Domenico Quirico, La Stampa 26/1/2012, 26 gennaio 2012
Tahrir sudicia fangosa ribollente impaziente piccante, con un suo torbido incanto, ritornata quello che è e resterà: folla ciclopica, un milione forse più, rumore, rivoluzione, che pare di godercela per la prima volta così giovane, impavida, fremente e tracotante
Tahrir sudicia fangosa ribollente impaziente piccante, con un suo torbido incanto, ritornata quello che è e resterà: folla ciclopica, un milione forse più, rumore, rivoluzione, che pare di godercela per la prima volta così giovane, impavida, fremente e tracotante. Un anno dopo. Ancora una volta e forse non per l’ultima volta: come i generali e gli islamisti, questo Egitto sospeso tra spada e Corano, avevano tramato e sperato. Sì, dodici mesi, gonfi, crudeli, densa pagina della storia del mondo, non sono troppi. La Primavera del Cairo ha saputo ritrovare ieri la porta di quelle terribili meraviglie. È bella, la rivoluzione egiziana, è viva: un’onda di giacche e felpe, barracani e jeans, magliette ricordo e funerei chador: ancora insieme. A Tahrir devi affondare dentro per udirne il rumore, per fotografarla, per raccontarla ai figli «... l’anno in cui cacciammo il faraone Mubarak, che fiaba...». Sì, è vero, i volti dei martiri adolescenti si mescolano all’invenduto dell’ultima partita della nazionale, berretti sciarpe ciarpame. Ma non importa, non è profanazione. L’odore di Tahrir: ti assale a zaffate spesse, involtini e urina, tè e sudore, immondizie e patate dolci da succhiare davanti alle promesse dei comizianti. Le mosche di Tahrir minute irrequiete col pepe in corpo; gli scugnizzi, i gavroche di Tahrir che fumano già a otto, dieci anni; e i vecchi che sotto le palme avvizzite leggono il giornale e discutono come sempre, come se l’Egitto non stesse mutando. Tahrir che prega, in qualsiasi piccolo spazio vuoto; e così si genuflette davanti a un distributore di pepsi cola: perché quella è la direzione della Mecca e quello è aver fede. Tahrir che grida «erhar!», vattene, un anno fa lo scandiva contro Mubarak e ora lo urla ai generali, e il grido, è così acuto che par di dolore e non di gioia e di rabbia. E tutta l’ondata umana è colta dal contagio: erhar erhar! La piazza per un giorno, in quel giorno: ambulanti, rivoluzionari miscredenti piissimi provocatori spie agitatori perdigiorno. Allora è vero: questo popolo che sembra molle è un popolo durissimo; questo popolo che sembrava piegarsi per non spezzarsi ha tutta l’aria di rifiutare sia di piegarsi che di spezzarsi.