Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Tra i tanti tormenti che ci dà la finanza (ieri lo spread è arrivato a 531 e piazza Affari ha perso l’1,63%) c’è adesso anche questa storia dell’aumento di capitale Unicredit, preceduto la settimana scorsa da tre giornate consecutive di crolli e andato molto male anche ieri, col valore del diritto più che dimezzato, e sospeso poi dalle contrattazioni, e l’azione ancora giù del 12,81.
• Sono argomenti nuovi, non ci siamo mai occupati di…
come ha detto?... “aumento di capitale”.
Io e lei ci mettiamo in società e decidiamo di
aprire una pizzeria. Bisogna comprare i tavoli, le sedie, ripulire il locale
preso in affitto, rifornirci di farina, pomodori, mozzarella e delle altre
materie prime, pagare il personale. Tutto questo prima ancora che si sia visto un cliente. Calcoliamo che per partire ci vorranno un centomila euro e ne mettiamo 50 mila per uno. Questi centomila sono “il capitale”. Cominciamo a lavorare, gli affari vanno bene e a un certo punto si libera il locale a fianco. Ci possiamo ingrandire! Per farlo, bisogna però abbattere una parete,
comprare altri tavoli, fare nuovi contratti della luce e del gas. Insomma ci vogliono altri soldi. Variamo allora un “aumento di capitale”, mettiamo, di 50.000 euro. 25 mila euro io e 25 mila euro lei. Ecco spiegata l’operazione Unicredit.
• Sembrerebbe semplice.
È semplice se siamo in due e si tratta di una pizzeria. È più complicato nel caso di Unicredit che, prima dell’aumento di capitale, aveva in giro 1,9 miliardi di azioni e dopo l’aumento ne avrà 3,9 miliardi. Con la pizzeria stabiliamo subito che se vogliamo aumentare del 50% un capitale di 100 mila euro e siamo solo in due dobbiamo mettere 25 mila euro a testa. Ma se i soci potenziali (fingiamo un socio per azione) sono 1,9 miliardi? E vogliamo farli diventare 3,9 miliardi?
• Mamma mia.
Unicredit vuole mettere in cassa 7,5 miliardi di euro e ha deciso di seguire questa strada: chiunque possieda un’azione della banca ha diritto di sottoscriverne altre due, versando 1,943 euro ad azione. Come si è arrivati a fissare questo 1,943 euro? Prendendo la quotazione di Unicredit e scontandola del 47%, tanto per incoraggiare chi doveva aprire il portafoglio. Ma i possessori di azioni Unicredit di valore molto superiore
(cioè non scontate) a questo punto si sono messi a vendere, convinti che
avrebbero potuto casomai ricomprare Unicredit più tardi al nuovo valore
diminuito del 47%. Questo spiega i crolli della scorsa settimana.
• E il brutto andamento di ieri?
Stesse motivazioni: la vecchia azione sta ancora a 2,2
mentre il valore della nuova resta stabilito 1,943. Quindi sappiamo già che iltitolo è destinato a scendere ancora fino a che non avrà quasi raggiunto questo 1,943. Allora probabilmente si ricomincerà a comprare, prudentemente. Da ieri è
però ben visibile anche un altro elemento che rende l’aumento di Unicredit problematic i piccoli risparmiatori (almeno un quinto di Unicredit è in mano ai piccoli risparmiatori) non vogliono assolutamente tirar fuori altri soldi
per una banca che ha bruciato tre aumenti di capitale e ha fatto perdere un mucchio di soldi ai suoi azionisti. Al massimo, vendono uno dei due diritti
legati alla vecchia azione e con il ricavato partecipano all’aumento di
capitale dell’altro diritto (l’aumento di capitale consiste nel versamento di
1,943 euro per ogni diritto posseduto). I grandi speculatori sono freddi perché
giudicano ancora negativamente il contesto italiano (come mostra lo spread), pensano che il default del paese, ritenuto smpre possibile, si tradurrebbe perprima cosa in un salto per aria delle banche, in generale hanno l’idea che in Italia non ci sia un soldo e, insomma, il quadro generale negativo influisce pesantemente su questa richiesta di denaro da parte della banca, come ha detto l’altra sera anche Monti. La banca, peraltro, sta relativamente tranquilla. Incasserà comunque i 7,5 miliardi previsti, dato che, se non sottoscriveranno i risparmiatori e gli speculatori, dovranno tirar fuori i soldi le 27 banche – guidate da Mediobanca
e Merryl Linch – che formano il cosiddetto “consorzio di garanzia”. Certo se le nuove azioni finissero in pancia alle banche si otterrebbe lo sgradevole risultato di una controllata (Mediobanca) che si troverebbe a sua volta controllante della sua controllante Unicredit. Intrecci tipici del sistema italiano.
• C’è un complotto dietro tutto questo? Mani forti internazionali giocano per papparsi la nostra banca più grade?
Ad aprile, quando si riunirà il nuovo cda, potrebbe effettivamente apparire
un nuovo padrone della banca. Qualcuno che, profittando della debolezza del
mercato e delle caratteristiche tecniche dell’aumento di capitale, avrebbe passato queste tre settimane a rastrellare diritti quasi regalati. Potrebbe succedere. E non si tratterebbe di sicuro di un cavaliere bianco.
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 10 gennaio 2012]
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