Antonio Polito, Corriere della Sera 9/10/2011, 9 ottobre 2011
Mentre il destino del governo Berlusconi sembra ormai segnato, e non è più questione di se ma di quando lascerà il passo a una nuova fase politica, del tutto misterioso è il destino che ci preparano i suoi avversari, quelli cioè che dovrebbero succedergli
Mentre il destino del governo Berlusconi sembra ormai segnato, e non è più questione di se ma di quando lascerà il passo a una nuova fase politica, del tutto misterioso è il destino che ci preparano i suoi avversari, quelli cioè che dovrebbero succedergli. È l’altra faccia dell’anomalia italiana, e contribuisce anch’essa a quel clima di incertezza che affligge la credibilità del nostro Paese e del nostro debito. Se pure domattina il premier annunciasse dalla dacia di Putin che non si ricandiderà alle elezioni, non è affatto scontato che — come ha lasciato intendere Tremonti — la svolta garantirebbe di per sé quegli scenari di prevedibilità e stabilità che piacciono ai mercati e che hanno premiato la Spagna dopo il passo indietro di Zapatero. Lì infatti si sa che cosa viene dopo: un governo di centrodestra, fondato sul Partito Popolare, di cui sono da tempo noti il programma e il candidato premier. Qui da noi, chissà. Basti pensare che, perfino mentre chiedono a gran voce e all’unisono le dimissioni di Berlusconi, i suoi oppositori non sono d’accordo tra di loro neanche su che cosa succede un attimo dopo, se le elezioni anticipate o un nuovo governo. Per non parlare di che cosa fare una volta andati al governo. Nella gran confusione politica del momento, c’è un’unica cosa certa: la foto di Vasto con Bersani, Vendola e Di Pietro, i tre leader che andranno in ogni caso insieme alle urne e che, al momento, i sondaggi danno vincitori. Ma che cosa sappiamo di questo embrione di governo? La risposta, ahinoi, è che sono divisi quasi su tutto. Si cita spesso l’Unione di Prodi come esempio irripetibile di armata Brancaleone: ma bisogna dire che quell’alleanza, un anno prima delle elezioni, dava più garanzie di quanto non ne offra oggi la Be-Ve-Di. Per cominciare, aveva un premier in pectore, tra l’altro già testato al governo dell’Italia e dell’Europa. Quella di oggi, invece, non solo è ancora senza un leader, ma è lontana anche da un accordo su come sceglierlo. Fino a qualche giorno fa, si poteva almeno ipotizzare che avrebbero deciso le primarie tra Bersani e Vendola (parteciperà pure Di Pietro, ma solo per dovere di firma). Oggi neanche questo è più così sicuro perché nel Pd i veltroniani hanno cominciato a mettere in discussione la candidatura di Bersani, e propongono pre-primarie di partito prima delle primarie di coalizione (un’orgia di primarie: visto come è andata quella per il presidente dell’Anci, auguri). Si sospetta anzi che l’insistenza di Veltroni perché non si voti l’anno prossimo, oltre che con i destini del Paese abbia a che fare con la necessità di avere il tempo necessario per cambiare cavallo; anzi automobile, visto che l’alternativa sarebbe un noto rottamatore di nome Renzi. Si potrebbe obiettare: la leadership non è tutto, basta con i partiti di plastica, e del resto neanche il Pdl sa ancora chi sostituirà Berlusconi. Giusto: guardiamo allora i contenuti. Cominciamo dalla politica estera, quella cosa cioè su cui è obbligatorio avere un programma comune perfino in Italia. Il problema è che basterebbe un dittatorello africano come Gheddafi per spaccare un governo di sinistra: il partito di Di Pietro ha infatti votato in parlamento contro l’intervento militare, che il Pd ha invece sostenuto sulla scia di Giorgio Napolitano, mentre Vendola l’ha contestato dall’esterno. Entrambi, sia Vendola che Di Pietro, ritirerebbero domani i soldati dall’Afghanistan, mentre il Pd difende le missioni all’estero anche in ragione del fatto che qualcuna, come quella in Libano, l’ha decisa il suo governo ai tempi di D’Alema. Sulla politica economica, le cose non vanno meglio. Anzi. La crisi del debito pubblico ha messo sotto i riflettori il sorprendente grado di divisione nel governo di centrodestra, oscurando un po’ quello esistente nell’opposizione. Ma non per molto. Il conflitto su che cosa fare quando si entrerà nella stanza dei bottoni, sempre latente tra i riformisti bersaniani e i radicali vendoliani, è infatti esploso perfino all’interno dello stesso Pd: nell’ultima direzione il responsabile dell’economia Fassina ha attaccato la lettera della Bce come un diktat sbagliato e da non seguire, mentre Enrico Letta l’ha elevata a programma di governo. Come dire: viva Draghi e abbasso Draghi. Una parte del Pd spera che una svolta socialista in Francia e Germania attenui la politica di austerità e ci consenta una specie di keynesismo all’amatriciana, con quali soldi non si sa. Al punto che perfino il manifesto di Confindustria, il massimo aiuto nella guerra a Berlusconi che il Pd potesse avere dagli industriali, ha provocato contrasti interni: mentre Bersani ne lodava l’effetto politico, Rosy Bindi si lasciava trascinare dal suo infallibile istinto anticapitalista. Immaginate alle prese con un caso Marchionne una coalizione che va da Fassino e Chiamparino a Vendola e Landini e avrete compreso la portata del problema. Bertinotti, che se ne intende, dice che con questi chiari di luna è meglio che la sinistra al governo non ci vada. Ci sarebbe da aggiungere la questione cattolica. Non tanto per osservare che se i cattolici si rimettono insieme in politica, non c’è alcuna speranza che ne restino molti nel Pd: questi sono affari del Pd. Ma piuttosto per conoscere la sorte di alcune grandi leggi che già ai tempi di Prodi terremotarono la coalizione. Un governo Be-Ve-Di riproporrà le coppie di fatto, o passerà direttamente al matrimonio gay stile Concia? E se la legislatura si concludesse senza una legge sul fine vita, che proporrà il programma comune? C’è però una cosa su cui l’intera alleanza di sinistra è unita: la cancellazione del sistema elettorale attuale, noto come Porcellum. Misura popolare, vista la facilità con cui sono state raccolte le firme al referendum che promette di abrogarlo. Ma se si trattasse di fare una legge con cui sostituirlo, sarebbe una vera e propria babele. Il contrasto è così profondo che Bersani ha prima dovuto proporre un esoterico modello austro-ungarico per non pronunciarsi tra proporzionale e maggioritario, e poi è stato costretto a sostenere il referendum senza firmarlo, che è un po’ come fumare gli spinelli senza inalare. Tutta questa divisione non è frutto del caso, ma del modo in cui è stata condotta l’opposizione in questi anni. Come nella legislatura 2001-2006, si è pensato solo a colpire Berlusconi, anche sotto la cintura, per incassare consenso; non allenandosi al governo ma educando l’elettorato all’idea che, rimosso lui, i problemi dell’Italia si sarebbero facilmente risolti. Invece Berlusconi, con involontaria ma luciferina astuzia, i problemi li ha aggravati. Mettendo i suoi avversari nel cul di sacco di sempre: poter vincere senza poter governare.