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 2012  gennaio 10 Martedì calendario

Quando Malinconico fece perdere alla Rai 15,8 milioni di euro - Carlo Malinconico, il sottose­gre­tario alla presidenza del Consi­glio in ottimi rapporti con la «cric­ca » romana degli appalti, non s’è goduto soltanto le vacanze di lus­so pagate a sua insaputa da Fran­cesco De Vito Piscicelli, l’impren­dit­ore famoso per l’intercettazio­ne telefonica in cui rideva del ter­remoto all’Aquila

Quando Malinconico fece perdere alla Rai 15,8 milioni di euro - Carlo Malinconico, il sottose­gre­tario alla presidenza del Consi­glio in ottimi rapporti con la «cric­ca » romana degli appalti, non s’è goduto soltanto le vacanze di lus­so pagate a sua insaputa da Fran­cesco De Vito Piscicelli, l’impren­dit­ore famoso per l’intercettazio­ne telefonica in cui rideva del ter­remoto all’Aquila. Si è anche distinto per un pare­re legale sballato che ha provoca­to un danno da ben 14,4 milioni di euro, poi lievitati a 15,8, alla Rai (cioè allo Stato, visto che si tratta di una società per azioni che per il 99,56 per cento fa capo al ministe­ro dell’Economia e delle Finan­ze). Una referenza che fa a pugni col rigore nella gestione dei conti pubblici tanto caro al premier Ma­rio Monti, che ha scelto il tecnico quale proprio braccio destro. Ma v’è di peggio. Interrogato il 21 dicembre 2006 in Procura a Ro­ma dal pm Adelchi d’Ippolito cir­ca quell’avventato parere, Malin­c­onico fece mettere a verbale la se­guente dichiarazione: «Non ho mai ricevuto alcun incarico for­male dalla Rai. Per quel lavoro non ho ricevuto alcun compen­so ». La Corte dei conti, con senten­za depositata il 23 febbraio 2011, lo ha smentito:«All’avvocato Ma­linconico », si legge, «è stata liqui­data una parcella di euro 18.360,00». I casi sono due: o la Corte dei conti ha torto o Malinco­nico dichiarò il falso al magistra­to. La vicenda che vede il sottose­g­retario di Monti nelle vesti di pro­tagonista negativo è quella, tor­mentata, che nell’agosto 2005 portò alla nomina di Alfredo Me­occi a direttore generale della Rai e alle sue dimissioni per incompa­tibilità nel giugno dell’anno se­guente. E prende le mosse pro­prio dall’incompatibilità di Meoc­ci a ricoprire quel ruolo. Prima di procedere all’elezio­ne del direttore generale designa­to dal ministro delle Finanze del­l’epoca (Domenico Siniscalco), i consiglieri d’amministrazione della Rai (Giuseppina Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Ange­lo Petroni, Marco Staderini e Giu­liano Urbani) pretesero garanzie giuridiche sulla decisione che si accingevano a prendere. Fino a quel momento, infatti, Meocci era stato consigliere dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle co­municazioni) e, secondo la legge, cessato quest’incarico avrebbe dovuto, nei quattro anni successi­vi, astenersi dall’instaurare rap­porti di lavoro o di consulenza con aziende del ramo comunica­zione sottoposte al controllo del­l’Agcom, come appunto la Rai. Sennonché il giornalista Meoc­ci era già dipendente della Rai, in qualità di caposervizio del Tg1 , prima di andare all’Agcom. Inol­tre- dettaglio tutt’altro che trascu­rabile - vi era un parere dell’uffi­cio legale della stessa Agcom se­condo cui egli poteva rientrare in Rai senza alcun limite di ruolo (dal che si deduce che l’Agcom,in seguito, smentì se stessa pur di mandare a casa il direttore gene­rale in quota al centrodestra e, quel che è peggio, lo fece pochi giorni dopo che Romano Prodi aveva vinto le elezioni). Quindi, per il ministero delle Fi­nanze, i vertici di viale Mazzini e perfino l’Agcom non si trattava d’instaurare un rapporto di lavo­ro bensì semplicemente di riam­mettere Meocci nei ranghi azien­dali al termine dell’aspettativa. Restava un unico busillis da chia­rire: la nomina a direttore genera­le poteva essere parificata a un normale rientro in servizio, sia pu­re in posizione apicale, oppure co­stituiva una novazione del rap­porto di lavoro già intrattenuto con la Rai, cioè un nuovo contrat­to paragonabile a un’assunzione in Mediaset o al Corriere della Se­ra ? Di qui la necessità, per la Rai, di coprirsi le spalle. Nonostante po­tesse contare su un ufficio inter­no con 20 legali, diretto dall’avvo­cato Rubens Esposito, l’ente ra­diotelevisivo di Stato preferì con­sultare alcuni luminari del dirit­to. Fra questi, Malinconico. Il qua­le lasciò intendere al pubblico mi­nistero che lo interrogava d’aver sì agito alla carlona («Mi fu richie­sto di eseguire il lavoro in poche ore e quindi non ho potuto elabo­rar­e il lavoro approfondito e medi­tato per come è mio costume»), ma d’averlo fatto gratis, quasi per gentilezza nei riguardi«dell’avvo­cato Esposito, al quale mi legava un rapporto di conoscenza per averlo incontrato tempo prima in un convegno». Assai diverso fu l’atteggiamen­to degli altri tre esperti interpella­ti dalla Rai. Il professor Alessan­dro Pace, insigne costituzionali­sta, e l’avvocato Vittorio Ripa di Meana si guardarono bene dal da­re via libera alla nomina e, anzi, prospettarono un’ipotesi di abu­so in atti d’ufficio per quei consi­glieri che avessero votato Meoc­ci. Lo studio legale Luciani si limi­tò a osservare che il caposervizio del Tg1 aveva soltanto diritto a ri­prendere il suo ruolo di giornali­sta in Rai una volta scaduto il man­dato presso l’Agcom. L’unico che non ebbe alcun dubbio fu Malinconico, secondo il quale, come riporta la sentenza 326/2011 della Corte dei conti, «cessata la causa d’incompatibili­tà, il rapporto di lavoro si riespan­de e, in tale contesto, non vi sareb­bero motivi ostativi acché il sog­getto interessato, reinserito in azienda, possa essere chiamato a svolgere qualsiasi incarico o fun­zione, ivi compreso quello di di­rettore generale». La Rai considerò dirimente il parere positivo del professor Ma­linconico, ordinario di diritto del­l’-Unione europea presso l’Univer­sità di Roma Tor Vergata. Non solo perché egli era stato avvocato dello Stato dal 1976 al 1985 e consigliere di Stato dal 1985 al 2002, ma anche per i nume­rosi altri incarichi pubblici rico­perti fino a quel momento: capo dell’ufficio legislativo del ministe­ro delle Partecipazioni statali e del ministero del Tesoro, consi­gliere giuridico dell’Autorità ga­rante della concorrenza e del mer­cato, capo del dipartimento degli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio dal 1996 al 2001, direttore generale del­l’Autorità per l’energia elettrica e il gas (in seguito sarebbe diventa­to­segretario generale della presi­denza del Consiglio con Romano Prodi e poi presidente della Fede­razione italiana editori giornali). Solo nel dicembre 2006, sette mesi dopo essere diventato il ca­po dello staff del premier Prodi, Malinconico ammise davanti al magistrato, con perifrasi acrobati­che, d’aver preso una colossale cantonata: «Stilai il parere in po­che ore senza la possibilità di ope­rare un’attenta riflessione. Sul­l’assenza di motivi di incompati­bilità circa la possibilità di svolge­re le funzioni di direttore genera­le da parte di Meocci a cui risposi anche positivamente dedicai pe­rò per la ristrettezza di tempo cui prima ho fatto cenno un minore approfondimento e perciò giunsi a quelle conclusioni così nette che probabilmente se avessi avu­to la possibilità di riflettere e stu­diare meglio il punto avrei rappre­sentato almeno in maniera più problematica». Per questo parere frettoloso e sbagliato, Malinconico emise una parcella da 18.360 euro. In se­guito alle vicende giudiziarie che ne scaturirono, pare che la som­ma sia stata restituita. Restano le macerie: una sanzio­ne da 14,4 milioni di euro inflitta alla Rai dall’Agcom per aver viola­to la legge 481/ 95 nominando Me­occi benché incompatibile, saliti a 15,8 milioni per ritardato paga­mento, e 11 milioni che i consiglie­­ri Bianchi Clerici, Malgieri, Petro­ni, Staderini, Urbani e l’ex mini­str­o Siniscalco sono stati chiama­ti a risarcire alla Rai, in parti ugua­li fra loro, dalla Corte dei conti.