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 2011  ottobre 09 Domenica calendario

ROMA — C’è

il consueto jolly fuori dal mazzo che stavolta è il cantante Cesare Cremonini, c’è Micaela Ramazzotti che sarà anche protagonista della fiction con cui il regista torna in tv dopo 30 anni. E c’è il gioco dei ricordi, il pozzo infinito del suo cinema. L’ufficio di Pupi Avati è un andirivieni di giovani talenti e di gente in cerca di lavoro, dice il segretario, uomo corpulento con le bretelle, che annuncia: «Il maestro sta finendo un’udienza e viene da lei».

Ed ecco Pupi e suo fratello Antonio, l’artista e l’uomo dei conti, inseparabili. Con Il cuore grande delle ragazze, il primo novembre per la prima volta sarà in concorso al Festival del cinema di Roma. «Non mi ero proposto e non ero stato mai rifiutato. Ha una qualità sua propria, è un festival che si rivolge a una platea un po’ meno cinefila e la collocazione temporale è giusta, il protrarsi dell’estate ha fatto sì che i film della Mostra di Venezia siano stati un disastro al botteghino». Lei e Venezia, c’eravamo tanto amati... «Nove volte su nove da lì sono uscito a testa alta, al contrario del dileggio riservato ad alcuni colleghi. E poi sono stato membro di giuria, ho anche fatto un film sul Festival di Venezia. Poi quella vicenda dolorosa, che trovo sempre più dolorosa». Una sconfinata giovinezza nel 2010 fu escluso dalla griglia... «Non ha avuto successo di pubblico, ma ha suscitato un interesse straordinario nei riguardi del mondo dell’Alzheimer, che coinvolge 800 mila famiglie italiane. Mi invitano e parlo più dell’Alzheimer che del mio cinema, nei corsi di specializzazione per i volontari mostrano il mio film. Il rammarico di non avere avuto una vetrina come Venezia nel tempo aumenta».

Veniamo al nuovo film: di chi è il cuore grande del titolo? «È sinonimo dello spirito di sopportazione delle donne all’epoca dei miei nonni; nei confronti dei mariti ebbero la capacità di sopportare una serie continua di adulteri che oggi non sarebbe immaginabile. Gli uomini erano dei dongiovanni impenitenti, la colonna sonora della mia infanzia è segnata da litigi continui ogni volta che mia nonna scopriva storie nuove di mio nonno. E lui alzava le spalle, lo riteneva un suo diritto. Si ride molto, con risate anche facili, dovremmo allargare il nostro target che è diventato un po’ anziano. Il distributore francese dice che ricorda lo Scola migliore. Le situazioni più paradossali rispecchiano la realtà, ricostruiscono meglio e di più gli eventi. Il fatto che un uomo, la prima notte di nozze, vada a letto con la cameriera dell’hotel... È un po’ la storia dei miei nonni materni, un piccolo affresco di quella cultura contadina, è il matrimonio di quel mondo lì, da cui provengo, sono cresciuto in campagna per motivi bellici. È una storia semplice». Un ragazzo di umili origini, Cremonini (la colonna sonora non è sua ma di Lucio Dalla) piace a tutte le ragazze del paese e in cambio di una Moto Guzzi fa la corte a due figlie brutte del padrone del podere dove lavora. La terza figlia che torna da Roma è Micaela Ramazzotti. I due si innamorano. Amore contestato, le due famiglie si combattono. Impianto classico, da Shakespeare in giù. È ambientato negli anni ’30, il fascismo sullo sfondo. Un film in costume a costi contenuti. Antonio Avati, come si fa? «I personaggi non sono tanti, scene di massa non ci sono e abbiamo scoperto nei marchigiani l’Emilia che ci ospitava 30 anni fa. A Fermo il cinema è una novità, sono stati di una generosità assoluta, ospitalità, location, catering, tutto gratis. Il film è costato 2 milioni e mezzo, il nostro standard è di 1 milione in più».

Pupi Avati e il cinema della memoria: «Ho la sensazione di aver vissuto con troppa precipitosità infanzia e adolescenza, e il cinema come la letteratura ti dà l’opportunità di riprenderla, dunque di riviverla». Antonio: «Mio fratello lentamente, a mia insaputa, sta vampirizzando e facendo suoi anche i miei ricordi». Pupi: «Li rielaboro, sono taroccati».

Lei ha detto di sentirsi un fallito perché non ha fatto il capolavoro. «Ho avuto la sensazione, riguardo alle potenzialità avute dal buon Dio, di non aver realizzato il film della mia vita. Ma sarebbe caduta la voglia, il desiderio di cercarlo nel momento in cui l’avessi trovato. Mi trovo a interloquire con una infinità di persone che si auto-elogiano creando in me una sorta di disagio. L’insoddisfazione produce energie positive. Spero di non farlo mai, il mio capolavoro».

Lei sta girando Un matrimonio, 6 puntate per Raiuno. Ora non dica che non c’è differenza tra cinema e fiction. «Giro una fiction senza avere parametri, senza occuparmi di poliziotti o medici. È un progetto alternativo, con Micaela Ramazzotti, Flavio Parenti e una serie di guest star a ogni puntata. La storia di un matrimonio in una famiglia bolognese dal 1948 al 2005, più normale di così non può essere». Avete pescato dai ricordi? «Bè, il fidanzamento è come si sono conosciuti i miei genitori, ma se riguardi la nostra filmografia, già in Storia di ragazzi e di ragazze...L’importante è restare freschi. A 72 anni non sei solo vecchio. Io dentro ho tutte le età. Mi sono solo arricchito». Antonio sorride: «Faremo una ricerca araldica sui bisnonni».

Valerio Cappelli