Federico Fubini, Corriere della Sera 9/10/2011, 9 ottobre 2011
È l’ingresso dei Paesi emergenti nel teatro della crisi europea, la sanzione che i leader dell’euro non sono in grado di sedarla da soli e andranno (in parte, almeno per ora) commissariati
È l’ingresso dei Paesi emergenti nel teatro della crisi europea, la sanzione che i leader dell’euro non sono in grado di sedarla da soli e andranno (in parte, almeno per ora) commissariati. Le conseguenze politiche si vedranno dopo, per il momento ciò che conta è il profilo finanziario: i governi più influenti nel G20 e al tavolo del Fondo monetario internazionale non intendono permettere che l’Europa, nel farsi male da sola, danneggi anche loro. Per questo si preparano ad sostenere i Paesi dell’euro, in primo luogo Italia e Spagna, attraverso l’Fmi. Della proposta dà conto, non smentito, il «Wall Street Journal». Secondo il quotidiano finanziario americano, i tecnici del Fondo stanno lavorando a nuovi strumenti più agili per aiutare a sostenere i Paesi più in difficoltà. Si tratterebbe di un finanziamento con prestiti di breve termine, non più di pochi mesi, per somme pari a tre volte il contributo al Fondo di ciascun Paese che viene aiutato. Il «Wall Street Journal», senz’altro non casualmente, riferisce che nel caso dell’Italia e della Spagna si tratterebbe di 50 miliardi di dollari. Dall’anno prossimo poi, quando scatterà il raddoppio delle quote del Fondo, la somma disponibile per sostenere il bilancio dei governi di Roma e di Madrid salirebbe a 100 miliardi di dollari. Il nuovo strumento allo studio non assomiglia ai pacchetti già stabiliti per Grecia, Irlanda e Portogallo: in quel caso di tratta di programmi pluriennali condizionati a un insieme di interventi sul bilancio e sull’intera economia. La linea di credito a cui ora si riflette a Washington dovrebbe invece coprire problemi di liquidità più immediati: Paesi come Italia e Spagna, qualora non riuscissero a finanziarsi sul mercato a tassi d’interesse accettabili, potrebbero farvi ricorso per alcuni mesi. Non che i fondi eventualmente messi a disposizione siano lontanamente sufficienti da soli. L’Italia ha un calendario di emissioni da circa cento miliardi di euro fino a fine anno e di altri 440 miliardi nel 2012, se si tiene conto nel rinnovo dei titoli in scadenza e delle nuove emissioni. Ma con gli interventi della Bce, che ha già acquistato Btp del Tesoro per circa 60 miliardi, e eventualmente quelli del fondo salvataggi europeo quando partirà, anche l’Fmi può dare un contributo determinante. Della nuova linea di credito del Fondo dovrebbero discutere al G20 di Cannes in novembre i leader delle prime venti economie del pianeta. La decisione politica spetta a loro. Il lavoro preparatorio e con ogni probabilità l’ideazione sono invece di David Lipton, nuovo numero due dell’Fmi e già consigliere della Casa Bianca di Barack Obama per l’economia internazionale. È del resto evidente l’esasperazione degli americani per l’incapacità dei leader europei di fronte al contagio. Ma la novità di maggior rilievo sarebbe il coinvolgimento dei Paesi emergenti: dopo aver pagato tramite il Fondo la loro parte per Grecia, Irlanda e Portogallo, ora discutono di farlo anche per la Spagna e l’Italia. Solo nel giugno scorso la Cina, l’India, il Brasile, l’Arabia Saudita, il Messico o il Sudafrica avevano dovuto subire l’ultima porta in faccia: quando si è trattato di nominare un nuovo direttore del Fondo, gli europei hanno imposto subito la francese Christine Lagarde. In precedenza l’Europa aveva bloccato un aumento sostanziale delle quote e dei voti delle nuove potenze del consiglio dell’Fmi, benché il peso degli stessi europei sia chiaramente eccessivo rispetto al loro peso nell’economia globale. Ora un salvataggio di Italia e Spagna tramite il Fondo (ma in parte con i soldi della Cina o del Brasile) può creare un nuovo precedente. Dopo, ai Paesi creditori non resterà che presentare il conto. Ma stavolta sarà politico, non solo finanziario. Federico Fubini