Rapahel Zanotti, La Stampa 9/10/2011, 9 ottobre 2011
Immaginate un mondo senza plastica. O meglio, dove la plastica esiste ma solo il tempo necessario. Dopo di che la si butta, lei si scioglie e scompare
Immaginate un mondo senza plastica. O meglio, dove la plastica esiste ma solo il tempo necessario. Dopo di che la si butta, lei si scioglie e scompare. Senza rilasciare sostanze nocive. Immaginate che questa plastica costi poco, sia naturale e che per produrla non si debbano utilizzare tonnellate di cibo. Ora smettete di immaginare perché questa plastica esiste già. Si chiama Minerv-Pha ed è prodotta da una piccola azienda italiana, la Bio-On. Bisogna approdare sui dolci colli bolognesi, dove regnano mortadella e sangiovese, per raggiungere l’impianto di Minerbio della Bio-On e incontrare Marco Astorri e Guy Cicognani, i due «papà» di Minerv. La loro sembra proprio una di quelle storie per cui il mondo invidia l’Italia. Un Paese folkloristico, eccessivo, ma dove ogni tanto spunta qualcuno che da quel caos tira fuori un’invenzione capace di rivoluzionare il mondo. Come fece Giulio Natta nel 1953, curiosamente a Ferrara - a un tiro di schioppo da Minerbio - quando inventò la plastica. Astorri e Cicognani non sono nemmeno biochimici. Uno ha studiato grafica, l’altro marketing. Insieme avevano un’azienda di microchip. Andava bene. Poi, nel 2007, hanno venduto tutto e si sono buttati sui biomateriali. Il perché lo racconta lo stesso Astorri: «È successo per caso. Eravamo in montagna e parlavamo dei chip degli skipass. Qualcuno ci ha fatto notare che quei pezzi di plastica, finita la giornata, venivano buttati nella neve. Poi, d’estate, se ne trovavano a centinaia nei prati». Astorri e Cicognani prendono sul serio il problema. S’interessano, studiano, si mettono a girare il mondo contattando ricercatori, laboratori e acquistando brevetti. «Siamo partiti dalla fine: che materiale vogliamo? continua Astorri - Siamo giunti alla conclusione che doveva avere alcune caratteristiche: doveva essere completamente biodegradabile, doveva costare poco, doveva essere biocompatibile e soprattutto doveva essere prodotto dagli scarti, non come le altre bioplastiche dove servono 4 tonnellate di cereali buoni da mangiare per ottenerne una di plastica». L’uovo di colombo, la BioOn, l’ha trovato in un polimero che viene naturalmente prodotto da diversi tipi di batteri. Questi batteri si nutrono degli scarti della lavorazione della barbabietola da zucchero e producono al loro interno una sostanza plastica che a loro serve come riserva di energia. Come il grasso per gli uomini. La Bio-On rompe la membrana cellulare del batterio (che viene ridata da mangiare agli altri batteri), estrae la sostanza, la essicca, la lava e la riduce in polvere pronta a essere usata per costruire qualunque oggetto: bottiglie, sacchetti, fibre, dispositivi medicali, componenti elettroniche. Questa sostanza è naturale e viene digerita tranquillamente dai batteri presenti nell’acqua. Basta che l’oggetto rimanga per 40 giorni in un fiume o nel mare per scomparire completamente. Bio-On ha appena ottenuto il certificato di biodegradabilità al 100% in acqua dalla belga Vincotte. Solo altre due aziende ce l’hanno ma producono plastica di qualità più bassa non riuscendo a coprire l’intero mondo delle plastiche che va dalle pellicole al Pvc. È il sogno della moderna industria petrolchimica. «Abbiamo ricevuto molte richieste da parte di grandi gruppi industriali e fondi di investimento che volevano acquistarci - ammette Astorri - ma noi abbiamo sempre rifiutato. Per noi il mondo della finanza è marcio. Abbiamo deciso di lavorare in questo settore per diffondere il più possibile questa plastica, non perché pochi gruppi possano sfruttarla». Per questo Bio-On venderà licenze e impianti chiavi in mano. Un primo accordo è stato raggiuntocon la Coprob, grande produttore di zucchero italiano, che sta costruendo il primo impianto perla produzione di 10.000 tonnellate di Minerv nel Bolognese. L’impianto è stato disegnato da un architetto, Enrico Iascone, con la forma che ricorda un batterio. Si comincerà a produrre nel 2013. «Ma ci sono altre partnership in vista - annuncia Astorri - Siamo stati contattati da 400 aziende. A fine mese ufficializzeremo l’accordo stipulato con un grandissimo gruppo industriale». L’idea è quella di costruire entro il 2017 altri sette impianti in Europa. Fin’ora i due imprenditori hanno investito 450.000 euro di tasca propria, ma intendono arrivare a 2,3 milioni acquistando nuove licenze valide per Europa, Sudamerica, Usa e Medioriente. «Le potenzialità sono enormi - dice Astorri - Forse stiamo trattando qualcosa che è più grande di noi, ma è emozionante e ci crediamo». Oggi un sacchetto di plastica si biodegrata in 500 anni e più, così come le fibre sintetiche, una bottiglia di plastica ci mette quasi un secolo, un pannolino 200, le carte telefoniche addirittura 1000 anni. L’era del rifiuto perenne, forse, è finalmente al tramonto. O almeno la Bio-On ci spera. raphael.zanotti@lastampa.it Melassa e sugo di scarto della produzione di zucchero arrivano all’impianto Vengono inoculati nella melassa ceppi di batteri selezionati I batteri cominciano a nutrirsi della melassa in un piccolo fermentatore di pochi litri Tutto viene travasato in fermentatori più grandi da 1600 litri per un ciclo di 40 ore