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 2012  gennaio 26 Giovedì calendario

LO SPETTACOLO BLASFEMO È SOLO OSCENO


Lo abbiamo visto. Siamo stati alla prima dello spettacolo di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, al teatro Franco Parenti di Milano per l’occasione circondato dalla polizia. Eravamo curiosi, dopo il bell’articolo di Antonio Socci uscito su queste pagine, di assistere alla pièce «blasfema». Ora possiamo dire in tutta sincerità che siamo delusi. Inizia lo show. La scenografia è semplice e interamente bianca. Un divano, una tv, un tavolino con un paio di sedie e poco distante un letto con due comodini. In secondo piano troneggia il volto di Cristo dipinto da Antonello da Messina. Due gli attori: il padre, vecchio e malato, che fatica a muoversi e riesce a malapena a biascicare parole incomprensibili fra un tremolio e l’altro. Poi il figlio, già incravattato per andare al lavoro, in procinto di uscire in tutta fretta.
Sennonché il padre se la fa addosso. Riempie il pannolone di escrementi vischiosi, sporca la camicia, l’accappatoio. Il figlio, pietoso e amorevole, lo fa alzare, con una spugna gli lava il sedere, che ci viene esibito in tutto il suo merdoso splendore. Il padre comincia a piangere, nella scarsa lucidità che gli è rimasta si vergogna, comprende di non essere altro che un sacco di carne. Appena il giovane ha finito di pulire, il padre se la fa sotto di nuovo. La procedura riprende da capo: pulitura in bella vista, cambio del pannolone e dei vestiti, mentre il cellulare nella giacca del figlio squilla e squilla (il lavoro chiama, si fa tardi).

ANCORA CACCA

Quando sembra tutto a posto, il pannolone del vecchio si riempie di nuovo, mostruosamente. Non fosse patetico, sembrerebbe una barzelletta. Nulla ci viene negato da Castellucci: né le scorregge del padre che annunciano una nuova scarica né la visione degli escrementi liquidi che gli imbrattano le gambe né la lancinante tiritera dei lamenti dell’anziano che sembra sciogliersi dall’interno.
L’iperrealismo delle scene è terribile, ferisce. Il regista vuol portare il pubblico all’esasperazione assieme al suo personaggio, quel figlio che a un certo punto non regge più e comincia a sbraitare, si arrabbia con il genitore, con la vita, con se stesso. Siamo alla conclusione. Il vecchio, quasi completamente insozzato, è seduto sul letto e singhiozza. Prende un recipiente colmo di liquido scuro: è inchiostro, quello delle Sacre scritture (si trova sul comodino, come una Bibbia), ma non si distingue dalle feci. Se lo versa addosso, lo sparge in giro, facendo definitivamente esplodere il suo ragazzo che – allo stremo – si appoggia alla gigantografia del volto di Cristo. Poi gli attori spariscono, rimane solo il dipinto di Antonello da Messina, delle voci inquietanti sussurrano: «Ge-sù, Ge-sù». Quello strano liquido scuro ricopre tutto il quadro, che viene strappato dall’interno, rivelando la scritta: «Tu non sei il mio pastore» (il «non» prima non si vede, poi appare a intermittenza).
Al Parenti segue dibattito. L’unico cattolico presente è Vito Mancuso, teologo di Repubblica ostile a Ratzinger. Lo scrittore Antonio Scurati, tra gli applausi, fa capire l’antifona: non siamo qui per giudicare se lo spettacolo sia bello o brutto, ma per protestare contro l’invadenza politica della Chiesa che voleva censurare la pièce. L’attore Filippo Timi e gli altri ospiti (atei come Giulio Giorello, per dire), ripetono il ritornello. Che colpo, ragazzi. Sono riusciti a buttare l’arte in politica, si sono posti sullo stesso piano di chi voleva censurare lo spettacolo senza averlo visto.
Noi invece dobbiamo giudicare se la pièce è bella o brutta. Su questo giornale abbiamo difeso il diritto di Castellucci a essere rappresentato, ma soprattutto il nostro diritto a giudicare, e nessuna protesta anticlericale o antiebraica o chissà che può togliercelo. Il giudizio è negativo. Che cosa vuol dimostrare il regista? Che la vita può essere una merda? Grazie, lo sapevamo già, ci bastava aprire il giornale.

GIÀ VISTO, GRAZIE

Voleva fornirci la sua versione del «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato»? Apprezzabile, ma forse qualcosa di più si poteva osare. Mostrarci culi flaccidi, merda liquida e scorregge è di grande impatto. Ma è superficiale. La pièce di Castellucci sembra un’opera di Damien Hirst: grande evento mediatico, forte impressione al primo istante, un vero choc. Poi, il nulla.
Migliaia di autori ci hanno già raccontato che il mondo sa essere crudele e l’esistenza è apparentemente priva di senso. Però sul palco di Castellucci c’era un enorme Cristo. Che ci stava a fare? Sembrava impassibile davanti alla sofferenza, anzi pareva esibisse un sorrisetto sarcastico. Non parlava, non offriva nessuna speranza, era una tavola inerte. La domanda eterna (perché Dio permette il male?) echeggiava nel teatro priva di replica. Dopo tutto, questo è ciò che pretendono i grandi intellettuali. Finché si parla di Cristo accusandolo, addossandogli il male; finché si esalta «il dubbio» e la fede vacilla, tutto bene. Ma se quel Cristo desse una risposta, offrisse conforto, allora si finerebbe a fare del teatro cattolico, si passerebbe dalla parte della Chiesa oscurantista.
Castellucci rimane fedele alla linea. Fa di tutto per disgustarci, come di moda fra gli artisti contemporanei. Non ha il coraggio di fare un passo in più, glorifica la ricerca in quanto ricerca: eppure, se il sentiero che si segue è senza meta, non si sta più camminando, si vaga dispersi. Nel suo spettacolo, Cristo non serve a nulla se non a essere dilaniato, a turbare e sollevare polemiche. Terminato il disgusto per le feci, nulla ci rimane nel cuore.
Alla fine, il vero scandalo è ancora una volta il Dio diventato carne che dà risposte e indica una via. Più scandaloso di qualsiasi vecchio moribondo nudo su un palco. Più scandaloso della merda – oscena, pornografica, non blasfema – che si rivela la materia di cui sono impastati i sogni degli artisti di oggi.

Francesco Borgonovo