Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  gennaio 26 Giovedì calendario

Tahrir sudicia fangosa ribollente impaziente piccante, con un suo torbido incanto, ritornata quello che è e resterà: folla ciclopica, un milione forse più, rumore, rivoluzione, che pare di godercela per la prima volta così giovane, impavida, fremente e tracotante

Tahrir sudicia fangosa ribollente impaziente piccante, con un suo torbido incanto, ritornata quello che è e resterà: folla ciclopica, un milione forse più, rumore, rivoluzione, che pare di godercela per la prima volta così giovane, impavida, fremente e tracotante. Un anno dopo. Ancora una volta e forse non per l’ultima volta: come i generali e gli islamisti, questo Egitto sospeso tra spada e Corano, avevano tramato e sperato. Sì, dodici mesi, gonfi, crudeli, densa pagina della storia del mondo, non sono troppi. La Primavera del Cairo ha saputo ritrovare ieri la porta di quelle terribili meraviglie. È bella, la rivoluzione egiziana, è viva: un’onda di giacche e felpe, barracani e jeans, magliette ricordo e funerei chador: ancora insieme. A Tahrir devi affondare dentro per udirne il rumore, per fotografarla, per raccontarla ai figli «... l’anno in cui cacciammo il faraone Mubarak, che fiaba...». Sì, è vero, i volti dei martiri adolescenti si mescolano all’invenduto dell’ultima partita della nazionale, berretti sciarpe ciarpame. Ma non importa, non è profanazione. L’odore di Tahrir: ti assale a zaffate spesse, involtini e urina, tè e sudore, immondizie e patate dolci da succhiare davanti alle promesse dei comizianti. Le mosche di Tahrir minute irrequiete col pepe in corpo; gli scugnizzi, i gavroche di Tahrir che fumano già a otto, dieci anni; e i vecchi che sotto le palme avvizzite leggono il giornale e discutono come sempre, come se l’Egitto non stesse mutando. Tahrir che prega, in qualsiasi piccolo spazio vuoto; e così si genuflette davanti a un distributore di pepsi cola: perché quella è la direzione della Mecca e quello è aver fede. Tahrir che grida «erhar!», vattene, un anno fa lo scandiva contro Mubarak e ora lo urla ai generali, e il grido, è così acuto che par di dolore e non di gioia e di rabbia. E tutta l’ondata umana è colta dal contagio: erhar erhar! La piazza per un giorno, in quel giorno: ambulanti, rivoluzionari miscredenti piissimi provocatori spie agitatori perdigiorno. Allora è vero: questo popolo che sembra molle è un popolo durissimo; questo popolo che sembrava piegarsi per non spezzarsi ha tutta l’aria di rifiutare sia di piegarsi che di spezzarsi.