Denise Pardo, l’Espresso 26/01/2012, 26 gennaio 2012
MARIA ANGIOLILLO VALE UN TESORO
Un diamante rosa di 34 carati, creatura di Van Cleef & Arpels, neanche al Topkaki ce n’è uno così. Ma anche uno zaffiruccio di 44,65 carati, firmato Harry Winston. Uno simile lo indossava la maharani di Baroda. A possedere queste due gemme obese, segnalate così a casaccio perché la collezione abbonda di altri ben di Dio, era un’italiana ovvero Maria Angiolillo, intraprendente signora molto fattiva (in faccende poco domestiche, meglio la raccolta di sassi milionari) dell’establishment nazionale di cui fu confessionale e sacerdotessa nel famoso Villino Giulia di Trinità dei Monti a Roma, petit palais all’altezza perfino di Madame de Montespan (almeno agli esordi della carriera). Peccato che il tesoro che adornava la signora - corte suprema dell’inciucio e dei patti segreti (le sfuggì solo quello della crostata impastata da Maddalena Letta, fosse stata lei, come minimo, un soufflé!), tutti i governi e i migliori affari a cena - sia sparito.
Oltre 100 milioni di euro, se non molti di più visto che nel 2010 da Sotheby’s un pink diamond fu battuto per 33 milioni: era di miseri 24 carati e nemmeno di Van Cleef. Quattro milioni e più di franchi del 1973, come recita la stima (vedi box) della Union des assurances de Paris (l’assicurazione stipulata da Renato Angiolillo per i gioielli e le pellicce, tre appena, "della sua Pregiatissima Consorte in viaggio per gli Usa"), in rubini, smeraldi, perle, brillanti, semplicemente volatilizzati. Così a quasi tre anni dalla scomparsa, il nome di madame, cui l’amato Francesco Bellavista Caltagirone ha affettuosamente dedicato il porto turistico di Fiumicino, omaggiata in Parlamento con un minuto di silenzio neanche fosse stata Madre Teresa (opera di Gianni Letta, un fratellino per lei, subentrato sia a Filippo Ungaro come esecutore testamentario del marito Renato sia allo stesso Renato alla direzione del quotidiano), è ora al centro, che crollo che bassezza, di un’inchiesta giudiziaria, forse due, e del mistero dei gioielli da corona.
Dove è finita la preziosissima collezione del senatore Angiolillo fondatore e direttore del "Tempo" che investiva i suoi soldi correndo alle aste di Ginevra e di Montecarlo per aggiudicarsi rubini sangue di piccione, zaffiri manto di Madonna per poi giocherellarci ficcati nelle tasche degli smoking e dei frac? Che fine ha fatto la cassetta del suo tesoro destinata ai suoi tre figli e non a lei (e neppure all’erede di lei, il figlio Marco Bianchi Milella) che pure li ha esibiti e portati per tutta la sua lunga avventurosa vita, non badando affatto alle innumerevoli lettere che ne chiedevano la restituzione? Chi conosceva il luogo dove erano custoditi?
Buio assoluto. Finché Renato Jr, nipote del senatore, insieme allo zio Amedeo, unico figlio superstite che vive a Manhattan, prima moglie una principessa, seconda una top model, decide di passare al contrattacco, dopo aver trovato casualmente - sarà successo a mezzanotte in una sera di luna piena sotto gli ululati dei lupi visto il tenore della storia - un elenco di gioielli con tanto di certificato assicurativo. È la prova di quello che da anni i tre figli, non proprio dei fulmini di guerra a quanto pare, vanno reclamando alla vedova del padre, chiedendo anche l’aiuto di Letta, ricavando solo vaghe promesse, speranzosi che alla scomparsa della matrigna, alla quale per testamento era spettato solo il villino e i suoi arredi (venduti per cinque milioni e mezzo di euro da Christie’s), i preziosi sarebbero tornati in loro possesso.
Ma nel 2009, quando Maria Girani vedova Angiolillo passa a miglior vita, dei gioielli nessuna traccia. Anche suo figlio Bianchi Milella, sessantenne un filo gagà che sa annodare come nessuno il farfallino dello smoking, per anni nel consiglio d’amministrazione dell’Acqua marcia di Caltagirone amico di mammà, presidente di Pitagora, società di finanziamenti che opera nel mercato del credito al consumo, afferma di essere all’oscuro di tutto. Un tempo residente a Prè St. Didier (Courmayeur), ora molto presente nel paradiso (fiscale) di Montecarlo, fa ribadire a uno studio tributario di Como la sua estraneità alla faccenda. A quel punto Luigi Iosa, avvocato penalista pugliese, ex ufficiale dei Lancieri di Montebello, noto per aver avviato il processo per delitto di usura bancaria nei confronti di Gianpiero Fiorani, capisce che non si può perdere tempo - pietre del genere, immediatamente riconoscibili, si tagliano per essere vendute - e presenta una denuncia per appropriazione indebita contro ignoti. L’inchiesta è nelle mani del pm di Campobasso Fabio Papa che prima la affida alla Guardia di finanza, poi ai carabinieri.
Maria Angiolillo non è sconosciuta ai finanzieri: in un’intercettazione di un’altra inchiesta, quella della Procura di Firenze sugli affari della casa farmaceutica Menarini, di cui lei si occupa con grande affetto e premura, sempre così pronta a un volontariato speciale, solo industriali, grand commis, ministri, giornalisti, militari però, racconta di conoscere bene il capo di Stato maggiore della Gdf, il generale Michele Adinolfi. Mentre Bianchi Milella finisce nel registro degli indagati, Iosa non è solo nella caccia al tesoro. Insieme a lui c’è la civilista Alba Torrese che spulciando nelle carte della successione, scopre possibili presupposti di nullità sulle nozze celebrate con il senatore.
Sull’onda di una storia d’Italia sempre sul crinale del danno e dell’inganno, del sacro e del profano, all’ombra della Repubblica che cresce, si assesta e spesso si perde, Renato e Maria si sposano nel 1960. Di lei si sa molto poco, solo che nasce a Torrazza Coste, in provincia di Pavia, che a un certo punto ha un figlio frutto di una relazione e che nel 1958 si è sposata con Franck Udo, un ricchissimo svizzero. Questo non le impedisce sulla soglia dei quarant’anni di unirsi con un matrimonio religioso ad Angiolillo, donnaiolo, giocatore di poker, cervello brillantissimo e ben introdotto negli ambienti Cia (sono gli americani a consegnargli i "Diari di Ciano", volàno per le vendite del "Tempo", punto di riferimento dei conservatori e dei nostalgici). Il direttore è un uomo molto potente, grande amico di Henry Ford, uno dei big della massoneria Usa. Tanto che a celebrare il cosiddetto matrimonio di coscienza nella cappella del Vicariato non solo c’è un pezzo da novanta come monsignor Marcello Magliocchetti. Ma al fianco degli sposi appaiono sia Maria Palma, zia del futuro ministro della Giustizia Nitto Palma oltre che futura suocera di Caltagirone, ma anche niente di meno che Fernando Tambroni, presidente del Consiglio dell’epoca, che alla vigilia degli scontri di Genova che lo portarono alle dimissioni, si prestava a fare il testimone di nozze in odore di bigamia. Il massimo, no?
Infatti Girani divorzia da Udo solo nel ’62, la sentenza di annullamento è del ’63, la trascrizione del matrimonio con il senatore alla Corte d’Appello di Milano un anno dopo. Una faccenda piuttosto arruffata che secondo il diritto canonico potrebbe inficiare la validità del matrimonio, per non parlare dell’eredità. Non solo: mentre la registrazione della trascrizione delle nozze c’è, la sentenza dello scioglimento del matrimonio svizzero, invece, pare volatilizzata, sia dal tribunale che dall’archivio. Come mai e perché fare questo a una tale santa donna? Mistero.
Mentre le indagini del pm Fabio Papa vanno avanti, l’avvocato Iosa non molla la presa e segue la pista, in fondo l’epilogo della storia ci sta. Quello che è stato il salotto della Prima e della Seconda Repubblica, non può che seguire il destino e il declino di quella classe politica che ha nutrito e da cui è stato nutrito. Nei tempi dello splendore, quando Gianni Letta prendeva la parola per brindare, come ricorda Antonio Galdo nel suo ultimo bel libro "Saranno potenti", diceva : "Questo non è un salotto, come tutti continuano a chiamarlo. È un punto d’arrivo per i migliori. Chi si ritrova qui è il numero uno in tutti i campi". Verissimo. Anche nel campo della sparizione di preziosissimi gioielli e non è mica cosa da poco.