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 2012  gennaio 26 Giovedì calendario

Ho visitato la mostra allestita a Parigi per ricordare la nascita dell’Unità dell’Italia. La mostra ricorda che nel 1961 il generale De Gaulle — allora presidente della Repubblica francese — venne in Italia a celebrare i 100 anni dell’Unità e a ricordare il contributo francese

Ho visitato la mostra allestita a Parigi per ricordare la nascita dell’Unità dell’Italia. La mostra ricorda che nel 1961 il generale De Gaulle — allora presidente della Repubblica francese — venne in Italia a celebrare i 100 anni dell’Unità e a ricordare il contributo francese. Non ricordo che Sarkozy sia stato invitato a venire in Italia per i 150 anni della nostra Unità. Dimenticanza italiana o rifiuto francese? Roberto Longoni Monza Caro Longoni, Nicolas Sarkozy è stato invitato alla grande parata organizzata a Roma in occasione del centocinquantenario, il 2 giugno 2011, ma come altri capi di Stato si è fatto rappresentare (nel suo caso dal presidente del Senato Gérard Larcher). La visita di De Gaulle, invece, risale al giugno 1959, per il centesimo anniversario delle battaglie di Magenta e Solferino, e fu un evento italo-francese. Il generale era tornato al potere il 1° giugno dell’anno precedente ed era presidente della Repubblica dal 21 dicembre. La sua riapparizione sulla scena politica fu interpretata da molti in Italia come l’annuncio di una svolta autoritaria e non piacque né alle sinistre, né alla Democrazia cristiana. Ma l’accoglienza dei milanesi fu molto cordiale. Lo spettacolo andò in scena secondo la collaudata regia delle feste con cui le città salutavano tradizionalmente, da molti secoli, le «joyeuses entrées», i gioiosi ingressi dei sovrani stranieri. In piedi su una vettura scoperta e accompagnato dal capo dello Stato italiano (era Giovanni Gronchi), l’ospite passò in rassegna un drappello delle forze armate e raggiunse una tribuna da dove, insieme a un piccolo gruppo di notabili, assistette a una parata militare. Tra la folla, in prima fila, vi erano veterani carichi di anni e medaglie, irrigiditi accanto ai labari dei loro reggimenti. Erano i vecchi soldati delle guerre che Francia e Italia avevano combattuto insieme, e forse vi era anche, nascosto tra la folla, qualche veterano di quella, più recente, in cui erano stati nemici. Vi erano i bambini delle scuole del quartiere, accompagnati dai maestri e graziosamente vestiti nelle loro uniformi. Vi erano le bandierine dei due Paesi che molti sventolavano festosamente. E vi erano i curiosi, i passanti, i pensionati, gli amanti delle pubbliche manifestazioni, gli sfaccendati, tutti in giacca e cravatta come usava allora anche per i ceti più umili. Così si accoglieva, cinquantatré anni fa, il capo di uno Stato straniero. Pochi anni prima, mentre facevo il servizio militare, anch’io avevo fatto la comparsa in questo genere di spettacolo presentando le armi al presidente della Liberia che si avviava in carrozza verso il palazzo del Quirinale. La parte più risorgimentale dell’evento fu quella della visita a Magenta, teatro della battaglia che ebbe luogo il 4 giugno 1859. In una lunga cronaca sulla prima pagina del Corriere, il 24 giugno, Egisto Corradi scrisse che da Malpensa a Magenta, lungo il corteo presidenziale, vi era un clima più festoso e meno compassato di quello milanese. Dopo la messa celebrata accanto all’ossario di Magenta, dove erano sepolti i soldati morti sul campo di battaglia, il cardinale Montini, arcivescovo di Milano, disse: «(…) il voto migliore che noi possiamo formulare su queste tombe che suggellano la fraternità dei nostri avi, è di augurare che la fraternità dei popoli non sia soltanto il ricordo dei morti, ma anche il retaggio dei vivi, e che a questo ideale talmente conforme ai principi cristiani della vita internazionale possa ancora ispirarsi la saggezza che deve compiere l’opera iniziata e giungere all’unità dell’Europa e alla pace del mondo». Erano parole di circostanza, naturalmente, ma l’unità dell’Europa, l’amicizia italo-francese e le glorie risorgimentali erano esattamente il ricostituente di cui il corpo dell’Italia aveva bisogno in un momento in cui Risorgimento ed Europa non erano ancora oggetto di derisione, denigrazione o indifferenza.