Giorgio Dell’Arti, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 211 - ANDARE A ROMA
M’ immagino il seguito. Plebisciti, eccetera.
Plebisciti e annessioni avvennero secondo le regole fissate dalla legge che Cavour aveva fatto approvare dal Parlamento in ottobre. La Camera autorizzò il governo ad accettare mediante regi decreti il voto dei popoli. Questo provvedimento destò polemiche che durano ancora oggi. Era ben diverso votare l’annessione al Piemonte invece che l’unione concorde di due stati tra loro. D’altra parte questa era anche la conseguenza delle sconfitte del ‘48, quando i democratici avevano voluto che l’unione tra Lombardia e Piemonte avvenisse sulla base di una nuova Assemblea costituente, ma non erano poi stati capaci di vincer la guerra. Così, è vero che le annessioni resero l’Italia un grande Piemonte su cui dominava il partito moderato (contro garibaldini, mazziniani, democratici e quant’altro la Storia avrebbe prodotto da quella parte). Però è anche vero che a quel modo si fece prima, in un momento in cui la velocità delle operazioni era piuttosto raccomandabile. La Francia, che per non perdere completamente la faccia dopo l’invasione delle Marche e dell’Umbria aveva richiamato da Torino Talleyrand, sperava ancora che il Sud si staccasse e formasse un regno a sé semplicemente federato. Gli austriaci erano convinti che quel castello male assortito sarebbe presto venuto giù riportandogli la Lombardia. Del resto, la piemontesizzazione del Paese era avvenuta prima dei plebisciti. Nel breve periodo del governo La Marmora-Rattazzi, sfruttando i pieni poteri ancora in vigore, erano stati approvati ex novo o riformati e comunque quasi sempre estesi alle province già annesse i codici penali, penali militari, di procedura penale e civile, le leggi sull’amministrazione comunale e provinciale, sulla scuola, le opere pie, la pubblica sicurezza, la sanità, i lavori pubblici, le miniere, la giustizia e non so che altro. Il tutto in una logica fortemente centralista, perché Rattazzi, assai più di Cavour, era uomo da prefetti. Inoltre, Depretis, quando era dittatore in Sicilia, aveva imposto la pubblicazione dello Statuto piemontese (3 agosto) suscitando lo sdegno dei mazziniani (per esempio, il Friscia parlò di « miserabile statuto sardo »). Ma, in tutto questo, la discussione intorno alla normativa sui plebisciti diede modo a Cavour di porre anche al Parlamento la questione della sfiducia pubblicamente espressa da Garibaldi nei suoi confronti. E il Parlamento, chiamato a pronunciarsi, scelse largamente Cavour. Il conte si spinse fino al punto di impadronirsi del grande obiettivo di Garibaldi, cioè Roma. Dichiarò che l’unità non sarebbe stata veramente compiuta fino a che Roma non fosse divenuta capitale d’Italia (discorso dell’11 ottobre 1860).
Era in una forma smagliante: «D urante gli ultimi dodici anni la stella polare di re Vittorio Emanuele fu l’aspirazione all’indipendenza nazionale; quale sarà questa stella riguardo a Roma? (Movimento di attenzione) La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la Città Eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del regno italico (Strepitosissimi e prolungati applausi). Ma forse questa risposta non appagherà pienamente l’onorevole interpellante, il quale chiedeva quali mezzi avremmo noi per raggiungere questo scopo. Io potrei dire: risponderò, se voi prima mi direte in quali condizioni saranno fra sei mesi l’Italia e l’Europa ».
Dichiarando che puntava su Roma capitale Cavour apriva un altro fronte di polemiche infinite, tra quelli che volevano la capitale per sempre a Torino e i milanesi e i fiorentini. Ma a Cavour piacque affrontar subito la questione romana, anche per via del papa.
« Io credo che la soluzione della questione romana debba essere prodotta dalla convinzione che andrà sempre più crescendo nella società moderna, ed anche nella grande società cattolica, essere la libertà altamente favorevole allo sviluppo del vero sentimento religioso (Bene! Bravo!)... A conferma di questa verità non è mestieri per noi andare in traccia di esempi all’estero; ce ne somministra il nostro stesso paese; giacché, o signori, non esito ad affermare che il regime liberale, che esiste in questa contrada subalpina da 12 anni, è altamente favorevole allo sviluppo del sentimento religioso. Io credo di poter dichiarare che oggi vi è più viva, più sincera religione in Piemonte che non ve ne fosse 12 anni or sono (È vero! Bravo!); io credo di non errare affermando che, se il clero ha forse minori privilegi, se il numero dei frati è di gran lunga scemato, la vera religione ha molto più impero sugli animi dei cittadini che al tempo in cui blandire una certa frazione del clero, o l’ipocrito frequentare delle chiese facevano salire agl’impieghi ed agli onori (Applausi)... Noi non dubitiamo di affermare che la gran maggioranza dei cattolici illuminati e sinceri riconoscerà che il pontefice augusto che sta a capo della nostra religione, può esercitare in modo molto più libero, molto più indipendente il suo sublime ufficio, custodito dall’amore, dal rispetto di ventidue milioni d’Italiani, che difeso da venticinquemila baionette (Applausi)».