair. Risultato? L´accumulo di immensi patrimoni, l´arresto del processo di modernizzazione dell´economia, disuguaglianze sociali. I politici dicono: "Non siamo responsabili del denaro, è una faccenda di competenza delle banche e della finanza". I banchieri controbattono: "Non siamo mica qui per fare i santi. Servire la società non è compito nostro. Noi siamo qui per moltiplicare i quattrini". Non essendo stati eletti da nessuno, i banchieri non sono soggetti al giudizio sociale, ma in compenso esercitano un potere che esula da ogni controllo. E la cosa sta bene anche ai politici. Ma così non si va da nessuna parte. Occorre fare marcia indietro e dare vita a un´economia mista che lasci spazio al settore pubblico. «I cittadini comuni - in Gran Bretagna, in Europa e dovunque nel mondo - non solo non si sentono rappresentati, ma sono convinti di essere tenuti all´oscuro delle questioni di rilievo. Basti guardare a ciò che succede nel mio Paese: lo scandalo sulle intercettazioni, la corruzione nella polizia, l´affare Murdoch, i politici collusi con la finanza. Un pugno di nababbi contro eserciti di emarginati. I recenti disordini a Londra non sono stati che un grido di allarme per dire che abbiamo un problema. Saccheggiare i negozi è insensato, ma d´altro canto dobbiamo ringraziare Dio che qualcuno abbia finalmente lanciato un grido». Come è diventato un diplomatico? «Ho seguito un doppio percorso: da un lato quello ufficiale e dall´altro quello privato. Il primo richiedeva una buona educazione e la conoscenza di varie lingue, oltre che la capacità di portare avanti una conversazione interessante o che perlomeno potesse sembrare tale. E, non da ultimo, una discreta presenza. Il secondo, quello non ufficiale, era stato segnato da mio padre, che aveva trascorso in galera più tempo di te, caro Adam, e ci era finito per motivi di gran lunga meno nobili dei tuoi. Mio padre, per dirla in parole semplici, era un comune truffatore, un delinquente di professione, un po´ sulla falsariga dei tanti milionari di oggi non ancora catturati dalla polizia. Salvo il fatto che lui aveva un vero talento per farsi regolarmente acciuffare. Non sono quindi cresciuto in una famiglia normale, conducevo un´esistenza solitaria, scissa tra due mondi paralleli: quello segreto e quello pubblico. Una persona che sin da piccola vive in un mondo duplice - e bada bene che non è una battuta - ha tutte le carte in regola per diventare un perfetto diplomatico o un agente segreto». E tuttavia lei ha lasciato la diplomazia per dedicarsi alla scrittura. «Scrivere libri era la mia valvola di sfogo. Avevo preso ad alzarmi di buon mattino e a scrivere sul treno che mi portava al lavoro. Fu un atto di protesta contro l´ambiente in cui ero immerso a quel tempo. Ero riuscito addirittura a crearmi il padre che non avevo mai avuto, un padre capace di stemperare e risolvere problemi. Mi riferisco a George Smiley, il protagonista dei miei romanzi. I miei superiori di allora, dell´ambasciata e dell´intelligence, si erano mostrati alquanto tolleranti e addirittura contenti del mio scribacchiare. Per me, pur continuando la vita di sempre, era una forma di dissenso. Fino al terzo libro, La spia che venne dal freddo. A quel tempo ero un giovane diplomatico a Bonn con incarichi segreti. Mi trovavo in visita a Norimberga quando Willy Brandt dichiarò in un discorso pubblico che l´intuito gli suggeriva che a Berlino stava per accadere qualcosa. Eravamo nell´agosto 1961. Quarantotto ore più tardi mi trovavo di nuovo all´ambasciata. Potevano essere le due o le tre di notte, tutte le luci erano accese e c´era un viavai frenetico lungo i corridoi, cosa insolita per i britannici. Ci giunse notizia che a Berlino erano stati dispiegati i primi rotoli di filo spinato. In seguito trascorsi a Berlino alcuni giorni come osservatore. Tornato a casa, fui preso da un incontenibile accesso di rabbia. Se credessi in Dio, avrei potuto convincermi che la mia collera fosse un dono della provvidenza. Avevo visto costruire il muro di un nuovo conflitto sulle ceneri della guerra appena spenta. Scrissi il nuovo libro in cinque settimane, senza quasi dormire né pensare ad altro». I suoi libri sono un avvincente racconto del mondo dei servizi segreti. «Alla base dell´Impero britannico ci sono complotti e congiure. La storia ufficiale e quella segreta si compenetrano, l´una è parte dell´altra. Secoli fa, quando gli inglesi sbarcarono sulle coste dell´India, il loro primo pensiero fu come seminare discordia tra i vari maharaja, come metterli l´uno contro l´altro per indebolirne il potere prima, e tenerli sotto controllo poi. Mettevano in atto tattiche e strategie degne di manuali del Kgb. Bisognava controllare quanta più gente possibile, tenendola legata con una sottilissima corda intrecciata di forza e sotterfugi. Senza stare tanto a sottilizzare tra diplomazia e spionaggio». Aveva mai messo in conto il tracollo dell´Impero britannico? «Verso la fine degli anni Cinquanta, ai tempi della docenza a Eton, ne ebbi un vago presentimento. La mia situazione era piuttosto inconsueta: figlio di un avanzo di galera, proveniente da una famiglia di umili condizioni e senza una sola goccia di sangue blu nelle vene, mi trovavo a insegnare ai rampolli dell´élite britannica. Era un ottimo punto di osservazione dei meccanismi di forza e potere in Gran Bretagna. Vi si percepiva un odore molto simile a quello che avrei sentito nel 1988 per le strade di Mosca. Era il sentore che il mio Paese non funzionava come avrebbe dovuto. Insegnavo ancora a Eton quando Anthony Eden pensò bene di regalare al mondo la crisi di Suez. Il linguaggio adoperato a quel tempo per raffigurare Gamal Abdel Nasser, le distorsioni della mentalità coloniale, il ridicolo complottare con Israele: tutto ciò lasciava un forte retrogusto di vergogna. Mi risolsi a scrivere in una lettera al Times: "Noi, giovani docenti di Eton, ripudiamo ciò che la Gran Bretagna sta mettendo in atto oggi nel mondo". «Tutto questo per dire che dopo un´infanzia solitaria ben presto mi si era presentata l´occasione di osservare dall´interno i meccanismi del potere britannico prima, e quelli dei servizi di spionaggio poi. Questi ultimi di fatto sono lo specchio della condizione psichica di una nazione. I rapporti degli agenti segreti gettano luce su chi e cosa fa più paura alla popolazione, sugli incubi che turbano il suo sonno. E, non da ultimo, dicono con chi la tua nazione vorrebbe andare a letto». Che opinione si è fatto della politica britannica degli anni Trenta? «Con l´Europa in ebollizione il premier britannico Neville Chamberlain prendeva gli accordi con Hitler perché, come avrebbe spiegato più tardi, la pace andava salvaguardata a tutti i costi. Tra Hitler e Chamberlain esisteva un abisso sociale. Quest´ultimo era un vero gentleman inglese, tenuto sin da piccolo sotto una campana di vetro. Hitler invece era di umili natali. Chamberlain non credeva che si potesse mentire fissando l´interlocutore negli occhi. Il Führer ne era maestro». Poi arrivò Winston Churchill, l´esatto opposto di Chamberlain, sebbene anche lui fosse un aristocratico. «Churchill era un personaggio di elevata estrazione sociale, è vero, tuttavia amava andare a cavallo e in barca a vela, si dilettava a fare il giornalista e ficcava il naso dovunque. Aveva un temperamento simile a quello di Kapuscinski. Apprezzava la drammaturgia della vita, non si teneva alla larga dagli estranei, si direbbe anzi che gli venisse più naturale parlare con degli sconosciuti per strada che non con i componenti del suo stesso rango». Era stato Churchill a inaugurare la Guerra fredda contro l´Unione Sovietica. «Nel 1946 aveva tenuto un discorso a Fulton, negli Usa. Disse che il mondo era stato diviso da una cortina di ferro. Cercò di far penetrare nella coscienza degli americani un messaggio elementare: Stalin è un mostro, mettetevelo bene in testa. Va ricordato che negli Usa di allora l´ideologia comunista aveva forti radici. La comunità ebraica americana era scissa tra bolscevichi e menscevichi, esattamente come a Mosca. Durante la sua emigrazione in Messico, Trotsky aveva come guardaspalle dei menscevichi di New York. Data la preminenza degli ebrei nel movimento comunista americano, il tentativo di convogliare la politica Usa verso l´antisovietismo veniva avvertito come molto affine all´antisemitismo». Nei suoi libri, dove passa il confine tra la verità del mondo spionistico e la finzione narrativa? «Nelle vicende dei miei protagonisti non ci sono fatti storici, non scrivo reportage. Nondimeno i miei libri, sebbene inventati, raccontano la verità. Nella diplomazia le attività svolte alla luce del sole s´intrecciano costantemente con quelle segrete. Si genera così il pensiero doppio e si finisce sempre col domandarsi che cosa, sotto sotto, Tizio o Caio avessero voluto dire veramente, dove intendessero andare a parare affermando o facendo questo o quest´altro. Nel giro di alcuni anni questo modo di ragionare si fissa definitivamente nella mente. Volevo raffigurare una collettività che vive all´interno di un´altra collettività, osservando regole proprie e una propria etica». Però Il giardiniere tenace non è più un romanzo di spionaggio. Forse perché nel frattempo il mondo è cambiato? «Senza dubbio. Ho sempre desiderato trovarmi nei luoghi in cui si generano conflitti. Per questa ragione sono andato a Panama e ho scritto Il sarto di Panama. Il generale Manuel Noriega era un cocco degli Usa, un individuo abominevole e ciononostante vezzeggiato. Aiutava gli americani a mettere in piedi operazioni anticomuniste, cosa che non gli impediva di essere anche il loro migliore contatto con Fidel Castro. Poi, di punto in bianco, l´avevano sbattuto in galera. Forse per aver falsato le elezioni, forse per traffico di droga, o semplicemente per aver mancato di rispetto al presidente Bush senior. Non credo però che nel giro di così poco tempo l´indole di Noriega fosse drasticamente cambiata. Per scrivere di una cosa bisogna farne l´esperienza diretta. Dopo essere venuto a conoscenza delle aberrazioni compiute dalle multinazionali farmaceutiche in Africa, sono subito andato in Kenya. E quando decisi di occuparmi di Israele e della Palestina, andai in Medio Oriente. Feci sosta a Gerusalemme, dato che il capo dell´intelligence mi aveva permesso di osservare come lavoravano lo Shin Bet e le forze speciali. Da lì mi diressi a Beirut, dove all´epoca aveva sede l´Olp, e il caso volle che proprio allora il Time avesse messo in copertina una mia foto. Me ne andavo in giro con il settimanale in mano e cercavo di spargere la voce di voler incontrare Yasser Arafat. Nella città si respirava una brutta aria, le sparatorie si susseguivano, dormivo sotto il letto. Una sera ero al ristorante dell´albergo, quando un cameriere si accostò al mio tavolo e mi disse: "Il nostro presidente vuole vederla subito". Per buona metà della notte continuarono a condurmi da una casa all´altra, mi coprivano e scoprivano gli occhi. Infine raggiungemmo il rifugio di Arafat. Nella stanza c´erano i suoi uomini coi fianchi fasciati da cinture di proiettili, e splendide ragazze che imbracciavano mitragliatici. Arafat mi chiese: "Perché voleva vedermi, signor David?" [il vero nome di John Le Carré è David Cornwell, ndr]. Ebbi la sensazione di far parte di una messinscena, perciò recitai a mia volta: "Signor presidente, sono arrivato fin qui per posare la mano su un cuore palestinese". Arafat mi afferrò la mano e se la premette sul petto: "Signor David, qui batte un cuore palestinese". Trascorsi con lui dieci giorni. Insisteva nel dire che dovevamo farci una foto insieme. Obiettai. Volle sapere perché. Risposi: "Qualcosa mi dice che capiterò a Gerusalemme un po´ prima di lei"». Crede che il conflitto tra israeliani e palestinesi possa essere risolto? «Questi due popoli hanno sviluppato un´ostilità reciproca così accesa da non riuscire più a superarla. Hanno accumulato troppi brutti ricordi e ogni contrasto ne aggiunge di nuovi. I vincitori si lasciano i ricordi alle spalle. I vinti, al contrario, conservano tutto nella memoria. Ciascun bambino palestinese sa raccontare nei minimi dettagli il massacro di Deir Yassin avvenuto nel 1948. Ogni nuova vittima diventa un nuovo tassello di storia. Sono un ottimista atipico, forse per questo non vedo alcuna prospettiva di riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Non è bene nutrirsi di vane illusioni». Capita spesso che gli uomini impegnati sul fronte della riconciliazione e della pace si autocondannino alla sconfitta politica. «Lo credo bene! Non appena si arriva a neutralizzare un nemico, ne viene prontamente tirato fuori dal cappello uno nuovo». Leggendo i suoi libri si ha la sensazione di entrare in contatto con il mondo di oggi per come è realmente, vale a dire un mondo da cui il conflitto non può essere rimosso. «Sento il bisogno di trovarmi nel cuore degli eventi. Di recente sono andato nell´est del Congo con due giovani giornalisti. Siamo incappati nel bel mezzo dei disordini e quando ho capito la gravità della situazione mi sono reso conto di aver raggiunto un punto limite. Un vecchio sulla soglia degli ottanta e due ragazzini! Sono stato investito dal senso di responsabilità per la loro sicurezza e dal peso della mia età. Con tutti questi anni sul groppone non sono più in grado di reggere fisicamente la vita di prima, e non ci posso fare niente». Eppure lei sa ancora raccontare quel mondo come nessun altro. «Penso che dipenda dalla capacità di selezionare il materiale, la stessa che aveva Kapuscinski. Sono capace di individuare un dettaglio emblematico di una determinata macro-realtà, un particolare che spiega l´universale. Ed è esattamente ciò che adoro di più nell´opera di Kapuscinski». Il filosofo polacco Leszek Kolakowski disse che erano tre i motivi per cui amava la Gran Bretagna: John Hume, Jonathan Swift, George Orwell. «Niente male! Sono ragioni d´amore più che valide. Orwell è un grande, è straordinario. Aveva frequentato Eton, ed era rimasto a tal punto deluso dall´élite britannica da cambiare nome [quello vero era Eric Blair, ndr] per non farsi riconoscere come allievo di quel college». Ne Il giardiniere tenace, in una conversazione tra due funzionari inglesi, compare l´espressione: "gettare merda nel ventilatore". Che cosa vuol dire? «Non è certo un´espressione raffinata. Ma dubito che sia possibile scrivere diversamente del mondo di oggi. Quel libro tratta del più ricco settore industriale del nostro pianeta che, se da un lato sviluppa farmaci contro varie patologie, dall´altro genera nuove malattie. Non ho alcun dubbio che le case farmaceutiche usino degli esseri umani come cavie da laboratorio. In molte parti del mondo non si è ancora presa coscienza del fatto che dalle multinazionali è possibile, anzi necessario difendersi. Quello che avviene in Africa succede anche in Cina, in India e altrove. Gli schizzi di merda gettata nel ventilatore imbratteranno tutti quanti. Funziona così: per prima cosa bisogna mettersi a cercare il ventilatore, e il resto si troverà facilmente». Traduzione Marzena Borejczuk © Gazeta Wyborcza (pubblicata il 17 settembre 2011)