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 2011  ottobre 09 Domenica calendario

Uno dei protagonisti del film è già morto. Gli altri hanno le ore, i giorni, i mesi contati. Non guardano già più

Uno dei protagonisti del film è già morto. Gli altri hanno le ore, i giorni, i mesi contati. Non guardano già più. Qualcuno si rammarica. Non per la fine che farà ma per quello che ha già fatto e che l’ha portato lì, ad aggrapparsi a un vetro spesso, nel braccio della morte. Werner Herzog tira un pugno nello stomaco e questo voleva fare con Into the Abyss sottotitolo, A tale of death, a tale of life (Nell’abisso, storia di morte, storia di vita) che il regista, produttore, scrittore, attore, star internazionale, ha finito di montare a pochi giorni dal Festival di Toronto e che ha fatto vedere a brani durante la sua conferenza al MipCom, il più grande mercato degli audiovisivi appena concluso a Cannes. «Cinque detenuti in attesa di esecuzione, la loro storia attraverso un dettaglio, un quarto d’ora di tempo per girare, per entrare in contatto con loro. Prima una trafila di negoziazioni, con gli avvocati, con le guardie carcerarie. La scelta delle persone. Non volevamo che il film fosse un mezzo per provare colpevolezze o innocenze, non volevamo appoggiare o condannare l’istituto della pena capitale. Abbiamo scartato chi si definiva innocente. Volevamo il dramma del colpevole. E della famiglia di alcune vittime cui il film è dedicato. Ci siamo mossi tra Texas e Florida nelle prigioni di massima sicurezza. Volevamo filmare il come muori non il perché. Volevamo esplorare gli abissi del dolore dando un senso a quello che vedevamo. Andare oltre il casting dei casi. E’ stata una fatica psicologica immensa che ha persino generato un senso di enorme fascinazione. Pensate di parlare con una persona che deve morire, per pochi minuti, con una telecamera in mano sempre puntata sul volto, sulle mani. L’impatto è devastante. Il mio coproduttore ha ricominciato a fumare durante il montaggio, completamente preso dall’atmosfera. Il film più intenso che abbia mai girato». Michael Perry, condannato a morte per triplice omicidio è già stato giustiziato. Ha la faccia da bambino e dice di essere cambiato. Ha studiato, si è convertito. Sorride alla morte, dice che tanto è tutto inutile. Hank Skinner ha assassinato la sua ragazza e i figli psichicamente ritardati, sembra un ragioniere quando racconta le modalità dell’omicidio, voce incolore. Gira intorno a questi condannati a morte un mondo da inferno dantesco: «Ogni detenuto ha le sue groupies, Melissa è una di loro e ha sposato il suo idolo, in stanze separate. Le abbiamo chiesto di descrivere le mani di lui quando si incontrano e lei ha risposto, “le mettiamo contro il vetro in maniera alternata così che sembrino intrecciate”. Ora lei è incinta di lui senza che si siano mai toccati. Le guardie carcerarie fanno contrabbando di tutto, droga per alleviare l’angoscia degli ultimi minuti e anche di liquido seminale per chi vuole lasciare una parte di sé». E c’è il cappellano che vede morti viventi tutti i giorni. Andando verso la prigione in un giorno di esecuzioni fece un mezzo incidente per evitare di mettere sotto uno scoiattolo, «Un altro morto no e non per mano mia. Io che ogni giorno ho a che fare con dei condannati che non posso aiutare». All’inizio del film si vede una donna che è parente di una vittima, racconta che dopo l’omicidio del figlio si è sentita anche lei in carcere; non usciva più, non si vestiva, non si lavava. Catatonica. Poi la vita ha preso il sopravvento e lei se ne sente colpevole. «Anche loro precipitano nello stesso abisso. Per una questione di correttezza, non abbiamo mai rivelato ai familiari delle vittime quello che ci hanno detto gli assassini nel nostro colloquio. Storie di vita e storie di morte». Un progetto complesso che ha anche una sua emanazione televisiva con la serie che si chiama Death Row , serie corta con casi completamente differenti nel quale, a differenza del film, compaiono anche le donne. «La percentuale è di dieci su quattrocento. Ne abbiamo messe due perché nello Utah mentre gli uomini possono scegliere come morire, le donne no. A loro viene praticata solo l’iniezione letale». Il film prima ancora di uscire in sala ha creato discussione in America, sia per la durezza sia perché si è pensato che in qualche modo si giustificassero i criminali. Assolutamente no ma distinguiamo: ad essere mostruosi sono i crimini, non gli uomini. Parlando con pietà dell’aspetto umano non abbiamo fatto alcun torto. Bisogna anche pensare che si tratta di un mondo pazzesco: un secondino non ha smesso di piangere per giorni e giorni, poi, accompagnando l’ennesimo condannato alla camera della morte, si è girato e si è licenziato. E ha smesso di piangere». La serie tv nei giorni del Mip Com è stata acquistata da Channel 4, il film, prodotto anche dalla Werner Herzog Film, uscirà in novembre negli Usa e in Inghilterra il prossimo anno. La tedesca ZDF Enterprises ha acquistato i diritti per il cinema e per la tv in tutto il mondo tranne che negli Usa e Inghilterra.