Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
C’è questa questione, del viceministro al Lavoro Michel Martone che se ne esce a un tratto con un insulto – “sfigati” – diretto a quelli che si laureano dopo i 28 anni.
• Che ne dice?
Martone è il più giovane membro del governo e viene di solito definito con l’espressione “enfant prodige”. Beh, stavolta è stato poco prodigioso. La Fornero – il ministro a cui fa da vice – ha subito dovuto smentire di averlo cazziato, mentre i politici, quasi senza eccezioni, gli hanno rovesciato addosso una quantità impressionante di improperi. È uscito anche fuori che questo prodigioso Martone, molto attivo tra l’altro in tv (ha anche il look adatto) è poi un privilegiato mica da ridere. Il padre Antonio è un pezzo grosso, che ha fatto il presidente dell’Authority sugli scioperi, ha
frequentato lo studio Previti, stava a tavola con Verdini in un pranzetto
organizzato dalla cosiddetta P3 (alla cui esistenza peraltro crediamo poco), e
insomma è uno del giro giusto. Col che ci guardiamo bene dal sostenere che il
papà abbia messo una buona parola per far fare carriera al figlio, laureato a
23 anni, professore a 29, viceministro a 37, membro della Fondazione Bettino
Craxi, membro della Fondazione Italia Futura (Montezemolo), ma anche attento a
mostrare un’aria intelletual-ultimo grido, Jimi Hendrix e Pasolini, Pink Floyd e Calvino, eccetera eccetera.
• Le è antipatico.
Credevo che con Monti fosse finita l’epoca delle
battute a effetto, dette per finire sui giornali. Monti sembra una persona
seria e i suoi ministri, fino ad ora, pure. Spero che la Fornero, questo qui,
l’abbia cazziato di brutto.
• Il problema però esiste.
Impostato sotto il titolo dei ventottenni sfigati esiste per modo di dire. L’età media dei laureati è di 25,1 anni, siamo molto lontani da questo 28 preso da Martone come esemplare. I 25,1 anni in questione, tra l’altro, non si riferiscono alla laurea triennali, ma a quella quinquennale e sono tanto più significativi perché la nostra secondaria (il liceo) dura un
anno più che all’estero, quindi il solito, inutile paragone con Francia o
Germania, dove si laureano prima, è abbastanza insensato. Perciò la storia dei 28 anni, buttata lì a quel modo, dice poco o niente e infatti Martone, alla fine di una giornata che deve essere stata campale, ha dovuto mezzo ritrattate e mezzo spiegare (altro rito, quello del ripensamento, che, sedotti dal magnifico rigore con cui parla il premier, credevamo finito per sempre): «Tutti quelli che hanno due lavori e vengono da famiglie con situazioni difficili e riescono a laurearsi sono bravi, eroi. Ma io parlavo di altri: 10 anni per una
laurea se si vive coi genitori e non si lavora sono troppi. Ho sbagliato le
parole ma ho toccato un tasto dolente: in Italia ci sono 2 milioni di ragazzi
che non lavorano o studiano mentre bisogna fare presto se si vuole avere un
futuro». Vabbè.
• Su questo ha ragione?
Allora: il ministro Berlinguer riformò a un certo
punto l’università, dividendo il percorso verso la laurea in due tappe: un primo titolo dopo tre anni e un secondo titolo, diciamo la laurea vera e propria, dopo altri due. Questa idea, combinata con una riforma dei piani di studio divenuti molto flessibili - tanto flessibili da poter risultare troppe volte inconsistenti - ha ottenuto l’effetto di aumentare enormemente il numero dei laureati, passati dai 161 mila del 2000 ai 208 mila di dieci anni dopo. Di che
lauree si tratta però? Lauree che valgono poco. Sul mercato del lavoro, i
laureati di una volta spuntavano stipendi superiori a quelli di un diplomato anche del 25%. Adesso, secondo i dati della Fondazione Agnelli, un laureato prende appena il 7 per cento in più. Quindi comincia a girare l’idea che fare
l’università non è poi troppo conveniente: nel 2005 il 56% di quelli che si diplomavano si iscriveva a qualche facoltà, adesso solo 47%.
• Bisogna ridare peso alla laurea.
Già, e solo all’interno di questo discorso si può
prendere in considerazione il problema dei fuori corso (610.873 su 1.799.542
iscritti, cioè il 33,9%). In questo modo: come può esistere un sistema
universitario che ti permette di laurearti a 30 o a 35 anni? Nel consiglio dei ministri dell’altro giorno, è stato discusso anche il problema del valore legale del titolo di studio, che molti vorrebbero abolire. La questione è nata a margine della decisione (ancora da prendere) di non far valere più la laurea specifica nei concorsi pubblici, secondo la filosofia del «preparatevi e,
qualunque laurea avete, venite a gareggiare». L’università infatti fornisce sempre di meno, o forse non fornisce più, la preparazione tecnica di alto livello che si richiede a un corso superiore di studi. Stiamo messi male in tutte le classifiche internazionali. I test Ocse hanno portato alla ribalta gente con tanto di pezzo di carta da appendere in salotto che non capivano quello che leggevano quando non erano tornati mezzi analfabeti del tutto. Questo, purtroppo, anche prima dei 28 anni.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 26 gennaio 2012]
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