Fausto Carioti, Libero 10/1/2012, 10 gennaio 2012
BANCHE DANNOSE MA IL GOVERNO NON OSA TOCCARLE
Più concorrenza per tutti? Non proprio. Grande assente nell’agenda delle liberalizzazioni stilata da Mario Monti e Corrado Passera è il mercato creditizio, che invece rappresenta la prima preoccupazione per le imprese e un numero crescente di famiglie. Le banche usciranno indenni dall’azione del governo, fatta eccezione per il divieto di obbligare i clienti che stipulano il mutuo per un immobile a sottoscrivere una polizza assicurativa dello stesso istituto bancario; provvedimento che comunque non comporterà una grande rivoluzione, giacché la vendita abbinata mutuo + assicurazione resterà facoltativa e si può scommettere che sarà scelta nella grande maggioranza dei casi.
La decisione di non intervenire sulle banche per ridurre i loro margini di intermediazione è spiegabile in due modi. L’interpretazione cattiva è che questo governo, sostenuto dai giornali delle banche e imbottito di top manager e consulenti provenienti dal mondo del credito, non ha alcuna voglia di nuocere ai propri amici. Inutile dire che questa è la versione che più va di moda tra i parlamentari, inclusi quelli dei partiti che obtorto collo sostengono l’esecutivo.
L’altra lettura, quella benevola, è che il governo ritiene il mercato bancario già liberalizzato a dovere. E che quindi gli alti costi dei servizi bancari e le difficoltà crescenti che famiglie e imprese incontrano per ottenere un prestito sono fisiologici, almeno nella fase attuale. Secondo questa visione, il rubinetto del credito tornerà a funzionare non appena potrà manifestarsi l’effetto di quei 116 miliardi che la Bce ha prestato alle banche italiane a un tasso dell’1%. Cosa che dovrebbe avvenire «nei prossimi mesi», almeno a sentire il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini (tempi che destano grande allarme nelle imprese, ma che non sembrano creare particolari preoccupazioni nel governo).
Dando per scontata la buona fede di Monti e dei suoi ministri, non resta che la seconda opzione. Se non che, a smontare la tesi di un mercato bancario italiano concorrenziale ed efficiente provvede uno studio internazionale pubblicato di recente da economisti di primissimo piano. Si tratta di un “paper” che di sicuro è passato pure sul tavolo di Monti, visto che tra gli addetti ai lavori è stato discusso anche in sede europea, e che per di più utilizza un modello di interpretazione del comportamento delle banche derivante da quello elaborato anni fa dell’attuale presidente del Consiglio italiano. Lo studio di 51 pagine, intitolato «Multi-market contact in Italian retail banking: competition and welfare», è consultabile da chiunque sul sito della European Economic Association, che lo ha messo al centro di una sessione dei lavori del proprio meeting annuale del 2011, svoltosi in agosto ad Oslo. Ne sono autori Jozsef Molnar, chief economist della Direzione generale della Concorrenza della Commissione europea (ufficio che l’ex Commissario europeo Monti conosce molto bene); l’italiano Roberto Violi, economista della Banca d’Italia; il cinese Xiaolan Zhou, dell’Università di Shangai. Come sempre in questi casi, gli autori avvertono che i risultati del loro lavoro non riflettono necessariamente le opinioni delle rispettive organizzazioni.
Resta il fatto che le conclusioni cui giunge lo studio non danno ragione a chi ritiene il mercato creditizio italiano sufficientemente concorrenziale. Al contrario: al termine del processo di fusioni e acquisizioni che ha ridisegnato il mondo del credito, le grandi banche, quelle che coprono almeno 13 regioni su 20, «tendono ad essere meno competitive» e ad assumere comportamenti «parzialmente collusivi» allo scopo di massimizzare i profitti. Un danno che gli autori del paper quantificano in una cifra considerevole: solo nell’anno preso in considerazione, il 2007, «i vantaggi per i consumatori sarebbero stati più alti per circa 10 miliardi di euro se il settore bancario fosse stato più competitivo sul mercato dei conti correnti». Un’operazione di liberalizzazione che porti piena concorrenza, spiegano i tre economisti, equivarrebbe a trasferire ai correntisti «all’incirca un terzo dei margini di intermediazione delle banche», ad esempio sotto forma di «maggiori interessi sui depositi o servizi migliori».
Non ci sono dubbi che Monti e Passera siano a conoscenza dell’importante studio e dei suoi risultati. Resta solo da capire perché, nonostante ciò, ritengano che le liberalizzazioni debbano partire da tassisti, farmacisti e benzinai, cioè da settori nei quali il peso della scarsa concorrenza non appare confrontabile con quel costo annuo di 10 miliardi dovuto ai comportamenti «parzialmente collusivi» delle banche.
Fausto Carioti