Corriere della Sera 26/1/2012, 26 gennaio 2012
STEFANIA TAMBURELLO
La crisi impoverisce gli italiani. Ma come accade nelle fasi di difficoltà economica, fa aumentare il divario tra i più ricchi e i più poveri e penalizza i giovani. Lo dice l’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2010 condotta dalla Banca d’Italia aggiornando la situazione rispetto all’analisi fatta due anni fa. Il dato più sorprendente però non emerge dal confronto biennale, bensì dallo sguardo che gli economisti di Palazzo Koch volgono all’indietro di vent’anni, al 1991. Un periodo buio anche quello con l’Italia in grave crisi, arrivata - nel 1992 - quasi all’orlo della bancarotta. Ebbene nel 2010 il reddito medio familiare è risultato inferiore in termini reali, cioè depurato dall’effetto corrosivo dell’inflazione, del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991. Tali dati non tengono conto della diversa composizione del nucleo familiare, che cambia nel tempo. Ma in ogni caso fanno impressione. E fanno pensare su quanto il paese sia rimasto fermo.
Il reddito
Nel 2010 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è stato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Nel 1991, secondo l’indagine Bankitalia di allora, il reddito era di 37,2 milioni di lire. Tornando ad oggi, hanno potuto contare su un budget più consistente i nuclei col capofamiglia laureato, lavoratore indipendente o dirigente, di età compresa tra i 45 e i 64 anni, mentre hanno avuto meno disponibilità coloro che vivono al Sud e nelle Isole. A star peggio sono comunque le famiglie dei cittadini stranieri e degli immigrati i cui redditi sono risultati inferiori di circa il 45% a quelli degli italiani.
Tra il 2008 e il 2010 le entrate familiari sono rimaste sostanzialmente invariate dopo essersi contratte di circa il 3,4% nel biennio precedente. Se si prende in considerazione il reddito «equivalente», che tiene conto della dimensione e della composizione del nucleo familiare aumentata nel 2010, ogni individuo ha potuto contare su 18.914 mila euro un valore inferiore, in termini reali, dello 0,6% a quello osservato con l’indagine sul 2008.
Sempre facendo riferimento al reddito «equivalente», gli ultimi due anni sono stati più favorevoli ai lavoratori indipendenti o autonomi che hanno recuperato con un aumento del 3,1%, il calo subito nel biennio precedente. In ogni caso, in vent’anni hanno accresciuto il loro reddito «equivalente» in termini reali (senza gli effetti dell’inflazione) del 15,7%. I pensionati - che hanno perso terreno negli ultimi due anni (-0,8%)— lo hanno aumentato dell’11,5% mentre i lavoratori dipendenti - che stanno perdendo reddito da quattro anni- solo del 3,3%. Guardando alle aree territoriali dal 1991 al 2010 il Centro e il Nord hanno fatto registrare incrementi in termini reali, rispettivamente del 17,2% e del 10,1%; nel Sud e nelle Isole, invece, c’è stato invece un calo del 2,6%.
Se si prende in considerazione l’età, guardando ancora a vent’anni fa, si osserva che sono aumentate le entrate di chi ha tra i 55 e i 64 di circa il 30%, del 23% quelle di chi ha più di 64 anni mentre solo del 4,6% quelle di chi ha tra i 45 e i 54 anni. Guadagni stagnanti per i trentacinque-quarantacinquenni, mentre sono in diminuzione del 3% quelli dei più giovani tra i 19 e 34 anni.
Il lavoro
Solo negli ultimi due anni il reddito da lavoro dipendente ricevuto in media da ciascun percettore è risultato comunque pari a 16.559 euro pressoché immutato in termini reali rispetto al 2008 Quello da lavoro indipendente è risultato pari a 20.202 euro. Secondo l’indagine, i dipendenti in media lavorano per circa 37 ore settimanali, contro le circa 43 ore per settimana degli indipendenti. Il reddito individuale medio da lavoro (autonomo e dipendente) è inferiore per le donne (15.083 euro contro i 19.435 euro degli uomini) e nel Sud e nelle Isole (14.598 euro rispetto ai 18.996 del Centro e ai 18.673 del Nord).
Cresce il divario
Si rischia di perdersi tra le cifre, ma il significato è inequivocabile: aumenta il divario tra chi ha di più e chi meno. Il 20% delle famiglie ha un reddito netto annuale inferiore a 15.632 euro (circa 1.300 euro al mese), mentre metà di esse può disporre di oltre 27.000 euro. Il 10% a più alto reddito percepisce un importo superiore ai 58.549 euro. Il 10% di nuclei con i guadagni più bassi percepisce il 2,4% del totale dei redditi prodotti; il 10% delle famiglie con le entrate più alte ha una quota del reddito pari al 26,1%, un punto in meno di quello posseduto dalla metà delle famiglie meno abbienti. La quota di individui che vengono definiti «a basso reddito», i poveri insomma, è risultata nel 2010 pari al 14,4% un punto in più del 2008. Tale quota supera il 40% tra i cittadini stranieri.
Ma non basta. Guardando alla ricchezza, al netto dei debiti, e cioè a immobili, aziende, oggetti di valore, depositi azioni titoli e altro, la concentrazione è anche maggiore: il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45,9% dell’intera ricchezza netta del paese, contro il 44,3% registrato due anni fa. Nello stesso periodo la quota di ricchezza posseduta dal 50% delle famiglie meno abbienti risulta sostanzialmente stabile, con un valore che oscilla in prossimità del 10%. La quota di coloro che hanno più debiti che soldi è prossima al 3%. In ogni caso il valore mediano della ricchezza è di 163.875 euro, il 5% in più, in termini reali, del 2008 e il 56% in più del 1991, soprattutto grazie alla crescita del valore degli immobili che ne costituisce la parte più consistente
I debiti
Il 27,7% delle famiglie italiane ha debiti, per un ammontare medio di 43.792 euro. I rimborsi residui da pagare per coloro che hanno almeno un finanziamento corrisponde in media a poco più di un annualità di reddito: il valore sale a quasi due annualità considerando solo i mutui per l’acquisto di immobili. Le famiglie titolari di questi tipi di passività sono il 21,5% del totale; la rata complessiva mediana è di 4.250 euro all’anno, corrispondente a una incidenza mediana sul reddito familiare del 12,4%. Le famiglie vulnerabili, convenzionalmente individuate da una spesa annuale per il servizio del debito superiore al 30% del reddito, sono l’11,1% di quelle indebitate, un valore corrispondente al 2,4% del totale.
La crisi ha morso una quota consistente delle famiglie italiane. Nel 2010 il 29,8% delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese. Il 10,5% le reputava più che sufficienti mentre il restante 59,7% segnalava una situazione intermedia. Rispetto alle precedenti rilevazioni - segnala la ricerca della Banca d’Italia - «emerge una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà».
L’indagine infine si concentra sull’abitazione segnalando che il 68,4% delle famiglie vive in una casa di proprietà con una percentuale più alta nella fascia più anziana (il 79% quando il capofamiglia ha tra i 55 e i 64 anni) e in quelle in cui il capofamiglia è laureato (76,5%).
Stefania Tamburello
DARIO DI VICO
Grazie all’iniziativa scientifica di Ocse e Banca d’Italia il tema della disuguaglianza rientra nel dibattito di politica economica. Nel giro di soli due giorni sono state presentate, infatti, due indagini che arrivano alla stessa conclusione: la distanza tra i redditi più elevati e quelli in basso
è aumentata. Scegliendo un numero su tutti, vale
la pena ricordare che l’1% più ricco degli italiani
nel 1980 guadagnava il 7% del totale mentre nel 2008 la sua quota è passata al 10%. È chiaro che la differenza di reddito è la disuguaglianza politicamente più sensibile ed è di conseguenza anche quella sulla quale si appuntano le maggiori attenzioni (e polemiche). Un esempio: da parte sindacale molte volte si è sottolineata la dinamica sostenuta degli emolumenti di un personaggio chiave come Sergio Marchionne messa a confronto con la staticità dei salari degli operai Fiat. L’indice statistico di Gini che misura per l’appunto questo tipo di distanza ha conosciuto così una notorietà che prima non si era mai sognata. I sociologi obiettano che una vera mappa delle disuguaglianze non si può basare sul solo indice di Gini — che ne registra una — ma dovrebbe indagare tre o quattro tipologie di privazione e quindi mettere sotto osservazione almeno altri tre tipi di disuguaglianza, quella di genere (le donne), quella generazionale (i giovani) e quella etnica (gli immigrati).
Ma torniamo alle distanze di reddito. La posizione degli economisti neoclassici secondo la quale quel tipo di disuguaglianze, pur entro certi limiti, «fa bene» alla crescita oggi nel pendolo delle opinioni è diventata sicuramente minoritaria. La Grande Crisi da un lato e le stock option miliardarie incassate dai banchieri fatcats (gatti grassi) hanno contribuito a mettere sotto scacco le tesi liberiste e a rilanciare una sorta di keynesismo degli stipendi. Che suona pressappoco così: i lavoratori sarebbero portati a spendere ma non avendo soldi a sufficienza lo fanno sempre meno. Ergo la domanda di beni ristagna e, arrivati a un punto critico, la recessione finisce per bloccare lo stesso sistema capitalistico. Tutto ciò appare ancor più verosimile in Italia dove si registra una crescente divaricazione tra un gruppo ristretto di aziende che vanno bene grazie ai proventi dell’export e una massa di imprese che lavorano solo sul mercato interno e di conseguenza soffrono.
A motivare l’inclusione del tema «disuguaglianze» nell’agenda pubblica dell’anno di grazia 2012 c’è anche un altro tipo di considerazione che attinge ai dettami di quella che viene chiamata economia comportamentale. Semplificando al massimo l’individuo è portato più che a consultare le statistiche a cercare elementi di comparazione con il suo vicino. Se si accorge di guadagnare troppo poco in rapporto al proprio datore di lavoro il nostro signor Rossi tende a sviluppare sentimenti di depressione e di conseguenza a incubare elementi di conflittualità sociale. Se questo ragionamento lo svolgiamo non in astratto ma lo collochiamo in una fase X, come quella che stiamo vivendo in questi mesi e nella quale il governo vara politiche di austerità, le disuguaglianze di reddito rischiano di diventare particolarmente odiose e finiscono per produrre una sorta di invidia sociale al ribasso. E soprattutto una mancata corresponsabilizzazione sociale nelle politiche nazionali di risanamento. In parole povere se vengo a sapere che un banchiere continua a straguadagnare mi ribello nei confronti della riforma previdenziale, dell’aumento della pressione fiscale e persino delle liberalizzazioni. Sommando quindi gli argomenti dei keynesiani (domanda stagnante) e quelli dei comportamentalisti (il risentimento sociale) si arriva alla conclusione che la politica economica è interessata ad affrontare il tema delle disuguaglianze, pena l’insuccesso della sua azione.
Il ventaglio delle policy per produrre equità è larghissimo, va dalla contrattazione e dal welfare aziendale fino al rilancio dell’istruzione, strumento principe per evitare che le distanze si trasmettano all’infinito tra padre e figlio. Si tratta chiaramente di iniziative che producono risultati misurabili solo nel tempo ma già l’effetto-annuncio gioca un ruolo positivo nel combattere quel senso di vulnerabilità sociale così largamente diffuso. Non è detto poi che tutti, proprio tutti i risultati, abbiano l’effetto di diminuire la percezione della disuguaglianza. Poniamo ad esempio di trovarci di fronte alla creazione, per effetto di nuove politiche del lavoro, di un numero considerevole di macjobs, di posti — almeno inizialmente — a basso reddito. L’occupazione aumenterebbe ma l’indice di Gini farebbe registrare forse un allargamento della forbice dei redditi.
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