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 2012  gennaio 26 Giovedì calendario

PASSERA DÀ 6 MILIARDI ALLE AZIENDE STROZZATE MA SONO SOLO BRICIOLE


La notizia era già circolata, ed è diventata ufficiale con la firma di Napolitano sul cosiddetto decreto liberalizzazioni: cinque miliardi e sette dallo Stato per cominciare a saldare i debiti con le imprese che hanno lavorato per la Pubblica Amministrazione e ancora non sono state pagate. E intendiamoci, è vero che piutost che nient l’è mej piutost, nel senso che trattasi di primo e positivo passo atteso da (troppo) tempo – e c’è anche da dire che i governi precedenti, di fronte ai sacrosanti solleciti delle aziende creditrici, s’erano sempre girati dall’altra parte. Ma la premiata coppia Monti-Passera sa bene che di denari le aziende ne avanzano ancora una caterva: complessivamente, le fatture al momento inevase dalla P.A. ammontano a circa 70 miliardi. E c’è chi, per esempio le ditte che hanno prestato opera per conto della Asl Napoli 1, aspetta addirittura quattro anni e mezzo per incassare quel che gli spetta. Questo per dire che da fare c’è ancora parecchio.
C’è poi da spiegare dove il governo ha trovato i soldi. Allora: debiti per al massimo un paio di miliardi potranno essere coperti, a chi ne farà richiesta, con titoli di Stato – e i soldi per gli interessi, che i tecnici hanno quantificato in circa 235 milioni all’anno a partire da questo, saranno rosicchiati dalle accise sull’energia delle viziatissime regioni a statuto speciale. Il resto arriverà dall’incremento del fondo apposito ottenuto compensato da compensazioni e rimborsi di crediti d’imposta. Per ora ci si ferma qui. Anche se lo stesso ministro dello Sviluppo economico Passera assicura che «è intenzione del governo una rapida attuazione della direttiva dell’Unione Europea», quella che da marzo 2013 stabilirà finalmente un limite temporale ai pagamenti – 30 giorni sia per i rapporti fra privati, sia fra privato e Pubblica Amministrazione, 60 solo in casi eccezionali – e Passera aggiunge che la si vorrebbe adottare «anche in anticipo rispetto alla scadenza». Magari: i lettori di Libero sanno bene quanto sia una nostra fissa.
D’altronde, l’attuale situazione non è più tollerabile. Nel senso: quello sopracitato dell’Asl napoletana non è caso isolato, se in Calabria le aziende fornitrici di dispositivi medici e servizi vari aspettano 925 giorni (media 2011) – e sebbene al sud la situazione sia oltremodo paradossale, non è che al nord si possa esultare, se le Asl venete pagano a 281 giorni. In ogni caso, la Cgia di Mestre fa ancora una volta presente che, sempre stando ai numeri registrati nel 2011, «chi lavora con la Pubblica Amministrazione italiana vede onorati i pagamenti che gli spettano mediamente dopo 180 giorni (+52 giorni rispetto al 2009), con un ritardo medio nei confronti dei termini contrattuali di 90 giorni». Intollerabile. Tanto per far paragoni: lo Stato francese, a saldare, ci mette in media 64 giorni, in Inghilterra 47, in Germania addirittura 35. Altri mondi.
Senza contare che il 49 per cento delle aziende in trepidante attesa dei pagamenti pubblici fa parte di quella rete di piccole e medie imprese che rappresenta il-tessuto-produttivo-che-sostiene- l’economia-italiana – così tutti dicono, salvo poi dimenticarsene quando si tratta di far qualcosa di concreto per sostenerle. In questo senso le Associazioni rappresentative delle imprese di servizi, che si coordinano nel Taiis-Tavolo Interassociativo Imprese di Servizi, commentano per l’appunto che «apprezziamo soprattutto che il governo abbia inserito il ritardo nei pagamenti tra le sue priorità», aggiungendo però che «attendiamo provvedimenti organici ed efficaci per risolvere il problema nella sua interezza, le cui misure sono ben oltre i 6 miliardi scarsi messi a disposizione». Siamo sempre lì: va bene, ma ancora non basta.

Andrea Scaglia