Sofia Gnoli, La Repubblica 9/10/2011, 9 ottobre 2011
La moda è l´autoritratto di una società e l´oroscopo che essa stessa fa del suo destino», diceva Ennio Flaiano
La moda è l´autoritratto di una società e l´oroscopo che essa stessa fa del suo destino», diceva Ennio Flaiano. Sono circa duecento gli abiti attraverso i quali una grande mostra alla reggia sabauda di Venaria, alle porte di Torino, racconta la storia d´Italia dall´Unità a oggi. Le curatrici dell´esposizione, Gabriella Pescucci, costumista, premio Oscar per L´età dell´innocenza (1994), e Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, ricostruiscono le metamorfosi della moda negli ultimi 150 anni. Un racconto che, abito dopo abito, svela uno squarcio di storia e di speranze. Dal vestito di velluto nero (1867) - di manifattura italiana ma presumibilmente copia di un modello francese della maison Worth - appartenuto alla contessa di Castiglione, fino alle creazioni di Armani e Versace, Fendi e Prada, ogni mise descrive un´emozione, un´atmosfera, attraverso un accattivante gioco di specchi pensato da Michele De Lucchi. I primi tentativi per l´affermazione di uno stile autonomo, svincolato dall´influenza francese risalgono all´atmosfera incandescente del Risorgimento. Già nel 1847 sul periodico Moda Nazionale si legge: "guerra, guerra alla Senna. Guerra ai nemici del figurino italiano». A parte qualche altra sporadica iniziativa, come quella di Rosa Genoni, la sarta lombarda che nei primi del Novecento divenne famosa per le sue collezioni ispirate all´arte del Rinascimento, la questione di una moda indipendente venne ripresa durante gli anni del regime. Lo stesso Mussolini nel 1932 dichiarò sul Popolo d´Italia: «Una moda italiana non esiste ancora; crearla è possibile, bisogna crearla». Di lì a poco, oltre a istituire un apposito ente, il regime promosse la pubblicazione del Commentario Dizionario italiano della moda (1936) che, in nome delle "sane voci italiane", trasformava il tailleur in "completo a giacca", le paillettes in" pagliuzze", lo chignon in "cignone". Tutto questo, se da un lato dà la misura di un´Italia ebbra di propaganda nazionalista, dall´altro prelude a una nuova autonomia creativa. Tra i primi a dimostrarlo c´è Salvatore Ferragamo che, nel 1938, per sopperire alla mancanza di cuoio dovuta all´autarchia, cominciò a confezionare calzature con materiali inconsueti come sughero, paglia e rafia. Disdegnate sulle prime, le sue scarpe con la zeppa determinarono, come notò Irene Brin, «un´imperiosa rivoluzione del gusto e strane metamorfosi nelle proorzioni». La Città eterna, con la sua atmosfera fatata, fatta di tramonti, rovine e basiliche si impose, nel dopoguerra, come la terra di sogni impossibili, si pensi a Vacanze romane (1953), dove Audrey Hepburn, principessa in visita ufficiale, dimentica ogni dovere abbandonandosi tra le braccia di un fascinoso Gregory Peck. Approdate nella capitale per girare film-souvenir negli economici studi di Cinecittà, stelle e stelline iniziarono a frequentare gli atelier delle Sorelle Fontana e di Schuberth, di Fernanda Gattinoni e di Roberto Capucci, rendendoli famosi. La moda italiana si stava affermando sotto i riflettori internazionali e Giovanni Battista Giorgini, forte di una lunga esperienza come compratore per i grandi magazzini americani, ne sarebbe stato il regista. Fu lui nel 1951 a organizzare a Firenze, di fronte a un pubblico internazionale, la prima sfilata collettiva di moda italiana. Il successo fu istantaneo. Firenze, con la passerella della Sala Bianca di Palazzo Pitti, in un lampo divenne il miglior trampolino di lancio per ogni esordiente: da Federico Forquet a Pino Lancetti, da Missoni a Valentino. L´ascesa dello stile italiano non fu interrotta neanche dal 1968 quando uova marce e pomodori vennero scagliati contro pellicce e abiti sontuosi alla serata inaugurale della Scala. Allora si fece strada un nuovo concetto di moda che, prese le distanze dai tradizionali atelier dell´immediato dopoguerra, puntò sul binomio moda-industria. Stava nascendo il prêt-à-porter e Walter Albini, stilista troppo spesso dimenticato, ne sarebbe stato il pioniere. Fu lui a dare il la a quella grande avventura che, nel giro di poco, avrebbe dato vita al Made in Italy. Nel 1971 Albini abbandonò gli stucchi e i lampadari di cristallo della Sala Bianca per sfilare a Milano, città dell´industria e del design. La stampa internazionale lo acclamò come "Il nuovo Yves Saint-Laurent". Presto il suo esempio sarebbe stato seguito da Krizia, Missoni e molti esordienti, come Armani e Versace. Milano era diventata la nuova capitale dello stile italiano. A proposito delle sue peculiarità, Beppe Modenese, presidente onorario della Camera della moda, dice: «oltre alla compenetrazione tra industria e design non dobbiamo dimenticare la partenza artigianale del nostro lavoro». E infatti, di fronte all´ascesa della fast fashion che, con vestiti a 12 euro, minaccia sempre più la moda, la risposta è, come stanno dimostrando i nuovi astri dell´italian style in mostra - da Frida Giannini, direttore artistico di Gucci, a Gabriele Colangelo -, artigianato e creatività. *** Con quali criteri ha selezionato gli abiti? «Abbiamo scelto i più rappresentativi. Naturalmente si tratta di vestiti autentici e la selezione fra i tantissimi pezzi dell´immensa collezione Tirelli Trappetti non è stata certo facile. Li ho guardati e riguardati almeno una ventina di volte, esaminandoli, riconsiderandoli ed eventualmente sostituendoli». Con quale ragionamento avete mixato abiti autentici con abiti di scena? «Per quanto riguarda il periodo di cui mi sono occupata io, che va dal 1860 al 1960 - dopo, per la moda contemporanea, è subentrata Franca Sozzani - gli abiti cinematografici sono solamente due, ma entrambi molto importanti: quello da ballo indossato da Claudia Cardinale nel Gattopardo e un abito che Alida Valli portava in Senso. Due film scelti non certo a caso, in quanto il tema sullo sfondo è l´Unità d´Italia». Con Franca Sozzani vi siete mai sovrapposte? Ci sono stati dissapori tra voi? «Mai. La stimo moltissimo». Il cinema è l´archivio vivente della moda: concorda? «Certamente sì. Per secoli a rispecchiare e a raccontarci gli abiti è stata la pittura. Poi è venuta la fotografia e oggi sostanzialmente questo ruolo è svolto soprattutto dal cinema». C´è un abito fra quelli esposti che lei giudica particolarmente significativo? «Forse l´abito che amo di più è quello, lungo, da sera, indossato da Lina Cavalieri: nero con dei fiori che sembrano giaggioli ricamati con le paillettes». Solo nel secondo dopoguerra si può cominciare a parlare di moda italiana vera e propria. L´Italia dunque era un Paese provinciale? «è un dato di fatto che fra l´Ottocento e il Novecento i sarti più famosi e più richiesti lavorassero a Parigi e le signore ricche italiane si vestivano da loro. Ma sartorie importanti stavano nascendo anche nel nostro Paese. Per il boom della moda made in Italy tuttavia bisogna aspettare l´inizio degli anni Cinquanta e la storica sfilata organizzata dal marchese Giorgini nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze». Quanto tempo avete impiegato per realizzare questa mostra? «Ci stiamo lavorando, anche se non in modo continuativo, da quasi due anni». Dopo tante celebrazioni dell´Unità d´Italia si ha forse l´impressione che la mostra dedicata ai 150 anni della moda arrivi quasi fuori tempo massimo. è così? «No, assolutamente no. Mi pare che siamo perfettamente in tempo. In Italia purtroppo c´è sempre la mania di bruciare gli anniversari troppo in anticipo». Non sarebbe stato più indicato fare una mostra di questo tipo a Roma o a Milano? «Credo proprio di no. Torino è la città giusta: è stata ed è tutt´ora una grande città, con un passato strepitoso e ancora oggi molto vivace culturalmente». © riproduzione riservata